Partecipare per cambiare l’Italia: da Gramsci alle nuove classi
Partecipare per cambiare l’Italia: da Gramsci alle nuove classi subalterne
Dalla sanità pubblica alla scuola, dal lavoro dignitoso al diritto alla casa: le riforme necessarie per migliorare la vita degli italiani non possono prescindere dal coinvolgimento dei cittadini. Soprattutto di quelli che oggi si sentono esclusi, non votano più o non credono che la politica possa cambiare le cose.
Una democrazia non si misura soltanto dalla regolarità delle elezioni, dalla libertà di stampa o dall’esistenza dei partiti. Si misura anche dalla capacità delle persone di incidere sulle decisioni pubbliche, di vedere riconosciuti i propri diritti e di partecipare alla costruzione del futuro collettivo. Quando una parte consistente della popolazione si allontana dalla politica, mentre le disuguaglianze economiche e sociali persistono, la questione non è soltanto elettorale: riguarda la qualità stessa della democrazia.

È qui che torna attuale il pensiero di Antonio Gramsci. Nei Quaderni del carcere, scritti durante la prigionia fascista, il filosofo e dirigente politico sardo riflette sul rapporto tra cultura, potere e classi subalterne. La sua lezione conserva una forza particolare: nessun cambiamento profondo può essere affidato esclusivamente a chi governa. Per trasformare la società occorre costruire consapevolezza, organizzazione e partecipazione dal basso.
Non basta, dunque, lamentarsi di ciò che non funziona. È necessario comprendere perché non funziona, individuare le responsabilità, formulare proposte e creare le condizioni affinché le persone possano contribuire alle decisioni che riguardano la loro vita.
Il ritorno delle classi subalterne
Chi sono oggi le classi subalterne? Non si possono identificare semplicemente con gli operai delle grandi fabbriche del Novecento. La struttura economica è cambiata, il lavoro si è frammentato e nuove forme di precarietà si sono aggiunte alle disuguaglianze tradizionali.
Il proletariato contemporaneo comprende i lavoratori dipendenti che vivono principalmente del proprio salario: operai industriali, addetti alla logistica, lavoratori dei trasporti, commessi, personale della ristorazione, operatori sociosanitari, lavoratori agricoli e dipendenti dei servizi. Ne fanno parte anche persone con contratti temporanei, part-time involontari o retribuzioni insufficienti a garantire un’esistenza dignitosa.
Accanto a loro troviamo i lavoratori delle piattaforme digitali, i rider, molti collaboratori formalmente autonomi ma economicamente dipendenti da un unico committente, i giovani costretti a cambiare continuamente occupazione e i professionisti che, pur possedendo competenze elevate, non riescono a ottenere redditi adeguati e stabilità.
Il sottoproletariato, invece, comprende le persone collocate ai margini del mercato del lavoro o escluse da esso: disoccupati di lunga durata, persone senza dimora, individui privi di protezioni sociali sufficienti e lavoratori che alternano periodi di occupazione irregolare e inattività. Non costituisce una categoria uniforme: le condizioni e le possibilità di organizzazione sono molto diverse.
A queste realtà si aggiungono famiglie a basso reddito, giovani che non possono permettersi di lasciare la casa dei genitori, studenti fuori sede, piccoli lavoratori autonomi indebitati e pensionati con assegni insufficienti. Anche una parte del ceto medio impoverito sperimenta oggi una crescente vulnerabilità.
Queste persone non condividono necessariamente le stesse idee politiche, né hanno interessi sempre coincidenti. Tuttavia, possono riconoscersi in problemi comuni: il costo della vita, la difficoltà di accedere ai servizi, l’insicurezza lavorativa, il peso degli affitti e la sensazione di non avere voce nelle decisioni collettive.
La subalternità, in questa prospettiva, non è soltanto una condizione economica. È anche la difficoltà di trasformare bisogni individuali in rivendicazioni collettive capaci di incidere sulle istituzioni.
Gramsci e il pericolo dell’indifferenza
Nel 1917, nell’articolo Odio gli indifferenti, Gramsci denunciava l’atteggiamento di chi considera la politica una faccenda estranea alla propria esistenza. L’indifferenza, nella sua prospettiva, non è neutralità: lascia campo libero a chi dispone già di potere, risorse e strumenti per orientare le decisioni.
Il problema è particolarmente evidente quando le persone si lamentano dei servizi pubblici insufficienti, della precarietà, delle liste d’attesa sanitarie o degli stipendi inadeguati, ma rinunciano a votare, partecipare alle assemblee o impegnarsi nelle organizzazioni collettive. Naturalmente, l’astensione non è sempre espressione di disinteresse: può rappresentare una protesta contro partiti percepiti come lontani, promesse disattese o istituzioni incapaci di rispondere ai bisogni reali.
Proprio per questo, colpevolizzare chi non vota sarebbe sbagliato. Occorre piuttosto comprendere le ragioni della disaffezione e ricostruire la fiducia attraverso risultati verificabili.
La partecipazione non può essere soltanto un dovere richiesto ai cittadini: deve diventare una possibilità concreta offerta loro dalle istituzioni. Se le persone sperimentano ripetutamente che le proprie richieste non producono conseguenze, finiscono per convincersi che impegnarsi sia inutile.
Dalle parole alle riforme necessarie
Una partecipazione autentica deve misurarsi con obiettivi concreti. La sanità pubblica, per esempio, ha bisogno di risorse adeguate, personale sufficiente, strutture territoriali funzionanti e tempi d’attesa compatibili con il diritto alla cura. Non basta aumentare la spesa in astratto: occorre verificare come venga impiegata, dove manchino medici e infermieri e quali territori siano maggiormente penalizzati.
Lo stesso vale per la scuola. Un sistema educativo inclusivo deve contrastare la dispersione scolastica, sostenere gli studenti in difficoltà, valorizzare gli insegnanti e garantire opportunità indipendentemente dal reddito familiare o dal luogo di nascita. L’istruzione non è una spesa da comprimere, ma un investimento nella libertà individuale e nella capacità collettiva di comprendere il mondo.
Sul lavoro, la priorità è garantire retribuzioni dignitose, contrastare il precariato abusivo, rafforzare la contrattazione e rendere effettiva la sicurezza. Nessuna attività economica può considerarsi davvero produttiva se il suo costo viene pagato con infortuni, malattie professionali o vite spezzate. Anche le pensioni devono assicurare condizioni di vita adeguate, soprattutto a chi ha lavorato per decenni con salari bassi o carriere discontinue.
C’è poi il diritto alla casa. Servono politiche di edilizia sociale, recupero degli immobili pubblici inutilizzati e sostegno all’affitto, con particolare attenzione a studenti e lavoratori fuori sede. Tutto questo è compatibile con la tutela della proprietà privata: garantire un’abitazione accessibile non significa negare il diritto di possedere un immobile, ma riconoscere che la casa svolge anche una funzione sociale.
Infine, una fiscalità realmente progressiva, come previsto dalla Costituzione, deve distribuire il carico tributario secondo la capacità contributiva, contrastando evasione e privilegi ingiustificati. Diritti civili, tutela ambientale, pace e riduzione delle disuguaglianze completano un programma che non appartiene al passato, ma risponde a problemi profondamente contemporanei.
Come riportare i cittadini al centro
La domanda decisiva è come trasformare queste esigenze in una forza democratica organizzata, evitando che rimangano una somma di proteste isolate.
Il primo terreno è quello dei luoghi di lavoro. Sindacati capaci di rappresentare anche i precari, assemblee accessibili, rappresentanze dei lavoratori e strumenti efficaci di contrattazione possono restituire voce a chi teme di perdere il posto se denuncia un’ingiustizia. La partecipazione deve essere possibile senza subire ritorsioni.
Il secondo terreno è quello dei quartieri, delle scuole e delle università. Assemblee pubbliche, consulte giovanili con poteri effettivi, bilanci partecipativi comunali e incontri periodici tra cittadini e amministratori possono trasformare i problemi quotidiani in proposte verificabili. Non basta ascoltare: occorre spiegare quali decisioni siano state prese, con quali risorse e per quali ragioni.
Un ruolo fondamentale spetta alle associazioni, alle cooperative sociali, ai comitati per la casa, alle organizzazioni ambientaliste e alle realtà che operano contro la povertà. Queste esperienze possono collegare persone che, pur vivendo difficoltà simili, spesso non si incontrano e non riconoscono la dimensione comune dei propri problemi.
Anche i giovani devono essere protagonisti. Non è sufficiente invitarli a votare alla vigilia delle elezioni: bisogna coinvolgerli nella discussione sulle politiche climatiche, sull’occupazione, sull’accesso all’università e sul futuro delle pensioni. La scuola dovrebbe educare alla cittadinanza attraverso il confronto, la conoscenza della Costituzione e l’esercizio concreto della responsabilità democratica.
In questo percorso, l’informazione indipendente e la cultura sono indispensabili. Senza conoscenze, strumenti critici e capacità di distinguere i fatti dalla propaganda, la partecipazione rischia di essere manipolata da slogan e interessi particolari. È qui che riemerge l’intuizione gramsciana degli intellettuali organici: persone capaci di mettere competenze e conoscenze al servizio delle comunità, senza sostituirsi a esse.
Costruire una nuova alleanza sociale
Gramsci comprendeva che le classi subalterne non diventano protagoniste soltanto perché condividono condizioni difficili. Devono costruire alleanze, elaborare una visione comune e dimostrare di saper affrontare i problemi dell’intera società.
Oggi questo significa avvicinare lavoratori dipendenti e autonomi, giovani e anziani, cittadini italiani e stranieri, periferie urbane e aree interne. Non per cancellare le differenze, ma per individuare interessi convergenti: servizi pubblici accessibili, sicurezza economica, opportunità educative, diritti e istituzioni responsabili.
La redistribuzione della ricchezza, la pace e la tutela ambientale non sono battaglie superate. Sono questioni che riguardano il modo in cui produciamo, consumiamo, lavoriamo e conviviamo. Devono essere affrontate senza contrapporre artificialmente i diritti sociali a quelli civili, o la protezione dell’ambiente alla dignità del lavoro.
La partecipazione, tuttavia, non può trasformarsi nella ricerca di un nuovo capo al quale delegare ogni responsabilità. Deve prevedere pluralismo, trasparenza, confronto e controllo democratico, anche all’interno dei partiti e delle organizzazioni che dichiarano di rappresentare gli interessi popolari.
La sfida dell’Italia, nell’ottobre 2026, è dunque ricostruire una cittadinanza attiva capace di trasformare il malcontento in proposte, le proposte in riforme e le riforme in miglioramenti misurabili della vita quotidiana.
Gramsci ci ricorda che nessuna classe sociale diventa dirigente senza conquistare capacità culturale, organizzazione e consenso. Per questo, chi non vota ma si lamenta non deve essere considerato un avversario: può diventare il punto di partenza di un nuovo impegno civile.
La democrazia non si esaurisce nell’urna elettorale. Continua nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri, nelle associazioni e nella possibilità di controllare chi esercita il potere.
Per cambiare davvero l’Italia, non basta chiedere ai cittadini di scegliere chi governerà. Bisogna permettere loro di partecipare alle decisioni che determineranno il futuro comune. Perché una società più giusta non nasce dall’attesa di qualcuno che la costruisca al nostro posto, ma dalla capacità di diventare, insieme, protagonisti del cambiamento.
Partecipare per cambiare l’Italia: da Gramsci alle nuove classi subalterne
📚 Tre libri per ripensare la democrazia e restituire voce ai cittadini
La partecipazione politica non può ridursi al voto periodico, né la democrazia può considerarsi pienamente realizzata quando una parte della popolazione si sente esclusa dalle decisioni che incidono sulla propria vita. Nell’Italia di ottobre 2026, il dibattito sulle disuguaglianze, sulla crisi della rappresentanza e sulla necessità di riforme sociali richiama una domanda fondamentale: come trasformare cittadini spesso disillusi in protagonisti consapevoli della vita pubblica?
Tre libri offrono prospettive complementari per affrontare questa questione: il pensiero di Antonio Gramsci sulle classi subalterne e sull’emancipazione culturale, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle istituzioni democratiche e gli strumenti della democrazia partecipativa. Letture utili per comprendere non soltanto le origini della disaffezione politica, ma anche le possibilità concrete di costruire una società più inclusiva, equa e responsabile.
📘 1. Quaderni del carcere. Antologia — Antonio Gramsci, a cura di Mario Di Vito
Il contenuto I Quaderni del carcere costituiscono uno dei contributi più importanti alla comprensione dei rapporti tra potere, cultura e società. Attraverso riflessioni sulla storia italiana, sugli intellettuali, sull’educazione e sull’organizzazione politica, Gramsci indaga le ragioni per cui alcuni gruppi sociali riescono a dirigere la società, mentre altri rimangono in una condizione di subalternità.
L’antologia curata da Mario Di Vito offre un percorso di lettura attraverso questo patrimonio teorico, rendendo accessibili temi fondamentali come l’egemonia culturale, il rapporto tra dirigenti e diretti e la formazione di una coscienza collettiva.
👉 Perché leggerlo Il valore di Gramsci, per chi riflette sulla democrazia contemporanea, consiste soprattutto nell’aver compreso che le disuguaglianze non si riproducono soltanto attraverso il controllo delle risorse economiche, ma anche attraverso la distribuzione diseguale della conoscenza e della capacità di influenzare le decisioni pubbliche.
Le classi subalterne non sono destinate a rimanere tali. Possono conquistare un ruolo dirigente se riescono a organizzarsi, costruire alleanze e sviluppare una visione condivisa dei problemi collettivi.
Questa prospettiva parla direttamente all’Italia di oggi: lavoratori precari, disoccupati, giovani, famiglie impoverite e cittadini esclusi dai processi decisionali hanno bisogno non soltanto di rappresentanti, ma anche di strumenti culturali e organizzativi per diventare protagonisti.
Leggere Gramsci significa quindi interrogarsi su come trasformare il malcontento in partecipazione consapevole, senza confondere la mobilitazione popolare con l’obbedienza a un leader. La sua lezione invita a costruire una democrazia nella quale le persone comprendano i propri diritti, sviluppino capacità critica e possano concorrere realmente alle scelte collettive.
📙 2. Ripensare la democrazia. Come l’intelligenza artificiale trasformerà la politica, i governi e la cittadinanza — Bruce Schneier e Nathan E. Sanders
Il contenuto Il volume affronta le trasformazioni che l’intelligenza artificiale può produrre nella politica, nella pubblica amministrazione, nelle campagne elettorali, nell’attività legislativa e nella giustizia. Gli autori esaminano tanto i rischi di manipolazione e concentrazione del potere quanto le opportunità offerte da strumenti capaci di rendere le istituzioni più accessibili ed efficienti.
👉 Perché leggerlo La partecipazione democratica si gioca ormai anche nello spazio digitale. Le tecnologie possono aiutare i cittadini a comprendere provvedimenti complessi, confrontare programmi politici, seguire l’attività degli amministratori e contribuire alle consultazioni pubbliche. Possono inoltre facilitare l’accesso alle informazioni per persone che incontrano ostacoli linguistici, geografici o legati alla disabilità.
Ma esiste il rischio opposto: sistemi automatizzati poco trasparenti, campagne di disinformazione, profilazione degli elettori e concentrazione delle infrastrutture digitali nelle mani di poche grandi imprese possono aggravare le disuguaglianze e indebolire l’autonomia dei cittadini.
Il libro aiuta a porre una domanda cruciale: chi controlla gli strumenti che possono influenzare le nostre decisioni politiche?
Per una democrazia che voglia coinvolgere giovani e cittadini lontani dalle istituzioni, non basta digitalizzare i servizi o moltiplicare le consultazioni online. Occorrono trasparenza, tutela dei dati personali, accessibilità e possibilità di contestare le decisioni automatizzate. E bisogna evitare che chi non dispone di una connessione adeguata o di competenze digitali venga escluso.
La tecnologia può rafforzare la partecipazione, ma non sostituisce il confronto umano, la responsabilità politica e il controllo democratico. Questo saggio è utile proprio perché invita a governare l’innovazione, invece di subirla.
📕 3. Democrazia partecipativa e governance — Cristina Gazzetta
Il contenuto Il volume analizza la crisi della rappresentanza e il progressivo distacco tra cittadini e istituzioni. Esamina i fondamenti della democrazia partecipativa, il rapporto con la rappresentanza tradizionale e le esperienze di diversi contesti europei, nordamericani e latinoamericani.
Un’attenzione particolare è dedicata alle assemblee cittadine, alle decisioni condivise e all’integrazione delle tecnologie digitali nei processi deliberativi.
👉 Perché leggerlo Questo libro affronta il problema più concreto sollevato dall’articolo: come passare dalla denuncia delle disuguaglianze alla costruzione di strumenti che consentano alle persone di incidere sulle politiche pubbliche.
La democrazia partecipativa non deve essere considerata un’alternativa assoluta alle elezioni e ai parlamenti. Può integrarli, rendendo le decisioni più trasparenti, informate e vicine alle esigenze delle comunità. Assemblee cittadine, consultazioni pubbliche ben progettate, bilanci partecipativi e percorsi di deliberazione possono offrire occasioni di confronto anche a chi non appartiene a partiti o organizzazioni consolidate.
Il punto decisivo è garantire che la partecipazione non sia soltanto simbolica. Se i cittadini vengono ascoltati, ma le loro osservazioni non ricevono risposte motivate e non producono conseguenze verificabili, la fiducia rischia di diminuire ulteriormente.
Il volume aiuta amministratori, studiosi, associazioni e cittadini a comprendere potenzialità e limiti di questi strumenti. È particolarmente utile per ragionare su come coinvolgere giovani, lavoratori precari, persone con redditi bassi e comunità periferiche, evitando che siano sempre i gruppi più istruiti e organizzati a occupare gli spazi pubblici.
La lezione è chiara: una partecipazione efficace richiede regole, inclusione, informazioni accessibili e responsabilità istituzionale.
Partecipare per cambiare l’Italia: da Gramsci alle nuove classi subalterne
Una lettura comune: dalla subalternità al protagonismo democratico
I tre libri delineano un percorso complementare. Gramsci aiuta a comprendere le radici culturali e sociali della subalternità; Schneier e Sanders mostrano come le tecnologie possano ridistribuire oppure concentrare il potere; Gazzetta approfondisce gli strumenti istituzionali attraverso cui la partecipazione può diventare pratica concreta.
Il loro messaggio comune è che una democrazia più giusta non nasce dalla sola indignazione, né può essere affidata esclusivamente alla competenza dei governanti. Ha bisogno di cittadini informati, organizzazioni autonome, istituzioni trasparenti e luoghi nei quali le persone possano discutere le priorità collettive.
In Italia, questo significa collegare la partecipazione a obiettivi misurabili: una sanità pubblica più efficiente e finanziata adeguatamente, una scuola inclusiva, salari dignitosi, maggiore sicurezza sul lavoro, pensioni adeguate, edilizia sociale, progressività fiscale, tutela ambientale e promozione della pace.
Il cambiamento richiede anche un impegno da parte di chi oggi si sente distante dalla politica. Non per attribuire ai singoli la responsabilità di problemi strutturali, ma per riconoscere che l’astensione e l’isolamento lasciano meno spazio alla voce di chi ha minori risorse economiche e relazionali.
La sfida è costruire una partecipazione capace di superare le divisioni senza cancellare il pluralismo, di criticare il potere senza rinunciare alle proposte e di trasformare i bisogni individuali in diritti collettivi. È in questo passaggio che la democrazia può tornare a essere uno strumento concreto di emancipazione.
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