Dal 1871 a oggi come le potenze dividono l’Europa
Dal 1871 all’Europa di oggi: quando le grandi potenze dividono il continente
L’asse tra Trump e Putin, la guerra in Ucraina e le nuove tensioni energetiche riaprono una questione antica: che cosa accade quando il destino dell’Europa viene deciso sopra la testa degli europei? La storia dell’unificazione tedesca insegna che gli equilibri continentali possono cambiare quando la diplomazia cede alla forza e le divisioni diventano uno strumento di potere.

Il fantasma del 1871 e la fragilità europea
Il 18 gennaio 1871, nella Galleria degli Specchi della reggia di Versailles, Guglielmo I di Prussia venne proclamato imperatore tedesco. Nasceva il Secondo Reich, al termine di un processo di unificazione costruito attraverso guerre, annessioni e calcoli diplomatici. Un evento che avrebbe trasformato profondamente l’equilibrio europeo e che, ancora oggi, offre una chiave di lettura per comprendere i rischi geopolitici del presente.
Il paragone con l’Europa contemporanea non deve diventare una sovrapposizione meccanica. La situazione attuale è profondamente diversa da quella ottocentesca: l’Unione Europea è un’organizzazione fondata su trattati, istituzioni comuni e cooperazione tra Stati democratici, non un impero in costruzione. Eppure, una lezione resta attuale: quando le potenze cercano di ridisegnare gli equilibri continentali senza un’Europa capace di parlare con una voce sola, il rischio è che siano gli interessi altrui a prevalere.
Nella metà dell’Ottocento, la cosiddetta Questione tedesca contrapponeva due progetti. La Grande Germania avrebbe riunito i territori tedeschi includendo l’Austria; la Piccola Germania, invece, avrebbe escluso Vienna, affidando alla Prussia la guida del nuovo Stato. Il Parlamento di Francoforte, nel 1848, tentò di realizzare l’unificazione attraverso una soluzione costituzionale e liberale, ma il progetto fallì anche perché Federico Guglielmo IV rifiutò la corona offertagli dall’assemblea.
La svolta arrivò con Otto von Bismarck, cancelliere prussiano dal 1862. La sua strategia, riassunta nella celebre formula «sangue e ferro», sostituì alla speranza di un’unificazione parlamentare la forza militare e il realismo diplomatico. La vittoria contro l’Austria nel 1866 e quella contro la Francia nel 1870 aprirono la strada alla nascita del Reich.
La Germania unificata divenne rapidamente una grande potenza industriale e militare. La Francia, sconfitta e privata dell’Alsazia e di parte della Lorena, maturò un profondo risentimento. Il nuovo equilibrio, invece di garantire una pace duratura, contribuì ad alimentare rivalità che avrebbero segnato la storia europea fino alla Prima guerra mondiale.
Perché la storia del 1871 minaccia l’Europa di oggi
Il pericolo non consiste nel fatto che la storia debba ripetersi esattamente, ma nel ritorno di una logica: le grandi potenze considerano il continente uno spazio da organizzare secondo i propri interessi, mentre gli Stati più piccoli e le istituzioni comuni rischiano di perdere capacità negoziale.
Nel 1871, l’unificazione tedesca fu il risultato di un progetto nazionale perseguito da una potenza militare in ascesa. Oggi, al contrario, il problema europeo è la difficoltà di trasformare il peso economico e demografico dell’Unione in un’autentica capacità politica e strategica. I singoli Paesi possono essere importanti, ma, quando agiscono separatamente, diventano più vulnerabili alle pressioni commerciali, energetiche e militari.
È qui che la vicenda ottocentesca assume un significato attuale. L’Europa non rischia necessariamente una nuova guerra di unificazione, ma può subire una progressiva marginalizzazione se altri decidono le condizioni della sua sicurezza, i rapporti con Mosca e le regole dei suoi scambi economici.
La lezione di Versailles riguarda anche il rapporto tra forza e legittimità. Un ordine costruito sulla subordinazione dei vicini può apparire stabile finché i rapporti di potere lo consentono, ma tende a generare risentimento, competizione e nuove crisi. Per questo la sicurezza europea non può fondarsi soltanto sul riarmo: richiede diplomazia, diritto internazionale, istituzioni credibili e una politica capace di prevenire i conflitti.
L’asse Trump-Putin che spaventa l’Unione Europea
Le divergenze tra Washington e Bruxelles, insieme alla disponibilità di Donald Trump a privilegiare accordi diretti con Vladimir Putin, rappresentano una fonte di preoccupazione per i governi europei. Non occorre immaginare un’alleanza formale tra i due presidenti per riconoscere il problema: è sufficiente che le loro iniziative, pur mosse da interessi differenti, finiscano per indebolire la capacità dell’Unione di agire come soggetto unitario.
Trump ha spesso privilegiato una concezione transazionale delle relazioni internazionali, nella quale sicurezza, commercio e alleanze vengono trattati come strumenti di negoziazione. Putin, da parte sua, ha interesse a ridurre la coesione occidentale e a ottenere rapporti più favorevoli con i singoli governi europei. Le loro strategie non sono necessariamente identiche, ma possono convergere in un risultato: un’Europa meno autonoma e più divisa.
Il punto decisivo è l’Ucraina. Se Washington concorda con Mosca condizioni energetiche, diplomatiche o militari senza un adeguato coinvolgimento europeo, l’Unione rischia di trovarsi davanti a decisioni che incidono direttamente sulla propria sicurezza senza aver contribuito a definirle.
La preoccupazione aumenta quando la pressione economica sulla Russia viene allentata mentre proseguono le ostilità. Nella dichiarazione riportata da Adnkronos il 10 ottobre 2026, l’Alta rappresentante europea Kaja Kallas ha contestato la sospensione statunitense delle sanzioni energetiche e l’accordo per la fornitura di diesel russo, sostenendo che maggiori entrate possono contribuire a finanziare la guerra. Ha inoltre annunciato l’intenzione dei ministri degli Esteri europei di approvare nuove misure contro l’apparato bellico russo.
La divergenza evidenzia un problema strutturale: gli Stati Uniti possono modificare rapidamente la propria linea politica, mentre gli europei devono conciliare interessi nazionali differenti e procedure decisionali comuni. Se questa distanza si amplia, Mosca può guadagnare spazio diplomatico e l’Europa può perdere influenza proprio sulle questioni che la riguardano più direttamente.
Tra Trump e Putin, quali rischi corre l’Unione Europea?
Il primo rischio è la divisione politica. Se i governi europei reagiscono in ordine sparso, alcuni cercando accordi privilegiati con Washington, altri puntando sulla riconciliazione con Mosca e altri ancora chiedendo una linea più dura, l’Unione perde potere contrattuale. La solidarietà europea diventa così il primo obiettivo da difendere.
Il secondo riguarda la sicurezza militare. Un eventuale ridimensionamento dell’impegno statunitense nella difesa europea costringerebbe i Paesi dell’Unione ad accelerare la costruzione di capacità comuni, dalla produzione di munizioni alla difesa aerea, dall’intelligence alla protezione delle infrastrutture strategiche. Senza coordinamento, il riarmo rischierebbe di moltiplicare le spese nazionali senza creare una vera autonomia.
Il terzo rischio è energetico ed economico. Tornare a dipendere eccessivamente dagli idrocarburi russi significherebbe esporsi nuovamente alla possibilità che le forniture diventino uno strumento di pressione politica. Al tempo stesso, una competizione commerciale con gli Stati Uniti e la Cina potrebbe penalizzare l’industria europea, già impegnata nella transizione energetica e tecnologica.
Il quarto pericolo è la guerra ibrida: attacchi informatici, disinformazione, sabotaggi e interferenze nei processi democratici possono alimentare sfiducia e conflitti interni senza ricorrere a uno scontro militare diretto. In questo scenario, la frammentazione politica non è soltanto una conseguenza delle pressioni esterne, ma può diventare il loro obiettivo.
Infine, esiste un rischio istituzionale. Se i cittadini percepiscono l’Unione come incapace di proteggere la pace, il lavoro e il benessere, cresce lo spazio per nazionalismi e forze che promettono soluzioni semplici a problemi complessi. Una democrazia che non riesce a garantire sicurezza e prospettive rischia di perdere consenso proprio quando avrebbe più bisogno di coesione.
L’alternativa europea: unità, autonomia e pace
La risposta non può consistere nell’imitare la politica di potenza dell’Ottocento. L’Europa non deve trasformarsi in un nuovo impero, né scegliere una contrapposizione permanente con gli Stati Uniti o con la Russia. Deve, piuttosto, essere capace di difendere i propri interessi senza rinunciare ai principi del diritto internazionale, alla tutela delle democrazie e alla ricerca di una pace giusta e duratura.
Questo richiede una politica estera più coordinata, una difesa europea credibile, una riduzione delle dipendenze strategiche e una maggiore capacità di decisione comune. Significa anche distinguere tra il dialogo diplomatico, indispensabile per fermare le guerre, e la concessione di vantaggi che potrebbero incoraggiare nuove aggressioni.
La storia del 1871 ricorda che l’ordine europeo non è mai garantito per sempre. Può cambiare quando una potenza trova il momento favorevole e i suoi vicini non riescono a coordinarsi. Ma insegna anche che la forza, da sola, non costruisce una pace stabile.
La vera scelta dell’Europa è tra essere protagonista del proprio destino o diventare il terreno sul quale altri si contendono il potere. Se Trump e Putin cercano vantaggi attraverso rapporti bilaterali e divisioni, la risposta più efficace non sarà la paura, bensì un’Unione capace di decidere, negoziare e agire insieme. Non «sangue e ferro», dunque, ma democrazia, cooperazione e responsabilità: è questa la differenza che l’Europa deve saper difendere tra il 1871 e il mondo di oggi.
Dal 1871 a oggi come le potenze dividono l’Europa
📚 Cinque libri per capire la guerra segreta contro l’Europa, da Bismarck a Trump e Putin
L’Europa si trova davanti a una trasformazione degli equilibri internazionali che non riguarda soltanto la guerra in Ucraina, le alleanze militari o le forniture energetiche. È in gioco la capacità delle democrazie europee di difendere la propria autonomia politica in un mondo nel quale le grandi potenze cercano di imporre interessi nazionali, ridefinire le regole e sfruttare le divisioni altrui.
Per comprendere questa fase storica, è utile mettere in relazione il presente con il passato. L’unificazione tedesca del 1871 dimostra come una strategia fondata sulla forza e sulla Realpolitik possa ridisegnare l’ordine continentale. La competizione tra Stati Uniti e Russia, invece, solleva interrogativi sul futuro della sicurezza europea, sulla tenuta delle istituzioni democratiche e sulla possibilità di costruire un sistema internazionale meno dipendente dalla volontà dei singoli leader.
I cinque libri seguenti offrono prospettive complementari: dall’informazione geopolitica all’analisi storica, dalla crisi dell’Occidente al rapporto tra autoritarismo e democrazia. Letti insieme, aiutano a distinguere i fatti dalle interpretazioni e a interrogarsi sulle scelte necessarie per un’Europa più consapevole e autonoma.
📘 1. La guerra segreta. Putin e Trump contro l’Europa — Antonio Talia
La guerra ibrida e le vulnerabilità delle democrazie europee
Un’inchiesta giornalistica che esplora le operazioni clandestine, le interferenze politiche e le pressioni economiche e tecnologiche che possono minacciare la coesione dell’Unione Europea.
Il contenuto. Antonio Talia ricostruisce un conflitto che non si combatte soltanto sui campi di battaglia. L’indagine affronta i presunti finanziamenti a organizzazioni antieuropee, le attività di intelligence, le interferenze nei sistemi GPS, i droni non identificati, le navi fantasma, i sabotaggi e gli attacchi informatici. Il quadro comprende anche le campagne di disinformazione e il possibile reclutamento di intermediari attraverso i social network.
Il libro esamina il ruolo attribuito ai servizi segreti russi, tra cui FSB, GRU e SVR, e si interroga sulle convergenze tra gli interessi del Cremlino e alcune componenti del movimento politico MAGA negli Stati Uniti. La tesi investigativa è che la destabilizzazione europea possa passare anche attraverso la polarizzazione politica, la manipolazione dell’informazione e l’indebolimento delle istituzioni comuni.
👉 Perché leggerlo. È il volume più direttamente collegato al tema dell’articolo. Aiuta a capire perché la sicurezza europea non coincida esclusivamente con la protezione dei confini o con il numero di soldati disponibili.
Un attacco informatico, una campagna di disinformazione o una dipendenza economica strategica possono compromettere la capacità di un Paese di prendere decisioni autonome. Se queste pressioni alimentano divisioni tra gli Stati membri, diventano ancora più efficaci.
Il libro invita anche a interrogarsi sul rapporto tra Washington e Mosca: esiste una convergenza di interessi contro l’integrazione europea? E quali prove consentono di distinguere una strategia coordinata da una semplice coincidenza di obiettivi politici? Sono domande da affrontare con attenzione, verificando le evidenze e distinguendo le ricostruzioni dell’autore dai fatti accertati.
La lettura è consigliata a chi vuole comprendere le nuove forme di conflitto e riflettere su come proteggere il pluralismo democratico senza trasformare ogni dissenso politico in un sospetto di interferenza straniera.
📙 2. Liberi tutti? Rapporto ISPI 2026 — Alessandro Colombo e Paolo Magri (a cura di)
Rapporto annuale ISPI · 2026
La crisi delle regole internazionali e il ritorno della politica di potenza
Il rapporto analizza un ordine mondiale sempre più instabile, nel quale le alleanze si fanno incerte, la diplomazia è spesso usata come strumento di pressione e le istituzioni multilaterali faticano a garantire regole condivise.
Il contenuto. Il volume affronta la trasformazione dell’ordine internazionale dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. I contributi esaminano la difesa, il diritto internazionale, il commercio, la finanza, il dollaro, le criptovalute, l’energia, la crisi climatica e la competizione tecnologica. Una parte è dedicata agli effetti della nuova politica statunitense, alla guerra in Ucraina, al Medio Oriente e alle sfide dell’intelligenza artificiale. La conclusione di Mario Monti è incentrata sul ruolo dell’Europa nell’era di Trump.
👉 Perché leggerlo. Il rapporto offre una visione complessiva delle vulnerabilità europee. Permette di collegare questioni spesso trattate separatamente: il costo della difesa, le dipendenze energetiche, le tensioni commerciali e la perdita di efficacia delle regole internazionali.
La sua utilità sta anche nel mostrare che il problema non è soltanto la politica di un singolo presidente. Il sistema multilaterale attraversa una crisi più profonda, alimentata dalla competizione tra grandi potenze e dalla difficoltà di trovare accordi su interessi fondamentali.
Per l’Europa, la domanda centrale è come evitare che la ricerca di accordi bilaterali tra le potenze la riduca a semplice spettatrice. Il rapporto aiuta a valutare il significato dell’autonomia strategica: non necessariamente una rottura con gli Stati Uniti, ma la capacità di partecipare alle decisioni internazionali con interessi chiari, strumenti adeguati e una posizione comune.
È una lettura particolarmente indicata per giornalisti, studenti, amministratori e cittadini che vogliono comprendere la geopolitica senza fermarsi agli annunci dei governi.
📕 3. Ferro, Sangue e Realpolitik: Otto von Bismarck e la nascita della Germania (1815–1871) — Anneliese Morgenstern
Saggio storico
L’unificazione tedesca e la politica della forza
Il titolo richiama il processo storico che portò alla nascita dell’Impero tedesco nel 1871 e il ruolo centrale svolto dal cancelliere prussiano Otto von Bismarck.
Il contenuto. Il tema è uno dei passaggi fondamentali della storia europea contemporanea: la trasformazione di una pluralità di Stati tedeschi in una potenza unificata, attraverso diplomazia, guerre e calcoli strategici.
Dopo il fallimento dei tentativi liberali del 1848, Bismarck perseguì l’unificazione sotto la guida della Prussia. La guerra contro la Danimarca del 1864, la vittoria sull’Austria nel 1866 e quella sulla Francia nel 1870-1871 furono tappe decisive. Il 18 gennaio 1871, a Versailles, Guglielmo I venne proclamato imperatore tedesco.
La Realpolitik indica un approccio alla politica fondato sulla valutazione concreta dei rapporti di forza e degli interessi dello Stato. Nel caso di Bismarck, la diplomazia non fu abbandonata: venne combinata con l’impiego della forza militare per isolare gli avversari e raggiungere obiettivi strategici.
👉 Perché leggerlo. La vicenda di Bismarck permette di comprendere perché il 1871 sia un riferimento importante per discutere l’Europa di oggi. L’unificazione tedesca modificò l’equilibrio continentale, ridimensionò l’Austria e lasciò alla Francia una ferita politica e territoriale destinata a pesare sui rapporti europei.
La lezione non è che ogni grande potenza debba necessariamente diventare aggressiva, né che l’Unione Europea sia paragonabile al Reich. È piuttosto che un cambiamento radicale degli equilibri può verificarsi quando una potenza persegue una strategia coerente e gli altri attori non riescono a costruire una risposta comune.
Questo precedente aiuta a interrogarsi sui rapporti odierni tra Stati Uniti, Russia e Unione Europea. Le pressioni esterne diventano più efficaci quando gli Stati europei difendono interessi divergenti, mentre una cooperazione politica solida permette di negoziare da una posizione più forte.
Nota bibliografica: non ho trovato riscontri catalografici sufficientemente affidabili per confermare l’edizione e i contenuti specifici del volume attribuito ad Anneliese Morgenstern. La descrizione qui proposta riguarda quindi il tema storico indicato dal titolo, non una verifica del testo integrale.
📕 4. Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente — Amitav Acharya, traduzione di Chiara Rizzo
Un ordine mondiale oltre l’egemonia occidentale
Un saggio che mette in discussione l’idea che la cooperazione internazionale e le regole tra Stati siano un’esclusiva della civiltà occidentale.
Il contenuto. Amitav Acharya ripercorre cinquemila anni di storia globale, dalle antiche civiltà della Mesopotamia e dell’Egitto all’India, alla Grecia, all’Africa e agli imperi eurasiatici. Attraverso questa ricostruzione, mostra che forme di cooperazione, interdipendenza economica e norme di convivenza internazionale si sono sviluppate in numerose aree del pianeta, ben prima dell’affermazione dell’Occidente moderno.
La tesi principale è che il declino relativo della supremazia occidentale non implichi necessariamente la fine dell’ordine mondiale. Può invece favorire un sistema multipolare, nel quale nuove potenze partecipino maggiormente alla definizione delle regole comuni.
👉 Perché leggerlo. Il libro offre una prospettiva indispensabile per evitare che la crisi dell’egemonia occidentale venga interpretata esclusivamente come una minaccia.
Per l’Europa, abituata a considerare gli Stati Uniti il principale garante della propria sicurezza, l’ascesa di nuove potenze rappresenta una sfida concreta. Tuttavia, rispondere al cambiamento soltanto attraverso il confronto militare o la contrapposizione tra blocchi rischia di restringere lo spazio della diplomazia.
Acharya invita a riconoscere che un ordine internazionale stabile deve coinvolgere attori diversi e distribuire responsabilità, senza rinunciare ai principi fondamentali del diritto e della cooperazione.
La lettura è utile anche per distinguere l’autonomia europea dall’isolamento: essere autonomi significa poter scegliere le proprie alleanze, difendere i propri interessi e partecipare alla costruzione delle regole globali, non sottrarsi al dialogo con il resto del mondo.
📕 5. Imperi allo specchio. Dovevamo cambiare la Russia. La Russia ha cambiato noi — Federico Fubini
Quando le fragilità della Russia riemergono in Occidente
Un’indagine sulle illusioni della transizione post-sovietica e sulle somiglianze tra l’evoluzione politica russa e alcune tendenze delle democrazie occidentali.
Il contenuto. Fubini prende le mosse da una lettera di Jurij Andropov, nella quale veniva prevista la crisi del sistema sovietico, per ricostruire il passaggio dall’Unione Sovietica alla Russia contemporanea. Il libro analizza le speranze suscitate dalla transizione al capitalismo, le difficoltà economiche e sociali degli anni successivi e la progressiva concentrazione del potere politico ed economico.
L’autore propone poi un confronto tra la Russia di Putin e gli Stati Uniti di Donald Trump, interrogandosi su come l’oligarchia, gli interessi economici concentrati e la subordinazione delle istituzioni possano mettere sotto pressione la democrazia liberale. Il risultato è una riflessione sulle responsabilità occidentali e sui limiti dell’idea che il mercato, da solo, sia sufficiente a garantire libertà politica.
👉 Perché leggerlo. Il libro aggiunge una dimensione interna alla questione geopolitica: la solidità dell’Europa dipende anche dalla qualità delle sue democrazie.
Un continente può possedere risorse economiche, istituzioni comuni e capacità tecnologiche, ma diventare vulnerabile se aumentano le disuguaglianze, si indebolisce la fiducia pubblica e il potere si concentra in gruppi ristretti.
Il confronto tra Russia e Stati Uniti non implica che i due sistemi siano identici. Serve, piuttosto, a riconoscere segnali di deterioramento istituzionale che possono manifestarsi in contesti differenti.
Per l’Unione Europea, la lezione è duplice: difendersi dalle pressioni esterne e, contemporaneamente, proteggere lo Stato di diritto, la libertà di informazione e la responsabilità democratica dei governi. Senza queste garanzie, anche una politica estera ambiziosa rischia di perdere il proprio fondamento.
Quale percorso di lettura scegliere?
I cinque volumi possono essere letti come un percorso in tre tappe:
- La storia delle potenze: il libro su Bismarck permette di capire come la forza militare e la diplomazia abbiano trasformato l’Europa nell’Ottocento.
- La crisi geopolitica del presente: il Rapporto ISPI e l’inchiesta di Antonio Talia affrontano le tensioni contemporanee, le guerre ibride e la vulnerabilità delle istituzioni europee.
- Il futuro dell’ordine mondiale e della democrazia: Acharya e Fubini ampliano lo sguardo, rispettivamente sul pluralismo internazionale e sulle fragilità politiche dell’Occidente.
La conclusione che emerge da queste letture è che l’Europa non può permettersi né l’ingenuità di ignorare le strategie delle grandi potenze né l’errore di considerare inevitabile un nuovo scontro tra imperi.
La sfida consiste nel costruire una capacità comune di difesa e di decisione politica, contrastare le interferenze sulla base di prove verificabili, mantenere aperta la diplomazia e proteggere le istituzioni democratiche. La lezione del 1871 non è che la forza debba prevalere, ma che le divisioni possono cambiare il destino di un continente.
L’Europa sarà più sicura non quando saprà soltanto reagire alle mosse di Trump e Putin, ma quando sarà in grado di definire insieme la propria strategia, difendere i propri principi e contribuire attivamente alla costruzione della pace.
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