Anna Kuliscioff: “dottora dei poveri” e la battaglia non è ancora finita
Anna Kuliscioff: “dottora dei poveri” e la battaglia non è ancora finita
Cento anni fa, nel dicembre del 1925, moriva a Milano Anna Kuliscioff: rivoluzionaria, medica, giornalista, socialista, femminista. Una donna che attraversò l’Ottocento come un turbine di idee e azioni, capace di scardinare pregiudizi e di portare, con coraggio e intelligenza, la voce delle donne e degli ultimi nei luoghi del potere e della cultura.
Oggi, ottobre 2025, nel pieno di un’epoca ancora segnata da guerre, disuguaglianze e diritti negati, la sua figura torna a interrogarci: abbiamo ancora bisogno di donne come lei? La risposta, osservando il mondo attuale, non può che essere sì.
Anna Kuliscioff: “dottora dei poveri” e la battaglia non è ancora finita

Una vita per la libertà
Nata in Crimea nel 1855 come Anna Moiseevna Rozenštejn, Kuliscioff crebbe in un ambiente colto e cosmopolita. Scelse presto di rompere ogni schema: abbandonò la famiglia e le convenzioni sociali per dedicarsi agli studi, alla medicina e alla rivoluzione. Espulsa dalla Russia zarista per le sue idee socialiste, trovò in Italia la sua seconda patria e un terreno fertile per le sue battaglie.
Nel 1886 ottenne la laurea in medicina e si specializzò in ginecologia, collaborando con Camillo Golgi, futuro premio Nobel. I suoi studi sulla febbre puerperale – la malattia che uccideva migliaia di donne dopo il parto – contribuirono a salvare vite e a cambiare la medicina. Ma la sua più grande rivoluzione non si fece nei laboratori, bensì negli ambulatori popolari di Milano, dove curava gratuitamente le donne dei quartieri più poveri. Per tutti, divenne “la dottora dei poveri”.
La donna che sognava un mondo giusto
Accanto al bisturi, impugnò la penna. Giornalista, teorica socialista e appassionata oratrice, fu tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani, poi divenuto Partito Socialista Italiano. Con Filippo Turati, suo compagno di vita e di lotta, elaborò le basi del socialismo riformista italiano.
Ma la sua visione andava oltre la politica: era sociale, morale e profondamente umana. Credeva nella giustizia come cura per le ferite della società e nella libertà come terapia per l’anima. Elaborò una proposta di legge per la tutela del lavoro minorile e femminile, che nel 1902 divenne la legge Carcano n. 242: un testo che limitava l’orario di lavoro per le donne e i minori e introdusse per la prima volta la tutela della maternità. Un passo storico, che portò la voce delle lavoratrici nei codici della nazione.
Il voto alle donne: una battaglia lunga un secolo
Se oggi alle donne italiane è garantito il diritto di voto, lo si deve anche alla tenacia di Anna Kuliscioff. Nel 1911 fondò, insieme alla sindacalista Maria Goia, il Comitato Socialista per il Suffragio Femminile, portando la questione nell’arena politica.
Eppure, la legge Giolitti del 1912 — che estese il suffragio solo agli uomini — fu un duro colpo. “Abbiamo dato la voce agli analfabeti, ma la neghiamo alle madri dei nostri figli”, scrisse amaramente Kuliscioff. Il suo sogno di vedere le donne cittadine a pieno titolo rimase irrealizzato in vita: ci vollero altri 34 anni, fino al 1946, perché le italiane potessero votare.
Ma il seme era stato piantato. E la sua idea — che la libertà femminile non fosse solo una questione di diritti, ma di dignità e riconoscimento — rimane una delle eredità più alte della storia sociale italiana.
Anna oggi: un simbolo più necessario che mai
Guardando al 2025, la domanda diventa inevitabile: serve ancora la forza di donne come Anna Kuliscioff?
Basta sfogliare i notiziari per capire che sì, serve eccome. Guerre che devastano le vite delle donne in Medio Oriente e in Ucraina. Diritti riproduttivi minacciati in molti Paesi, dagli Stati Uniti all’Europa dell’Est. Disparità salariali che resistono, violenze di genere che aumentano, femminicidi che indignano e poi cadono nel silenzio.
Kuliscioff non avrebbe accettato tutto questo. Avrebbe scritto, manifestato, curato. Avrebbe denunciato la povertà morale di un mondo che ancora discute se una donna abbia il diritto di decidere del proprio corpo o della propria carriera.
Oggi come allora, ci ricorda che la libertà femminile è la misura della civiltà di un Paese. E che non basta aver conquistato diritti: bisogna difenderli ogni giorno, nelle leggi e nella cultura.
L’intelligenza del cuore
Ciò che rende Anna Kuliscioff così moderna non è solo il suo pensiero, ma il modo in cui lo tradusse in azione. Non fu una teorica astratta, ma una donna concreta, che sapeva ascoltare e capire la sofferenza altrui.
La sua medicina era sociale: curava i corpi e insieme le ingiustizie. Per lei, la scienza e la politica non erano mondi separati, ma strumenti di un’unica missione: restituire dignità agli esseri umani.
In un’epoca in cui la tecnologia e l’indifferenza rischiano di disumanizzare la società, la sua “intelligenza del cuore” appare più che mai necessaria. Oggi servono donne (e uomini) capaci di unire competenza e empatia, razionalità e compassione, come fece lei.
Una lezione per il futuro
Anna Kuliscioff morì nel 1925, circondata da pochi amici e molti nemici. Durante il suo funerale, alcuni squadristi fascisti aggredirono il corteo, segno che anche da morta faceva paura. Ma il tempo ha dato ragione a lei.
Le sue idee — sul lavoro, la salute, i diritti civili, la parità — sono diventate patrimonio comune, anche se ancora incompiuto.
Oggi, a cento anni dalla sua scomparsa, il suo esempio resta una bussola morale. In un mondo che sembra tornare indietro, ricordare la sua voce significa riaffermare che la giustizia e la libertà non sono mai conquiste definitive, ma battaglie quotidiane.
E allora sì, abbiamo ancora bisogno di Anna Kuliscioff.
Di quella “dottora dei poveri” che seppe curare le ferite del corpo e dell’anima, e che ci insegna, con la forza silenziosa delle sue scelte, che ogni progresso umano nasce sempre da un atto di coraggio.
Anna Kuliscioff: “dottora dei poveri” e la battaglia non è ancora finita
Tre libri in italiano, di autori italiani e stranieri tradotti, che affrontano temi affini a quelli legati alla figura di Anna Kuliscioff — emancipazione femminile, diritti civili, giustizia sociale e impegno politico:
1. “Una stanza tutta per sé” – Virginia Woolf (trad. italiana, Feltrinelli)
Un classico imprescindibile del pensiero femminista. Pubblicato nel 1929, questo saggio di Woolf indaga le radici culturali ed economiche dell’emarginazione femminile nella letteratura e nella società. Con ironia e profondità, l’autrice riflette sulla necessità per le donne di avere autonomia economica e intellettuale — una “stanza tutta per sé” — per poter creare e pensare liberamente.
👉 Tema affine: libertà delle donne, indipendenza economica e culturale, critica al patriarcato.
2. “La donna e il socialismo” – August Bebel (trad. Editori Riuniti)
Un testo fondamentale del pensiero socialista e femminista europeo dell’Ottocento. Bebel, teorico marxista tedesco, fu tra i primi a collegare la questione femminile alla lotta di classe, sostenendo che la liberazione della donna fosse inseparabile dall’emancipazione dei lavoratori. Un’opera che riflette lo stesso spirito politico e sociale che animava Anna Kuliscioff.
👉 Tema affine: uguaglianza di genere, diritti dei lavoratori, socialismo umanitario.
3. “Le donne erediteranno la terra” – Aldo Cazzullo (Mondadori)
Un saggio giornalistico e attuale, che racconta la forza femminile nel mondo contemporaneo. Cazzullo analizza la trasformazione in corso nella società italiana e globale, dove le donne — pur continuando a scontrarsi con disuguaglianze e pregiudizi — stanno diventando protagoniste del cambiamento economico, politico e culturale.
👉 Tema affine: leadership femminile, emancipazione contemporanea, eredità delle battaglie storiche per i diritti.

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