La vendetta divide distrugge: Kanun in un mondo di guerre
La vendetta divide distrugge: Kanun in un mondo di guerre
Settembre 2025. Nel mondo i focolai di guerra sembrano moltiplicarsi come incendi in un’estate secca: la Russia continua a bombardare in Ucraina, il Medio Oriente vive ancora nell’incubo della violenza dopo l’offensiva di Hamas e la risposta israeliana, l’Africa è attraversata da colpi di Stato e conflitti dimenticati, mentre in Europa e in America le guerre non armate — quelle economiche, sociali, culturali — scavano fratture profonde. In questo scenario, parlare di pace sembra quasi un lusso retorico, eppure mai come oggi è urgente farlo.

Per comprendere come l’umanità possa uscire da questa spirale di odio, vale la pena guardare a un antico codice che, pur appartenendo a un’altra epoca, porta con sé insegnamenti universali: il Kanun, il diritto consuetudinario albanese che per secoli ha regolato la vita nelle montagne del nord dell’Albania. Tra i suoi precetti più noti vi è l’obbligo della gjakmarrja, la vendetta di sangue: se qualcuno veniva ucciso, i parenti maschi fino al terzo grado dell’assassino diventavano bersagli legittimi. Un meccanismo che ha imprigionato famiglie intere in cicli infiniti di violenza, generando dolore su dolore, senza mai ricomporre le fratture.
La logica del Kanun non è poi così lontana da quella che osserviamo oggi in politica internazionale: all’attacco risponde un contrattacco, alla violenza segue altra violenza, e ciascuno si percepisce come vittima legittimata a reagire. È il linguaggio della vendetta, travestito da difesa o da sicurezza nazionale. Ma il risultato è lo stesso che vedevamo nei villaggi albanesi: comunità divise, vite spezzate, generazioni cresciute nell’odio.
La lezione del Kanun per l’oggi
Guardare al Kanun con occhio critico ci ricorda che la vendetta non costruisce, ma distrugge. La vendetta divide. Allo stesso tempo, ci insegna quanto sia difficile per una società liberarsi da un codice che, pur ingiusto, sembra dare ordine e stabilità. Non diversamente oggi gli Stati, intrappolati in logiche geopolitiche, faticano a immaginare un’alternativa alla forza militare.
La pace non è semplicemente l’assenza di guerra, ma un processo politico e culturale che richiede investimenti, coraggio e una visione di lungo termine. Significa interrompere la catena della vendetta — non con la rassegnazione, ma con la costruzione di percorsi di riconciliazione, giustizia e convivenza.
Italia ed Europa: spettatori o protagonisti?
In Italia, il dibattito sulla pace rischia spesso di ridursi a slogan contrapposti: “con gli aggrediti” o “contro gli aggressori”. Ma un Paese che ha fatto della diplomazia multilaterale una delle sue forze storiche non può limitarsi al ruolo di spettatore. L’Europa stessa si trova di fronte a un bivio: accettare la logica della deterrenza militare come unica garanzia di stabilità, oppure rilanciare il suo modello di “soft power”, fondato sul diritto internazionale, la cooperazione e il sostegno alle istituzioni democratiche.
La domanda è cruciale: in un mondo sempre più polarizzato, l’Europa vuole essere un continente che rafforza la spirale della vendetta, o che propone strade alternative?
Pace come investimento, non come utopia
Gli esempi non mancano. Dopo decenni di guerra civile, la Colombia ha intrapreso un faticoso percorso di riconciliazione con gli accordi di pace del 2016. Non perfetto, non lineare, ma dimostrazione che anche cicli di violenza apparentemente infiniti possono essere spezzati. In Sudafrica, la Commissione per la verità e la riconciliazione guidata da Nelson Mandela e Desmond Tutu ha mostrato che è possibile affrontare il passato senza soccombere alla logica della vendetta.
Se in Italia e in Europa la parola pace sembra troppo fragile, forse è perché manca una narrazione capace di renderla concreta. Parlare di pace significa parlare di scuola e di educazione civica, perché i cittadini di domani siano immuni alla retorica dell’odio. Significa parlare di economia, perché senza sviluppo e riduzione delle disuguaglianze ogni conflitto resta una miccia pronta ad accendersi. Significa parlare di giustizia internazionale, perché senza regole condivise il mondo resta ostaggio dei più forti.
Dal codice della vendetta al codice della convivenza
Il Kanun, per secoli, ha garantito una sorta di ordine basato sulla paura della vendetta. Oggi serve un nuovo “codice”, non scritto nelle montagne, ma nei trattati internazionali e nei cuori delle persone: un codice della convivenza.
Questo codice dovrebbe avere pilastri chiari: la dignità umana come bene supremo, la tutela dei diritti delle minoranze, la protezione dei civili in guerra, l’uguaglianza di genere, il diritto all’educazione e alla salute come basi di una società giusta. Non è utopia: sono principi che l’umanità ha già scritto nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Ciò che manca è il coraggio politico di applicarli sempre, senza eccezioni.
Una scelta che riguarda tutti
Di fronte ai conflitti che scuotono il pianeta, la tentazione è quella di sentirsi impotenti. Eppure, la pace comincia anche dai gesti quotidiani: dal rifiuto dell’odio nei discorsi pubblici, dalla solidarietà con chi fugge dalle guerre, dalla costruzione di comunità inclusive. È un processo che non riguarda solo i leader, ma ogni cittadino.
Se il Kanun ci mostra la prigione della vendetta, la storia ci indica la via dell’incontro. Il futuro dipenderà dalla nostra capacità di scegliere quale codice seguire: quello antico della divisione, o uno nuovo che unisca nella diversità.
In un mondo attraversato da conflitti, serve il coraggio di immaginare la pace non come un’utopia, ma come un progetto politico, sociale e culturale. Perché la vendetta divide sempre, ma la giustizia e la riconciliazione possono ancora unire.
La vendetta divide distrugge: Kanun in un mondo di guerre
Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che esplorano il tema della pace, della riconciliazione e della costruzione di società durature — con un testo recente incluso:
1. Le parole della pace. 1987–2023 – Andrea Riccardi
Una raccolta essenziale che riunisce riflessioni, discorsi e testimonianze del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, protagonista dei dialoghi interreligiosi e delle giornate mondiali per la pace. Riccardi, attivo sui principali scenari internazionali, racconta come la parola «pace» si è trasformata da idea astratta in impegno concreto a partire da Assisi nel 1986.
2. Women and Peace. The Role of Women and Women’s Civil Society Organizations in Peace Processes – a cura di Marilisa D’Amico, Tania Groppi, Costanza Nardocci
Un testo italiano che esplora il ruolo determinante delle donne nelle fasi di costruzione della pace. Analizza casi globali e riflette sulle potenzialità delle donne come agenti attivi — persino in contesti post-conflitto. Particolarmente pertinente per affrontare disuguaglianze e stereotipi nel discorso sulla riconciliazione.
3. Negotiating Reconciliation in Peacemaking – curato da Valerie Rosoux e Mark Anstey (Springer, 2018)
Un titolo internazionale disponibile in italiano (Springer), che presenta la riconciliazione come processo negoziale. Propone modelli teorici e pratici fondamentali per affrontare conflitti complessi con strumenti relazionali e negoziali.
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