Dove nasce la violenza che porta al femminicidio

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Una donna ogni tre giorni: dove nasce la violenza che porta al femminicidio

C’è un momento della vita nel quale impariamo, spesso senza accorgercene, che cosa significhi amare. È l’adolescenza. Impariamo a desiderare, a essere desiderati, a sopportare un rifiuto, a riconoscere un confine, a chiedere scusa, a gestire la gelosia e la paura di perdere qualcuno. Impariamo, soprattutto, che l’altra persona non ci appartiene.

È proprio qui che la violenza di genere può trovare le sue prime radici.

Dove nasce la violenza che porta al femminicidio

Nel 2026 parlare ancora di femminicidio significa dunque interrogarsi non soltanto sull’ultimo atto di una tragedia, quando una donna viene uccisa, ma su tutto ciò che è accaduto prima: le minacce, il controllo del telefono, l’isolamento dalle amicizie, la gelosia scambiata per amore, l’umiliazione, la pressione sessuale, lo stalking, la violenza economica e psicologica.

Il dato è drammatico, anche se va letto con precisione. Il Ministero dell’Interno ha registrato nel 2025 97 donne vittime di femminicidio, contro le 118 del 2024; 85 sono state uccise da una persona riconducibile all’ambito familiare-affettivo. Il Senato ha ricordato che, nel periodo 2006-2022, le vittime di femminicidio in Italia sono state 1.942: una ogni tre giorni.

Quella formula — una donna ogni tre giorni — non deve diventare uno slogan astratto. Dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, spesso dei figli. Nel 2024, secondo Istat, sono stati stimati 106 femminicidi su 116 donne uccise; 62 erano state assassinate nell’ambito della coppia e 37 da altri parenti.

La domanda allora è inevitabile: perché ancora oggi accade?

La risposta non può essere cercata soltanto nella criminalità o nella presunta follia del singolo assassino. Il femminicidio è l’estremo punto di arrivo di una cultura della disuguaglianza e del possesso. Il Consiglio d’Europa considera la violenza contro le donne legata anche alle persistenti disuguaglianze di potere tra uomini e donne e agli stereotipi di genere.

E l’adolescenza diventa decisiva proprio perché è lì che questi modelli possono essere messi in discussione.

I dati Istat più recenti sui giovani, relativi all’indagine condotta su circa 100mila ragazzi tra 11 e 19 anni, raccontano una generazione immersa contemporaneamente nelle relazioni reali e digitali: l’8,4% dichiara di essere connesso praticamente senza interruzione e un ragazzo su cinque riferisce episodi continuativi di bullismo.

Non significa che Internet produca automaticamente violenza. Significa, piuttosto, che il web è diventato uno dei luoghi nei quali i giovani costruiscono la propria idea di relazione. Se famiglia, scuola e società non offrono strumenti adeguati, quei vuoti vengono riempiti da influencer, pornografia, social network, gruppi di pari e rappresentazioni spesso deformate dell’amore e della sessualità.

La pornografia, per esempio, non può diventare il manuale attraverso il quale un adolescente impara che cosa siano desiderio, consenso e intimità. Il problema non è demonizzare la tecnologia, ma insegnare a interpretarla.

E qui emerge una responsabilità adulta.

Gli adulti spesso chiedono ai ragazzi di comportarsi bene senza aver mai spiegato loro come si fa. Dicono “rispetta le ragazze”, ma non spiegano che il consenso deve essere libero, informato e revocabile. Dicono “non essere geloso”, ma non spiegano la differenza tra interesse e controllo. Dicono “accetta il no”, senza affrontare la frustrazione, la rabbia e la paura dell’abbandono.

Servono parole concrete.

Una scuola capace di prevenire la violenza dovrebbe insegnare anche piccoli “micro-rituali” quotidiani: chiedere «posso abbracciarti?»; accettare «no» senza pretendere spiegazioni; distinguere una discussione da un’umiliazione; lasciare spazio all’altra persona; non controllare il telefono del partner; chiedere scusa senza aggiungere «però è colpa tua»; imparare a riconoscere la gelosia prima che diventi possesso.

Sono gesti apparentemente minimi. Ma la cultura del rispetto si costruisce attraverso comportamenti ripetuti.

Non basta, tuttavia, affidarsi alla buona volontà degli insegnanti. Serve una scelta politica chiara: l’educazione sessuo-affettiva deve entrare stabilmente nella scuola italiana, con programmi scientificamente fondati, personale formato, continuità e valutazione dei risultati.

Non dovrebbe essere una materia occasionale legata al progetto di una singola scuola o alla disponibilità di qualche docente. E dovrebbe raggiungere tutti gli studenti.

La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia, indica esplicitamente l’educazione come strumento di prevenzione e chiede di promuovere nei programmi scolastici uguaglianza, ruoli non stereotipati, rispetto reciproco, risoluzione non violenta dei conflitti, prevenzione della violenza e diritto all’integrità personale.

C’è dunque una base internazionale già precisa. Il punto è trasformarla in pratica quotidiana.

L’obiezione del consenso familiare non può diventare un alibi per lasciare scoperti proprio i ragazzi che potrebbero vivere nelle situazioni più fragili. La scuola pubblica ha una funzione universale: garantire a ogni ragazza e a ogni ragazzo conoscenze fondamentali sulla propria dignità, sui propri diritti, sul consenso, sulla sicurezza e sulle relazioni non violente. Il Consiglio d’Europa sottolinea proprio l’importanza dell’educazione formale e informale nella prevenzione.

Naturalmente, educare non significa sostituire la famiglia. Significa affiancarla. Significa dare anche ai genitori gli strumenti che spesso loro stessi non hanno ricevuto.

Perché molti adulti sono stati educati al silenzio. Nessuno ha spiegato loro come parlare di sesso, emozioni, rabbia, consenso, pornografia, fallimenti sentimentali. E così il silenzio passa da una generazione all’altra.

Ma può interrompersi.

Anche i dati più recenti ricordano quanto sia vasta la dimensione del problema: Istat stima che circa 6,4 milioni di donne tra 16 e 75 anni abbiano subito nel corso della vita una violenza fisica o sessuale. Tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% ha subito violenza fisica o sessuale nella coppia.

La prevenzione, quindi, non può cominciare quando una donna arriva al pronto soccorso. Deve cominciare molto prima.

Deve cominciare quando un ragazzo impara che amare non significa possedere. Quando una ragazza capisce che non deve giustificare un «no». Quando un insegnante riconosce un segnale d’allarme. Quando un genitore non liquida la gelosia del figlio come una normale manifestazione d’amore. Quando una scuola insegna che la libertà dell’altro non è un ostacolo alla relazione: è la condizione della relazione.

E deve continuare con servizi antiviolenza accessibili, formazione degli operatori, protezione effettiva delle vittime, sostegno economico all’autonomia delle donne, interventi sui maltrattanti e una rete territoriale capace di intercettare i segnali prima dell’irreparabile.

Nel 2026, dunque, la domanda non dovrebbe essere soltanto perché una donna venga uccisa ogni pochi giorni. Dovremmo chiederci quante volte, nei mesi e negli anni precedenti, quella violenza abbia bussato alla porta senza essere riconosciuta.

Il femminicidio è l’ultima pagina di una storia che spesso comincia molto prima.

Cambiarne il finale significa riscrivere l’inizio.

Non è utopia. È educazione. È politica pubblica. È responsabilità adulta. È un lavoro quotidiano.

E comincia da una parola semplice che nessuno dovrebbe mai avere paura di pronunciare: no.


Il dato della “donna ogni tre giorni” come riferimento storico 2006-2022, perché i dati annuali più recenti mostrano valori diversi e non sarebbe corretto presentare quella formula come una misura esatta del solo 2026. Il Ministero dell’Interno, inoltre, dal 2026 pubblica i dati anche alla luce della nuova fattispecie penale di femminicidio prevista dall’art. 577-bis c.p.


Dove nasce la violenza che porta al femminicidio – Dove nasce la violenza che porta al femminicidio

Una selezione bibliografica coerente con l’articolo: tre volumi che affrontano la violenza di genere da prospettive complementari — il sostegno alle vittime, la comprensione psicologica della violenza e soprattutto la prevenzione attraverso l’educazione degli adolescenti.

📚 Tre libri per capire e prevenire la violenza di genere

📘 1. Aiutare a uscire dalla violenza. Il sostegno emotivo alle donne che subiscono violenza nelle relazioni di intimità — Elena Grilli

Il libro di Elena Grilli mette al centro la donna che vive una relazione violenta e il delicato percorso necessario per aiutarla a riconoscere ciò che sta accadendo, recuperare fiducia in sé stessa e costruire progressivamente una possibilità di uscita. La violenza, infatti, non è soltanto quella fisica che lascia segni visibili: può assumere la forma del controllo, della svalutazione, dell’isolamento, della manipolazione e della paura.

Il volume è particolarmente utile perché richiama l’attenzione sulla dimensione emotiva e relazionale dell’intervento. Aiutare una donna non significa semplicemente dirle «vattene», ma comprenderne i vincoli psicologici, economici e affettivi, rispettarne i tempi e accompagnarla senza sostituirsi alle sue decisioni.

👉 Perché leggerlo: perché consente di comprendere quanto sia complesso uscire da una relazione violenta e perché il sostegno di familiari, professionisti e servizi debba essere competente, rispettoso e continuativo. È una lettura preziosa per educatori, operatori sociali, psicologi, insegnanti e per chiunque voglia capire cosa significhi concretamente stare accanto a una donna vittima di violenza.


📙 2. Psicologia della violenza di genere — Serena Grumi, Luca Milani

Questo volume permette di osservare la violenza di genere attraverso la lente della psicologia, andando oltre la rappresentazione del singolo episodio criminale. Comprendere la violenza significa infatti interrogarsi sui meccanismi individuali e relazionali, sugli stereotipi, sulle dinamiche di potere e sulle condizioni culturali che possono favorire comportamenti abusivi.

Il libro aiuta inoltre a mettere in relazione prevenzione, riconoscimento e intervento. La violenza può manifestarsi progressivamente e assumere forme diverse: dalla violenza psicologica al controllo, dalla violenza sessuale a quella fisica. Individuare precocemente i segnali può diventare quindi uno strumento fondamentale di prevenzione.

Particolarmente importante, alla luce del tema dell’articolo, è la possibilità di utilizzare una prospettiva psicologica anche nell’educazione dei più giovani. Adolescenza e prime relazioni sentimentali sono infatti momenti nei quali si costruiscono rappresentazioni dell’amore, dell’intimità, della gelosia e del conflitto che possono accompagnare la persona nell’età adulta.

👉 Perché leggerlo: perché offre strumenti per comprendere la violenza non come un fenomeno improvviso e inspiegabile, ma come una realtà complessa nella quale intervengono fattori psicologici, relazionali e sociali. È particolarmente indicato per chi lavora nell’educazione, nella psicologia e nei servizi alla persona.


📕 3. Adolescenza, parliamone. Educare all’amore per disarmare la violenza — Damiano Rizzi, prefazione di Giulia Minoli

È probabilmente il libro che più direttamente si collega al cuore dell’articolo: la prevenzione deve cominciare prima della violenza. E l’adolescenza rappresenta uno dei momenti decisivi.

Damiano Rizzi affronta il tema partendo dalla necessità di parlare con ragazze e ragazzi di amore, sessualità, emozioni, consenso e relazioni. Non per impartire una semplice lezione morale, ma per costruire strumenti attraverso i quali gli adolescenti possano imparare a riconoscere una relazione sana da una relazione fondata sul possesso e sul controllo.

Il titolo contiene una parola decisiva: parliamone. La violenza cresce anche nei silenzi, nei tabù e nella difficoltà degli adulti a entrare nel linguaggio delle nuove generazioni. Se famiglia e scuola non affrontano questi temi, adolescenti e preadolescenti cercano inevitabilmente altrove le proprie risposte: nei coetanei, nei social network, nella pornografia e nella cultura digitale.

Il volume invita dunque a considerare l’educazione all’amore come una vera forma di prevenzione sociale. Insegnare che il consenso è indispensabile, che un rifiuto va rispettato, che la gelosia non è una prova d’amore e che nessuno appartiene a qualcun altro significa intervenire prima che la violenza diventi comportamento.

👉 Perché leggerlo: perché sposta il baricentro dalla sola repressione alla prevenzione e ricorda che educare alle relazioni significa anche educare alla libertà. È una lettura particolarmente adatta a genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e a tutti coloro che lavorano con adolescenti.

Perché leggerli insieme

I tre libri possono essere letti come tre momenti di uno stesso percorso. Il primo guarda alla donna che cerca di uscire dalla violenza; il secondo cerca di comprenderne i meccanismi psicologici; il terzo porta la prevenzione nel luogo nel quale è possibile intervenire prima che determinati modelli relazionali diventino adulti e consolidati.

Il messaggio comune è importante: il femminicidio non comincia con un omicidio. Può essere preceduto da una lunga sequenza di comportamenti, convinzioni e relazioni nelle quali il possesso viene scambiato per amore e il controllo per attenzione.

Per questo la prevenzione non può essere affidata soltanto alle leggi penali. Servono educazione, formazione degli adulti, servizi antiviolenza, sostegno alle vittime e una scuola capace di parlare ai ragazzi prima che sia troppo tardi.

La bibliografia diventa così parte della stessa domanda posta dall’articolo: come possiamo insegnare alle nuove generazioni a vivere l’amore senza trasformarlo in dominio?


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