Due anni dopo il 7 ottobre: memoria, dolore e la speranza di pace

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Due anni dopo il 7 ottobre: memoria, dolore e la speranza di pace

Roma, 7 ottobre 2025. Due anni esatti dal giorno che ha cambiato il Medio Oriente — e il mondo intero. Il 7 ottobre 2023, le milizie di Hamas hanno compiuto un attacco senza precedenti contro Israele, uccidendo oltre 1.200 civili e sequestrando più di 250 persone. Famiglie intere spazzate via, kibbutz ridotti in macerie, bambini e anziani rapiti e trascinati nella Striscia di Gaza. Da allora, quel giorno è diventato una ferita aperta nella memoria collettiva: un trauma che ancora oggi, due anni dopo, cerca invano un risarcimento umano, morale e politico.

Due anni dopo il 7 ottobre: memoria, dolore e la speranza di pace

Nel secondo anniversario, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto ricordare quella tragedia con parole di equilibrio e profonda umanità. Un richiamo, come sempre, alla dignità della vita e al rifiuto dell’odio, in tutte le sue forme.

“Una pagina turpe della storia – ha detto Mattarella – un vile attacco terroristico contro inermi cittadini israeliani, che ha recato grave danno alla causa palestinese. Ma l’orrore per la violenza di Hamas non attenua quello per la risposta di Israele, che ha fatto pagare alla popolazione di Gaza un intollerabile prezzo di morte, fame e disperazione.”

Parole che suonano come un monito, in un tempo in cui la guerra ha reso ciechi troppi cuori. “I sentimenti per Gaza – ha aggiunto il Capo dello Stato – non possono confluire in un ignobile antisemitismo, che nel secolo scorso ha toccato punte di mostruosa atrocità e che oggi, purtroppo, riemerge, fondandosi sull’imbecillità e diffondendo odio.”

Il peso della memoria

Due anni dopo, il conflitto è ancora lontano dal cessare. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle vittime palestinesi, aggiornata regolarmente con le cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese e dalle agenzie delle Nazioni Unite, mostra che circa 66.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza negli ultimi due anni, in gran parte civili. Le famiglie israeliane continuano a chiedere il ritorno dei prigionieri rapiti quel giorno, molti dei quali ancora dispersi o presumibilmente morti.
Nelle piazze di Tel Aviv, i manifesti con i volti dei rapiti resistono al sole, sbiaditi ma non dimenticati. Sono simboli di un dolore che unisce un Paese diviso, che supera la politica, che travalica le religioni.

Eppure, nella tragedia, resta uno spazio per la speranza. Lo dicono i parenti dei prigionieri, che da due anni non smettono di lottare per un accordo. Lo ripetono i sopravvissuti di Gaza che chiedono la fine dei bombardamenti e un futuro di pace. Lo sussurrano, sommessamente, i mediatori internazionali che continuano a lavorare per un cessate il fuoco reale, duraturo, umano.

Israele e Gaza: prigionieri entrambi

In questi due anni, Israele e Gaza sembrano essersi specchiate una nell’altra, intrappolate in un ciclo di violenza e vendetta che non lascia spazio alla ragione. Israele, ferita e impaurita, ha reagito con la forza, inseguendo sicurezza attraverso la guerra. Gaza, ridotta alla fame, ha visto crescere la disperazione di un popolo ostaggio di milizie e di potenze esterne.
Entrambi, in modi diversi, sono popoli prigionieri. Prigionieri della paura, della rabbia, della memoria e del sospetto reciproco.

Eppure, basterebbe guardare oltre le linee di confine per capire quanto quelle frontiere siano fragili
“in un mondo dove uomini e donne restano prigionieri delle proprie convenzioni e dei propri confini, altri esseri viventi – uccelli, balene, venti – non conoscono limiti. Perché l’umanità non riesce a convivere nella stessa terra, che è di tutti?”

Una domanda antica eppure sempre nuova, che tocca il cuore della condizione umana.

Le ferite della coscienza

Il 7 ottobre 2023 non è stato soltanto un attacco militare, ma un colpo alla coscienza collettiva. Ha risvegliato fantasmi del passato — antisemitismo, odio religioso, fanatismo politico — e li ha intrecciati con i drammi del presente: le guerre dimenticate, le disuguaglianze, le migrazioni forzate, l’indifferenza globale.
La guerra in Medio Oriente è diventata lo specchio del mondo: una lente che ingrandisce le nostre contraddizioni.
Lì si combatte per un pezzo di terra, ma si muore per una mancanza di visione, per l’incapacità di riconoscere nell’altro un essere umano.

In questo scenario, la voce di Mattarella si leva come una bussola morale. Non una semplice commemorazione, ma un invito a resistere al cinismo, a non ridurre il dolore a propaganda.
Il suo discorso, nel suo tono sobrio e lucido, ha ricordato che non esiste giustizia senza compassione, e che la pace non si costruisce sulle rovine dell’altro.

La speranza che resta

A due anni di distanza, l’unico vero gesto di giustizia sarebbe la liberazione dei prigionieri. Restituirli alle famiglie significherebbe riconoscere un principio elementare di umanità, il primo passo verso la fine di un ciclo di vendette.
Ogni volta che una madre israeliana mostra la foto del figlio rapito, o che una donna palestinese stringe tra le braccia un bambino ferito, si capisce quanto le loro sofferenze si somiglino. Sono dolore e paura, uguali da entrambe le parti.

In fondo, come scriveva Amos Oz, “la pace non è l’amore per il prossimo, è la capacità di vivere insieme a chi non amiamo”. Ed è forse questa la lezione più urgente del nostro tempo.
Non servono eroi, servono ponti. Servono parole nuove, dialoghi veri, silenzi rispettosi.

Perché due anni dopo il 7 ottobre, tra le rovine di Gaza e le piazze di Tel Aviv, la speranza non è morta. Sopravvive nei gesti quotidiani di chi, nonostante tutto, sceglie la vita.
E se l’umanità vuole salvarsi, deve tornare a fare quella scelta — ogni giorno.

Due anni dopo il 7 ottobre: memoria, dolore e la speranza di pace

Tre libri in italiano (alcuni di autori stranieri tradotti) che affrontano in modo significativo i temi del conflitto israelo-palestinese, della memoria e della speranza di pace — in linea con l’articolo:


1. “Gaza. Odio e amore per Israele” – Gad Lerner (Feltrinelli, 2024)

Un viaggio personale e politico dentro la contraddizione di un ebreo che ama Israele ma non ne accetta le derive. Lerner racconta Gaza come simbolo di un dolore condiviso, dove le identità si frantumano tra fanatismo, paura e speranza. È una riflessione lucida e appassionata sul rapporto tra ebraismo, coscienza civile e pace.


2. “Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente” – Riccardo Di Segni, Gad Lerner (Feltrinelli, 2024)

Un confronto onesto e necessario tra due voci dell’ebraismo contemporaneo: il rabbino capo di Roma e un intellettuale critico di Israele. Il libro indaga la guerra non solo come tragedia militare, ma come lacerazione morale e spirituale che divide comunità, famiglie, coscienze. Un testo che pone domande scomode, ma indispensabili.


3. “Una storia di amore e di tenebra” – Amos Oz (trad. di Elena Loewenthal, Feltrinelli)

Capolavoro autobiografico dello scrittore israeliano, è un racconto che intreccia la nascita di Israele con la vicenda di una famiglia segnata dalla guerra e dal dolore. Amos Oz, voce del dialogo e della tolleranza, ci consegna un’opera universale: la ricerca di pace dentro la storia e dentro se stessi.

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