NAZA: il film sulla memoria di Gaza sfida la libertà di espressione
NAZA: il film sulla memoria di Gaza sfida la libertà di espressione
Ci sono film che raccontano una guerra e altri che finiscono per diventare parte della guerra stessa. NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, appartiene alla seconda categoria. Presentato alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria, il film ha provocato una reazione internazionale entusiastica e, contemporaneamente, una durissima offensiva politica in Israele. Alla prima proiezione veneziana l’ovazione è durata circa 25 minuti.

Il dato più inquietante, però, non è soltanto cinematografico. È ciò che è accaduto dopo. Il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha annunciato l’intenzione di promuovere la revoca della cittadinanza israeliana dei due registi, accusandoli di tradimento. Pochi giorni più tardi, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato di voler sostenere una legislazione che permetta di revocare la cittadinanza a chi, secondo la formulazione riportata, “diffami” i soldati israeliani.
La vicenda assume così una dimensione che supera il cinema. La domanda diventa inevitabile: fino a che punto può spingersi uno Stato nel tentativo di difendere la propria immagine durante una guerra? E soprattutto: la denuncia di possibili crimini commessi dalle istituzioni militari può essere considerata un atto di tradimento?
Due registi israeliani davanti al proprio Paese
Yuval Abraham e Rachel Szor non sono osservatori esterni. Sono israeliani e fanno parte del gruppo di autori di No Other Land, il documentario realizzato insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, premiato con l’Oscar nel 2025 e dedicato alla distruzione e agli attacchi contro comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata.
Con NAZA i due registi compiono un ulteriore passo: non osservano soltanto ciò che accade sul terreno, ma cercano di ricostruire i meccanismi decisionali che, secondo le testimonianze raccolte, stanno dietro alle operazioni militari nella Striscia di Gaza.
Il film è stato girato clandestinamente, prevalentemente di notte, sui tetti di Tel Aviv. Al centro ci sono le testimonianze di 24 militari e appartenenti all’intelligence israeliana, intervistati mantenendo anonime le loro identità. Gli intervistati descrivono sistemi di sorveglianza, procedure di selezione degli obiettivi e strumenti basati sull’intelligenza artificiale utilizzati nel conflitto.
Quando l’intelligenza artificiale entra nella guerra
È proprio questo uno degli aspetti più inquietanti di NAZA. La tecnologia, normalmente associata alla promessa di efficienza e progresso, viene raccontata come parte di una macchina decisionale capace di contribuire alla selezione degli obiettivi.
Il titolo stesso, secondo il film e le fonti che ne hanno seguito la realizzazione, deriva da un termine militare israeliano utilizzato per indicare il numero previsto di vittime civili associate a un attacco. Il termine diventa così una metafora della trasformazione della morte in una variabile amministrativa.
Il documentario sostiene che alcuni sistemi automatizzati abbiano contribuito all’individuazione degli obiettivi e che, in determinate circostanze, i militari fossero consapevoli della presenza di civili nelle abitazioni colpite. Queste affermazioni provengono però in larga parte da fonti anonime: un elemento che ha alimentato anche le contestazioni sulla verificabilità delle testimonianze. Il film, dunque, non dovrebbe essere letto come una sentenza giudiziaria, ma come un’inchiesta cinematografica che pone domande radicali sulla responsabilità umana quando le decisioni militari vengono sempre più mediate dagli algoritmi.
Il successo di Venezia e la frattura israeliana
A Venezia la risposta è stata potentissima. NAZA ha ricevuto una standing ovation di circa 25 minuti e il Premio Speciale della Giuria. La Biennale lo ha inserito nel concorso ufficiale della 83ª Mostra, descrivendolo come un’opera che indaga i sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza.
La reazione israeliana è stata invece molto diversa. Zohar ha definito la vittoria del film scioccante e ha annunciato l’intenzione di intervenire per la revoca della cittadinanza dei registi. Successivamente Netanyahu ha rilanciato la questione, annunciando nuove proposte legislative sulla cittadinanza e sulle sanzioni per chi diffama le forze armate.
Nel frattempo, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, sono aumentate le minacce rivolte ai cineasti e alle loro famiglie, con manifestazioni di gruppi dell’estrema destra davanti alle abitazioni dei familiari.
La questione che resta: critica o tradimento?
È qui che NAZA diventa molto più di un documentario sulla guerra di Gaza. Diventa un test sulla capacità di una democrazia di sopportare la critica proveniente dal proprio interno.
Il governo israeliano e l’esercito contestano le accuse contenute nel film e ne mettono in discussione le conclusioni, mentre i registi sostengono di aver raccolto testimonianze di persone direttamente coinvolte nei sistemi descritti. Questa distinzione è essenziale: le dichiarazioni degli intervistati rappresentano una fonte investigativa, non equivalgono automaticamente a fatti definitivamente accertati da un tribunale.
Ma proprio per questo la risposta a un’inchiesta dovrebbe essere, prima di tutto, l’accertamento dei fatti. Se le testimonianze sono false, possono essere smentite e sottoposte a verifica. Se invece contengono elementi veri, la questione diventa ancora più grave.
La libertà di espressione non protegge soltanto ciò che è comodo ascoltare. Protegge soprattutto la possibilità di mettere in discussione il potere quando il potere dispone della forza delle armi, degli apparati dello Stato e della capacità di definire la narrazione ufficiale.
NAZA arriva dunque in un momento nel quale cinema, giornalismo, intelligenza artificiale e responsabilità politica si incontrano nello stesso punto. La domanda non riguarda soltanto ciò che è accaduto a Gaza, ma chi abbia il diritto di raccontarlo.
E forse il significato più profondo del film sta proprio nel titolo. Quando la morte di civili viene trasformata in una previsione numerica, quando un algoritmo contribuisce a stabilire un obiettivo e quando la responsabilità rischia di disperdersi tra software, ordini e procedure burocratiche, la domanda fondamentale resta quella più antica: chi decide quanto vale una vita?
La risposta, in una società democratica, non può essere affidata né a un algoritmo né al silenzio.
NAZA: il film sulla memoria di Gaza sfida la libertà di espressione
📚 Per approfondire i temi di NAZA — Gaza, memoria, testimonianza, Nakba, responsabilità politica e rapporto fra guerra e informazione — questi quattro libri offrono prospettive diverse e complementari.
📘 1. I bambini di Gaza. Sulle onde della libertà — Nicoletta Bortolotti
Il romanzo di Nicoletta Bortolotti porta il lettore dentro la vita quotidiana di due adolescenti, un ragazzo palestinese e una ragazza israeliana, accomunati dalla passione per il surf. Il mare diventa uno spazio simbolico nel quale, almeno per qualche momento, le divisioni politiche, religiose e militari sembrano poter essere superate. Sullo sfondo ci sono Gaza, il conflitto israelo-palestinese e una realtà nella quale anche l’infanzia viene inevitabilmente coinvolta dalla guerra.
👉 Perché leggerlo: perché permette di affrontare il conflitto attraverso lo sguardo dei giovani e delle relazioni umane, evitando che palestinesi e israeliani vengano ridotti a categorie astratte. È particolarmente utile accanto a NAZA, perché restituisce una dimensione umana a quelle vittime civili che nelle cronache rischiano di diventare soltanto numeri.
📙 2. Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio — Susan Abulhawa, con postfazione di Viola Ardone e prefazione di Tomaso Montanari
È una raccolta di testimonianze e racconti legati alla vita palestinese a Gaza nel contesto della guerra. Susan Abulhawa, scrittrice e attivista palestinese-americana, raccoglie voci capaci di raccontare paura, perdita, quotidianità, resistenza e memoria. La prefazione di Tomaso Montanari e l’intervento conclusivo di Viola Ardone collocano il volume anche dentro una riflessione italiana sul significato della testimonianza e sulla responsabilità di chi racconta una tragedia collettiva.
👉 Perché leggerlo: perché sposta l’attenzione dalle dichiarazioni dei governi alle persone che vivono concretamente la guerra. Il suo valore sta soprattutto nella dimensione testimoniale: ogni racconto diventa una forma di memoria contro il rischio che la sofferenza dei civili venga rapidamente assorbita dal linguaggio della geopolitica.
📕 3. Palestina. Cronaca di un genocidio: dalla Nakba a Gaza 2025. Storia, prove, mappe e responsabilità di Israele, ONU, USA ed Europa — Enrique Olaya Gil
Questo volume propone un’analisi di più ampio respiro storico e politico. Il punto di partenza è la Nakba del 1948, l’esodo e la fuga di massa di centinaia di migliaia di palestinesi, per arrivare alle vicende contemporanee e alla guerra di Gaza. L’autore intreccia cronologia, documentazione, mappe e analisi delle responsabilità attribuite ai diversi attori internazionali.
Il libro affronta quindi non soltanto le responsabilità israeliane secondo la tesi dell’autore, ma anche il ruolo delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e dell’Europa nella gestione del conflitto e nella sua mancata soluzione.
👉 Perché leggerlo: perché consente di inserire NAZA in una prospettiva storica. Le immagini e le testimonianze di un documentario acquistano infatti un significato diverso quando vengono collocate dentro decenni di conflitto, occupazione, espulsioni, fallimenti diplomatici e trasformazioni geopolitiche. È inoltre una lettura utile per interrogarsi criticamente sull’uso delle categorie giuridiche di “genocidio”, “crimini di guerra” e “pulizia etnica”, che non sono sinonimi e richiedono specifici presupposti giuridici.
📕 4. La pulizia etnica della Palestina — Ilan Pappé, traduzione di Alfredo Tradardi e Luisa Corbetta
È uno dei libri più conosciuti dello storico israeliano Ilan Pappé. L’autore interpreta gli eventi del 1947-1949 come un processo sistematico di espulsione della popolazione palestinese e utilizza il concetto di “pulizia etnica” per descrivere la nascita dello Stato di Israele e il conseguente esodo palestinese.
Il volume si concentra soprattutto sulla Nakba, ricostruendo operazioni militari, espulsioni, distruzione di villaggi e trasformazione demografica del territorio. La tesi di Pappé è fortemente discussa nel mondo accademico e storiografico: proprio per questo il libro è interessante non soltanto per ciò che sostiene, ma anche per il dibattito che ha suscitato.
👉 Perché leggerlo: perché aiuta a comprendere una delle principali interpretazioni storiche della questione palestinese e a confrontarla con letture differenti della nascita di Israele. Letto insieme a fonti e studi di orientamento diverso, permette di distinguere tra fatti documentati, interpretazioni storiografiche e controversie politiche.
Perché leggerli insieme
I quattro libri costruiscono una sorta di percorso ideale intorno a NAZA: l’infanzia e la vita quotidiana, con Bortolotti; la testimonianza diretta, con Abulhawa; la ricostruzione storico-politica, con Olaya Gil; l’interpretazione storiografica della Nakba, con Pappé.
La loro lettura congiunta permette soprattutto di non fermarsi all’immagine immediata della guerra. Gaza non è soltanto ciò che accade nei bombardamenti raccontati da NAZA: è anche memoria, identità, diritto internazionale, informazione, responsabilità politica e soprattutto esperienza quotidiana di milioni di persone.
Per una rivista culturale, il valore di questi libri sta proprio nella possibilità di mettere a confronto letteratura, testimonianza, giornalismo, storia e storiografia, mantenendo sempre la distinzione tra documentazione verificabile e interpretazione degli autori.
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