Gaza – Guerra che non finisce mai: fame, paura e illusioni di pace
Gaza – Guerra che non finisce mai: fame, paura e illusioni di pace
23 Ottobre 2025. Nelle strade polverose di Gaza, tra macerie che ricordano più un paesaggio lunare che un quartiere abitato, la parola “cessate il fuoco” suona come una beffa. Sì, le bombe si sono fermate. Ma la guerra – quella silenziosa, quella che si combatte con la fame, con la sete, con la paura – continua. Mentre il mondo si distrae e la cronaca internazionale sposta altrove i riflettori, la popolazione palestinese sopravvive in condizioni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce “disumane”.
Gaza – Guerra che non finisce mai: fame, paura e illusioni di pace

Secondo i dati diffusi pochi giorni fa, oltre 15.000 persone hanno urgente bisogno di cure mediche. Solo 41 pazienti sono stati evacuati nelle ultime 24 ore. Gli altri aspettano, senza elettricità, senza medicine, spesso senza più speranza. Il valico di Rafah, unico respiro verso l’Egitto, resta chiuso. Il cibo scarseggia, l’acqua potabile è un lusso. In molte aree, le famiglie riescono a bere solo ogni due giorni.
Eppure, ufficialmente, la guerra è “sospesa”.
La fame come arma
La Corte Internazionale di Giustizia è stata chiara: Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo legale e morale di garantire l’ingresso di beni di prima necessità. Ma gli aiuti restano intrappolati ai confini, bloccati da controlli, cavilli, sospetti. Le ONG denunciano che “la fame viene usata come metodo di guerra”. E in questa guerra invisibile, le vittime non hanno voce.
Dall’inizio del conflitto, almeno 68.280 palestinesi sono morti. Un numero che dovrebbe scuotere il mondo, ma che sembra ormai ridotto a una statistica sterile. In Israele, 1.139 persone hanno perso la vita negli attacchi del 7 ottobre 2023, e circa 200 sono state fatte prigioniere. Le ferite – fisiche, politiche, morali – non si sono mai rimarginate.
Nel frattempo, il dibattito internazionale si accende su un nuovo fronte: l’annessione della Cisgiordania. Il parlamento israeliano ha approvato una mozione simbolica, ma il presidente americano Donald Trump e il suo vicepresidente J.D. Vance hanno dichiarato con forza che “non accadrà”. Parole che, nel linguaggio diplomatico, suonano come una minaccia velata.
Gaza come specchio del mondo
Questa ennesima crisi umanitaria non è solo una tragedia locale. È uno specchio del mondo contemporaneo, delle sue ipocrisie, delle sue paure. La globalizzazione avrebbe dovuto renderci più uniti, più empatici, più pronti ad agire contro l’ingiustizia. E invece, sembra averci anestetizzato.
Le immagini dei bambini senza casa scorrono sugli schermi dei nostri smartphone accanto a pubblicità di lusso e a video ironici. L’indignazione dura il tempo di un clic, poi arriva la prossima notizia, la prossima emergenza. In questa indifferenza, la “macchina della vergogna” – per citare il titolo di un recente saggio sulla cultura dell’umiliazione digitale – trova terreno fertile. Gaza, come tante altre guerre dimenticate, è diventata un contenuto da scorrere, non una causa da abbracciare.
Eppure, le domande restano: come è possibile che tutto questo accada ancora? Come può il mondo tollerare che, nel 2025, si usi la fame come strumento politico?
Le radici del conflitto: potere, paura, ideologia
La risposta, forse, sta nella storia e nella psicologia collettiva dei popoli. Ogni guerra nasce da una combinazione tossica di paura, potere e ideologia. Israele teme per la sua sicurezza, un’ansia esistenziale nata con la sua stessa fondazione. Hamas, dal canto suo, sfrutta la disperazione per rafforzare il proprio controllo, alimentando una narrativa di resistenza che si nutre di martiri e rabbia.
Ma la tragedia di Gaza è anche figlia di un’inerzia internazionale. Le potenze mondiali oscillano tra dichiarazioni di principio e calcoli strategici. Gli Stati Uniti non possono permettersi di abbandonare Israele, ma neppure di alienarsi completamente il mondo arabo. L’Europa, schiacciata dalle crisi interne e dal fantasma dell’immigrazione, preferisce tacere.
E così, si perpetua la spirale della violenza. Ogni generazione cresce con nuove ferite, nuovi lutti, nuove ragioni per odiare. È una storia che si ripete, mutando forma ma non sostanza: l’uomo, ancora oggi, fatica a concepire la pace come un progetto politico concreto.
Gaza come simbolo universale
Guardando a Gaza, si può leggere qualcosa di più ampio: la crisi della compassione globale. Le democrazie occidentali, così attente a difendere i diritti civili al proprio interno, sembrano cieche di fronte a tragedie che non minacciano direttamente i loro confini. Il diritto internazionale è invocato a giorni alterni, a seconda della convenienza.
Forse Dostoevskij, con i suoi “demoni” interiori, avrebbe capito bene tutto questo: l’uomo moderno continua a essere posseduto dall’idea del potere, dalla convinzione di avere “ragione”. I leader – da Putin a Netanyahu, da Biden a Trump – si muovono su uno scacchiere dove la morale è solo un pezzo sacrificabile.
E mentre le grandi potenze si contendono il controllo geopolitico del Medio Oriente, la popolazione civile paga il prezzo più alto. Bambini senza scuola, madri senza pane, anziani senza medicine. Ogni giorno, una lenta agonia che si consuma sotto il sole, lontano dai riflettori.
Uscire dal ciclo dell’umiliazione
Ma non tutto è perduto. Ci sono ancora operatori umanitari che resistono, medici che rischiano la vita per curare, giornalisti che raccontano senza paura. Sono loro la vera speranza: uomini e donne che, contro ogni logica, continuano a credere che la dignità non sia un lusso, ma un diritto universale.
Forse la vera domanda, oggi, non è perché tutto questo accade ancora. Ma perché noi continuiamo a permetterlo.
Finché la fame sarà un’arma, la vergogna un business, e la verità una merce rara, Gaza resterà non solo una ferita del Medio Oriente, ma una ferita dell’umanità intera.
Gaza – Guerra che non finisce mai: fame, paura e illusioni di pace
5 libri consigliati in italiano (o tradotti) che approfondiscono il tema della guerra, della crisi morale globale e della disinformazione.
1 Sognando Palestina – Randa Ghazy: Un punto di vista letterario ma forte sulla realtà palestinese, utile per comprendere la dimensione umana e civile della guerra in Medio Oriente.
2 Bugie di guerra. La disinformazione russa dall’Unione Sovietica all’Ucraina – Bigazzi/Fertilio/Germani: Saggio che analizza le tecniche di disinformazione russe, essenziale per capire come la “guerra dell’informazione” si intreccia ai conflitti tradizionali.
3 Disinformazione. Combattere la verità e proteggere la democrazia – Lee McIntyre: Un testo più generale ma molto attuale su come la disinformazione minaccia le democrazie — complemento utile ai saggi geopolitici.
4 Nemici e vicini. Arabi ed ebrei in Palestina e Israele – Ian Black: Un panorama storico e politico della questione israelo-palestinese; aiuta a collocare la tragedia umanitaria in Gaza nel contesto più ampio.
5 Misure attive. Storia segreta della disinformazione – Thomas Rid: Approfondisce la “guerra cognitiva”, utile per comprendere come la manipolazione dell’informazione si integra nei conflitti moderni.
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