Il conflitto israelo-palestinese: la ferita aperta del Novecento
Il conflitto israelo-palestinese: la ferita aperta del Novecento
Il 14 luglio 2024 non è una data qualunque nel calendario politico e storico del mondo: è un giorno che, mentre in Europa si celebrano gli ideali della Rivoluzione francese, in Medio Oriente si continua a piangere per una tragedia che non trova fine. A Gaza, la devastazione causata dalla rappresaglia israeliana successiva all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha raggiunto livelli tali da essere ormai definita da molte organizzazioni internazionali come “una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia recente”. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, il sistema sanitario è collassato, l’accesso a cibo e acqua è diventato una questione di vita o di morte. In questo scenario apocalittico, la storia riemerge prepotente: non si può capire ciò che accade oggi senza tornare indietro al 1948.

Nel maggio di quell’anno nacque ufficialmente lo Stato di Israele. Ma con esso nacque anche la Nakba, la “catastrofe” in arabo, che vide circa 750.000 palestinesi – non 250.000 come a volte riportato in forma riduttiva – espulsi o costretti a fuggire dalle loro terre. La narrazione ufficiale israeliana ha a lungo sostenuto che i palestinesi se ne andarono spontaneamente, spinti da ordini dei leader arabi, per poi non poter più tornare. Ma studi successivi, supportati da documenti desecretati negli anni Ottanta, hanno dimostrato che l’esodo palestinese fu in molti casi provocato da attacchi deliberati, minacce, e vere e proprie campagne di pulizia etnica.
Tra i protagonisti di quel processo vi fu David Ben Gurion, il “padre fondatore” dello Stato ebraico, che già negli anni Trenta aveva immaginato un futuro Israele “senza arabi”. Il piano non venne mai dichiarato pubblicamente in modo trasparente, ma gli eventi del 1948 – tra cui i massacri di villaggi come Deir Yassin – testimoniano una strategia ben precisa: assicurare una maggioranza ebraica mediante lo svuotamento etnico della popolazione palestinese.
Definire questi eventi come una pulizia etnica ha implicazioni gravissime: non solo ribalta la narrazione consolidata dell’unica “democrazia del Medio Oriente”, ma apre la porta a una lettura giuridica internazionale che potrebbe, in linea teorica, configurare crimini contro l’umanità. È questo il “peccato originale” che, finché non verrà riconosciuto da Israele e dalla comunità internazionale, renderà impossibile qualsiasi pace autentica.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha colpito con brutale violenza civili israeliani, è stato giustamente condannato. Ma il contesto storico non può essere ignorato. Hamas nasce nel 1987 in un ambiente di occupazione, umiliazione e assenza di prospettive. E mentre il mondo ha inorridito per l’attacco, la risposta israeliana – con bombardamenti massicci, uso di armi al fosforo, blocchi umanitari e migliaia di vittime civili – ha risvegliato l’accusa, da più fronti, di azioni genocidarie.
La storia di questo conflitto, tuttavia, non inizia nel 1948. Risale al 1882, quando i primi coloni sionisti arrivarono nella Palestina ottomana, sostenuti dall’ideologia del sionismo coloniale, un movimento che aspirava a fondare uno Stato ebraico in una terra già abitata da un’altra popolazione. Nacque così una logica di espulsione e sostituzione che ha continuato a ripetersi nei decenni: dalle confische di terre agli insediamenti illegali in Cisgiordania, dall’assedio permanente di Gaza alla costruzione del Muro dell’Apartheid, come definito dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel 2004.
Oggi, nel 2024, la soluzione dei due Stati appare un’illusione sbiadita. L’occupazione è diventata annessione de facto, la Cisgiordania è spezzata da checkpoint e colonie, Gaza è una prigione a cielo aperto e Gerusalemme è il campo di battaglia ideologico e religioso per eccellenza.
L’unica strada ancora percorribile sembra essere quella di una soluzione binazionale, fondata sull’uguaglianza dei diritti per tutti gli abitanti della Palestina storica, senza discriminazioni etniche o religiose. Ma per arrivarci, serve prima di tutto una presa di coscienza: non può esserci riconciliazione senza verità, non ci sarà pace senza giustizia.
Questa verità storica non serve a “dare ragione” a una parte o all’altra, ma a permettere un dialogo reale, oltre i muri della propaganda. È solo con un’onesta ricostruzione dei fatti che si può immaginare un futuro diverso. Perché finché i fantasmi del 1948 continueranno a camminare tra le macerie di Gaza e le strade militarizzate di Ramallah, ogni cessate il fuoco sarà solo un fragile intermezzo prima del prossimo capitolo di sangue.
Il mondo ha la responsabilità morale – e politica – di abbandonare l’ipocrisia e il doppio standard. Non si può difendere la legalità internazionale solo quando conviene. Non si può chiedere ai palestinesi di rinunciare alla violenza senza garantire loro diritti, dignità, sovranità.
Il 14 luglio 2024 ci ricorda che la libertà, l’uguaglianza e la fraternità non possono valere solo per alcuni. E che la vera pace, in Israele e Palestina, comincerà solo quando ci sarà una memoria condivisa, una giustizia riparativa e una pari umanità riconosciuta a entrambi i popoli. Solo allora si potrà chiudere il capitolo aperto nel 1948. E scrivere, finalmente, un futuro diverso.
Il conflitto israelo-palestinese: la ferita aperta del Novecento
Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano con profondità e rigore il conflitto israelo-palestinese, la Nakba, la questione della memoria storica e i crimini di guerra, compreso il periodo attuale:
1. La pulizia etnica della Palestina
Autore: Ilan Pappé
Editore: Fazi Editore
Anno: Ultima edizione italiana aggiornata 2023
Lingua originale: Inglese (The Ethnic Cleansing of Palestine)
📘 Perché leggerlo:
Ilan Pappé, storico israeliano antisionista, ricostruisce minuziosamente il progetto sistematico di espulsione della popolazione araba dalla Palestina nel 1948. Utilizza fonti militari israeliane desecretate per mostrare che la Nakba non fu un effetto collaterale della guerra, ma un piano deliberato. Il libro è una pietra miliare per chi vuole comprendere il “peccato originale” dello Stato d’Israele.
2. Gaza. Una indagine sulla sua martirizzazione
Autore: Norman Finkelstein
Editore: Zambon Editore
Anno: 2021
Lingua originale: Inglese (Gaza: An Inquest into Its Martyrdom)
📘 Perché leggerlo:
Finkelstein, studioso ebreo americano, critica duramente le politiche israeliane e l’assuefazione della comunità internazionale ai crimini commessi contro Gaza. Analizza nel dettaglio le operazioni militari come “Piombo Fuso” e i report ONU, tra cui quello del giudice Goldstone, per denunciare l’impunità di Israele. Scomodo ma fondamentale.
3. Palestina. Una storia di quattro popoli in conflitto
Autore: Jean-Pierre Filiu
Editore: Einaudi
Anno: 2020
Lingua originale: Francese (Le miroir de Damas, poi ampliato come Histoire de la Palestine)
📘 Perché leggerlo:
Filiu è uno storico e orientalista francese. In questo libro offre una visione storica ampia e accessibile del conflitto, dalla fine dell’Impero Ottomano all’attualità. Integra le narrazioni arabe, israeliane e occidentali in un’unica cornice critica. Utile per chi cerca un punto di partenza documentato ma non estremista.
🔎 Bonus consigli di lettura (brevi):
- “Storia della Palestina” di Sandro Moiso (Alegre)
- “Nel nome della sicurezza. Israele e la colonizzazione della Palestina” di Jeff Halper
- “I miei occhi su Gaza” di Vittorio Arrigoni
Il conflitto israelo-palestinese: la ferita aperta del Novecento

Il conflitto israelo-palestinese: la ferita aperta del Novecento
Un-anno-dallattacco-di-Hamas
Studenti USA
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