Raid sulla chiesa: Quello che rimane di noi nell’era neo-imperiale
Raid sulla chiesa: Quello che rimane di noi nell’era neo-imperiale
Il 17 luglio 2025, un colpo d’artiglieria israeliano ha colpito la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, l’unica parrocchia cattolica della Striscia. Tre morti, nove feriti, tra cui padre Gabriel Romanelli. Due delle vittime erano civili inermi: una custode di sessant’anni, Saad Issa Kostandi Salameh, e una donna di ottantaquattro anni, Foumia Issa Latif Ayyad, che si trovava sotto una tenda dove veniva offerto supporto psicologico. La risposta ufficiale dello Stato israeliano ha parlato di un “errore di tiro”. Ma in guerra — soprattutto in una guerra che si prolunga, si incancrenisce e diventa sistematica — gli errori non sono mai neutri: colpiscono sempre gli stessi, e sempre in nome di una sicurezza che non ha più volto umano.
Raid sulla chiesa: Quello che rimane di noi nell’era neo-imperiale

In un mondo segnato dalla logica neo-imperiale, quello che rimane di noi — della nostra civiltà, della nostra capacità di provare empatia, di dire “basta” — è ogni giorno più fragile. Gaza non è soltanto il simbolo di una tragedia geopolitica: è lo specchio in cui l’umanità intera riflette la sua disfatta morale. È il luogo dove i diritti umani diventano slogan svuotati di senso, e dove il diritto internazionale è ridotto a una cornice formale, che non regge più nessuna tela.
Le parole del patriarca Pierbattista Pizzaballa, che ha confermato la dinamica dell’attacco e l’uso di un carro armato per colpire un luogo sacro pieno di civili, sono rivelatrici: parlano di un mondo in cui nemmeno la neutralità religiosa o la funzione protettiva delle chiese riescono più a fermare la violenza. Il cortile della parrocchia ospitava decine di rifugiati, cristiani e musulmani, tra cui persone con disabilità e bambini. Perché si è sparato su quel tetto? Perché un carro armato ha puntato il suo fuoco su un luogo di pace? E, soprattutto, perché nessuno pagherà davvero per questo?
L’era neo-imperiale si fonda su un principio semplice: ci sono vite che valgono, e vite che non contano. Le prime godono di protezione, visibilità, compassione. Le seconde — spesso arabe, nere, palestinesi — vengono catalogate come “danni collaterali”. Le parole del governo israeliano sono sempre le stesse: errore, inchiesta, dispiacere. Ma dietro la ripetizione sterile di queste formule si consuma una disumanizzazione che è ormai sistemica.
Ciò che rimane di noi è allora una responsabilità: quella di non accettare più questa normalizzazione della morte. Non basta denunciare i crimini, bisogna anche smascherare i meccanismi del consenso che li rendono possibili. L’Occidente, troppo spesso, ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Gli Stati Uniti, garanti storici di Israele, si trincerano dietro formule di diplomazia vuota, mentre forniscono armi e copertura politica. L’Unione Europea, prigioniera della sua ipocrisia e dei suoi interessi, si limita a esprimere “preoccupazione”. E così, mentre le bombe cadono, le democrazie si piegano.
La voce di papa Francesco, che chiamava quotidianamente padre Romanelli, è stato un raro esempio di presenza morale. Ma non basta. Non basta nemmeno la condanna — pur netta — del governo italiano, che ha parlato di un’aggressione “inaccettabile” contro i civili. Occorre che questa indignazione diventi politica, che produca sanzioni, rotture diplomatiche, pressioni reali. Perché se non si agisce, si è complici.
Quello che rimane di noi è la memoria dei volti. Quella di Saad, il custode che apriva le porte della chiesa ogni mattina con un sorriso. Quella di Foumia, che cercava conforto in un cortile diventato rifugio. Quella dei bambini strappati ai loro giochi da un’esplosione che non fa distinzioni tra sogno e orrore. E anche quella di padre Romanelli, ferito ma vivo, simbolo di una chiesa che resiste sotto le macerie, che continua a dare voce agli ultimi.
La logica neo-imperiale non si limita a uccidere: cancella, riscrive, manipola. Chi controlla il racconto, controlla anche il dolore. Ma oggi, più che mai, è necessario sottrarre la narrazione a chi la piega al potere. Non si può più accettare che la guerra diventi uno sfondo su cui proiettare solo interessi geopolitici. Dietro ogni bombardamento, ogni raid, ogni “errore”, ci sono storie, famiglie, preghiere interrotte.
“Com’è stato possibile l’Olocausto?”, si chiede l’autrice di un libro-testimonianza che racconta la catastrofe palestinese. È la stessa domanda che oggi riecheggia tra le macerie di Gaza. Forse la risposta sta proprio nell’indifferenza, nel silenzio, nell’accettazione di un ordine mondiale che produce vittime e chiude gli occhi. Ma se vogliamo salvarci, se vogliamo che qualcosa di umano sopravviva, dobbiamo rompere questo silenzio.
Quello che rimane di noi, allora, è una possibilità: quella di scegliere da che parte stare. Non tra Israele e Hamas, ma tra la vita e la barbarie. Tra la giustizia e l’impunità. Tra il potere e la coscienza. In un tempo che sembra aver perso la direzione, l’unica bussola possibile è la solidarietà. Non un’idea astratta, ma un’azione concreta: stare accanto a chi soffre, denunciare, agire, ricordare. Perché il futuro — se ci sarà — dipenderà da quanto saremo capaci di non dimenticare.
Raid sulla chiesa: Quello che rimane di noi nell’era neo-imperiale
Tre libri in italiano, inclusi titoli tradotti da autori stranieri, che affrontano il tema del genocidio, dell’oppressione sistemica e dell’indifferenza globale nell’era contemporanea, in particolare nel contesto palestinese e post-coloniale:
1. Genocidio. Quello che rimane di noi nell’era neo-imperiale
Autrice: Rula Jebreal
Editore: Longanesi, 2024
Tema: Un’opera profondamente personale e politica, in cui la giornalista e scrittrice palestinese Rula Jebreal racconta la tragedia di Gaza come specchio del nostro tempo. Alternando testimonianze dirette e analisi lucida, il libro denuncia il genocidio in corso nella Striscia, la complicità dell’Occidente e la disumanizzazione sistematica delle popolazioni occupate. È anche un invito a rompere il silenzio, a rifiutare la logica neo-imperiale che distingue tra vite degne e indegne.
2. Palestina
Autore: Joe Sacco
Editore: Mondadori Oscar Ink (edizione italiana più recente)
Tradotto da: Leonardo Rizzi
Tema: Graphic novel-reportage che ha segnato una svolta nel giornalismo a fumetti. Joe Sacco, giornalista e fumettista maltese-americano, trascorre mesi nei territori occupati incontrando famiglie palestinesi, rifugiati, ex detenuti, e documentando con crudo realismo le condizioni di vita sotto occupazione israeliana. Il libro restituisce umanità e voce a un popolo spesso ignorato, mostrando la brutalità dell’occupazione, la sofferenza quotidiana e il coraggio della resistenza.
3. Il mio nome è Palestina. Un’infanzia tra esilio e resistenza
Autrice: Fida Jiryis
Editore: Il Saggiatore, 2024
Tradotto dall’inglese
Tema: Fida Jiryis racconta la sua vita segnata dall’esilio, dalla guerra, dal ritorno impossibile. Figlia di un leader dell’OLP assassinato da Israele, cresce tra Libano e Cipro, sempre alla periferia della sua patria perduta. Il libro intreccia autobiografia, storia collettiva e memoria nazionale, con una forte denuncia della disumanizzazione dei palestinesi e delle complicità occidentali. Un’opera intensa, commovente e necessaria.
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