Ebrei in guerra – Il dialogo che squarcia il silenzio dell’anima ebraica

, , , , , , ,

Ebrei in guerra – Il dialogo che squarcia il silenzio dell’anima ebraica

In tempi in cui il rumore della guerra soffoca le parole del dialogo, il libro “Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente” di Gad Lerner e Riccardo Di Segni (Feltrinelli, 2024) rappresenta un gesto di rara onestà intellettuale e di coraggio morale. Due voci simboliche del mondo ebraico italiano – il giornalista e scrittore che da decenni riflette criticamente sull’identità ebraica e il Rabbino Capo di Roma, punto di riferimento della tradizione e dell’ortodossia – si incontrano, si ascoltano, e si scontrano su domande che nessuno può più evitare.

Ebrei in guerra – Il dialogo che squarcia il silenzio dell’anima ebraica

Il risultato è un libro che, più che offrire risposte, apre ferite. Ma sono ferite necessarie. Perché – come sottolinea Lerner – “nessun popolo può pretendere di essere al riparo dal giudizio morale”. E Di Segni replica con lucidità: “nessuna guerra è giusta, ma alcune guerre sono inevitabili”.

Da questo confronto serrato nasce una riflessione che travalica i confini della religione e della politica israeliana per toccare i nodi più profondi della nostra epoca: il fanatismo, l’identità, la memoria e il rapporto fra fede e potere.


Le domande che nessuno può evitare

Il libro ruota attorno a interrogativi che interpellano non solo il mondo ebraico, ma l’intera umanità.
È possibile restare fedeli alla memoria della Shoah mentre Israele, lo Stato nato per garantire “mai più”, bombarda Gaza?
Si può difendere il diritto all’esistenza di Israele senza chiudere gli occhi di fronte alle sofferenze del popolo palestinese?
E, più in generale, è possibile conciliare la sopravvivenza di un popolo con i principi universali di giustizia e umanità?

Lerner incarna la voce del dissenso, la coscienza inquieta di un ebreo che si riconosce nella storia e nel dolore del suo popolo, ma non accetta che l’identità si trasformi in ideologia. Per lui, criticare Israele non significa tradire l’ebraismo, ma restare fedele ai suoi valori originari di giustizia, compassione e responsabilità morale.

Di Segni, invece, rappresenta la voce della continuità, della prudenza, dell’istituzione che non può permettersi di dissolvere il legame spirituale e politico che unisce la diaspora allo Stato ebraico. Le sue parole non sono quelle di un conservatore chiuso, ma di un uomo che teme che la critica, quando diventa accusa, possa trasformarsi in un’arma nelle mani dell’antisemitismo.


Il dissenso come atto d’amore

La forza del libro sta proprio qui: nel non voler semplificare.
Ebrei in guerra non è un duello, ma una testimonianza di come il dialogo possa esistere anche quando le posizioni sembrano inconciliabili.
Lerner lo dichiara apertamente: “Non si può amare Israele a occhi chiusi”.
E Di Segni risponde: “Non si può giudicare Israele senza sentirsi parte della sua storia”.

Il loro scambio mette in scena un dilemma che attraversa ogni comunità, religiosa o politica: come conciliare la lealtà con la libertà di pensiero.
In fondo, il libro ci parla di una tensione universale: quella tra appartenenza e coscienza, tra la fedeltà a un’identità collettiva e il bisogno di preservare la propria integrità morale.


Le spaccature del mondo ebraico e la solitudine del dubbio

Le divisioni che emergono dal dialogo non sono solo teologiche o politiche. Sono ferite dell’anima.
C’è chi teme che criticare Israele significhi “fare il gioco dei nemici” e chi invece sente che il silenzio complice sia una forma di tradimento.
In Italia, come nel resto della diaspora, la guerra a Gaza ha riaperto fratture che si pensavano superate: accuse di antisemitismo rivolte anche a ebrei progressisti, dibattiti laceranti nelle comunità, il rischio di una deriva identitaria che riduce l’ebraismo a un nazionalismo religioso.

Siamo sull’orlo di una guerra civile”, ammette Di Segni in una delle frasi più forti del libro.
Non una guerra con le armi, ma con le parole, i silenzi, gli sguardi. Una guerra di coscienze.


La questione morale e il peso della storia

Il confronto fra Lerner e Di Segni tocca inevitabilmente il nodo del nuovo antisemitismo, un fenomeno che oggi assume forme ambigue: a volte travestito da antisionismo, a volte strumentalizzato da forze di estrema destra che, mentre negano la memoria della Shoah, esprimono una sospetta ammirazione per la forza militare di Israele.

Il libro non si limita a denunciare, ma interroga: come può l’ebraismo contemporaneo difendersi da un antisemitismo che si ripresenta mutato, globale, digitale, senza rinchiudersi in se stesso?
E ancora: quale rapporto è possibile oggi tra gli ebrei e la sinistra, tra Israele e la Chiesa cattolica, tra religione e potere?

Sono domande che attraversano l’intero volume e che, come scrive Lerner, “non appartengono solo agli ebrei, ma a chiunque creda nella convivenza e nella dignità umana”.


Un libro che ci riguarda tutti

Ebrei in guerra è dunque molto più di un libro sull’ebraismo. È un libro sull’umanità in guerra con se stessa.
Ci obbliga a guardare dentro le nostre certezze, a misurare la distanza fra le idee e la realtà, fra la fede e la politica, fra la memoria e la speranza.
Ci ricorda che la pace non nasce dal silenzio, ma dal confronto; non dall’uniformità, ma dalla pluralità delle voci.

Come scrive Lerner nelle ultime pagine: “Se non sapremo più discutere tra noi, non potremo mai più parlare con gli altri”.
E Di Segni aggiunge: “Non possiamo permettere che l’odio diventi l’unica lingua del mondo”.

Parole che risuonano come un appello alla responsabilità collettiva. Perché, nel fondo, Ebrei in guerra non è solo il dialogo fra due ebrei. È il tentativo di salvare l’idea stessa di dialogo in un tempo che sembra averlo dimenticato.

Ebrei in guerra – Il dialogo che squarcia il silenzio dell’anima ebraica


Tre libri in italiano (inclusi autori stranieri tradotti) che affrontano temi affini a Ebrei in guerra: Dialogo tra un rabbino e un dissidente, ovvero conflitto, identità ebraica, dissenso interno, memoria e politica:


  1. Shlomo Sand – La creazione del popolo ebraico (titolo italiano de The Invention of the Jewish People)
    Sand mette in discussione narrazioni nazionali consolidate e analizza come si sia costruita l’identità collettiva ebraica attraverso miti fondativi. È un testo controverso ma utile per capire il rapporto tra storia, identità e nazionalismo – temi che risuonano anche nel dialogo di Lerner e Di Segni.
  2. Luca De Angelis – Il sentimento del ghetto (Marietti, 2024)
    Un libro recente che esplora la letteratura ebraica del XIX e XX secolo, mettendo in luce come il senso del “ghetto” sia diventato una metafora interna, una cosmografia dell’anima ebraica: luogo mentale, simbolico, liminale tra appartenenza, esclusione, memoria, identità. Si lega al tema del dissenso interiore e della domanda su cosa significhi essere ebrei oggi.
  3. Susan Abulhawa – Ogni mattina a Jenin (tradotto in italiano da Feltrinelli)
    Non è un saggio ma un romanzo potente che dà voce alle persone comuni palestinesi: la perdita, l’esilio, la memoria del trauma, ma anche il senso di speranza. Offre un punto di vista critico sul conflitto, sulla sofferenza, e su come le identità nazionali possano diventare croci sia per chi le difende che per chi ne subisce il peso. Serve a completare il panorama con la dimensione umana spesso assente nelle analisi politiche.

Ebrei in guerra – Il dialogo che squarcia il silenzio dell’anima ebraica

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *