La fine delle ideologie non ha cancellato il conflitto

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2026 – La fine delle ideologie non ha cancellato il conflitto: ha cancellato, almeno in parte, la possibilità di nominarlo.

È diventato quasi un luogo comune affermare che destra e sinistra siano categorie superate, residui di un Novecento ormai archiviato. La globalizzazione, la rivoluzione digitale, la crisi dei partiti tradizionali e la trasformazione delle classi sociali avrebbero reso obsolete le vecchie appartenenze. In questa narrazione, parlare ancora di capitalismo, sfruttamento, classe sociale, redistribuzione o conflitto tra capitale e lavoro sarebbe come utilizzare una vecchia macchina da scrivere nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

La fine delle ideologie non ha cancellato il conflitto

Ma è davvero così?

La distinzione fra destra e sinistra non è nata da un trattato filosofico, bensì dalla disposizione dei deputati nell’Assemblea nazionale francese del 1789: a sinistra sedevano i sostenitori della trasformazione dell’ordine politico, a destra i difensori della monarchia e dell’ordine esistente. Nel corso dell’Ottocento quelle posizioni assunsero significati più profondi, intrecciandosi con le grandi questioni della libertà, dell’uguaglianza, della proprietà, dei diritti sociali e della partecipazione popolare.

Da allora il significato delle due parole è cambiato molte volte. La sinistra non è stata sempre socialista, così come la destra non è stata sempre conservatrice nello stesso modo. Ma una linea di fondo è rimasta: la domanda su quanto una società debba tollerare le disuguaglianze e su chi debba detenere il potere economico e politico.

È proprio questa domanda che oggi rischia di essere rimossa.

L’ideologia che dice di non essere ideologia

La tesi della “fine delle ideologie” non è nuova. Nel 1960 Daniel Bell pubblicò The End of Ideology, sostenendo che le grandi ideologie ottocentesche e novecentesche fossero ormai esaurite.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la tesi acquistò una forza ancora maggiore. Nel 1992 Francis Fukuyama pubblicò The End of History and the Last Man, sostenendo che la democrazia liberale fosse diventata il punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità.

Il problema è che la storia non è finita affatto. Sono tornate le guerre, il nazionalismo, le oligarchie, le crisi democratiche, le disuguaglianze estreme e il conflitto sulla distribuzione della ricchezza.

E soprattutto è accaduto qualcosa di paradossale: la dichiarazione della morte delle ideologie non ha prodotto una società senza ideologie, ma una società nella quale una determinata ideologia economica ha smesso di presentarsi come tale.

Il mercato, la deregolamentazione, la privatizzazione, la riduzione della tassazione sui grandi patrimoni, la finanziarizzazione dell’economia e l’idea che la competitività debba prevalere sulla protezione sociale sono state spesso presentate non come scelte politiche, ma come inevitabili necessità tecniche.

“Non ci sono alternative” è forse una delle frasi politiche più ideologiche mai pronunciate proprio perché pretende di negare l’esistenza della politica.

La lotta di classe non è scomparsa

Se la lotta di classe fosse davvero finita, dovrebbe essere difficile spiegare la concentrazione contemporanea della ricchezza.

Il World Inequality Report 2026 mostra che il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede circa il 74% della ricchezza globale, mentre il 50% più povero ne possiede appena il 2%. Il solo 1% più ricco controlla il 37% della ricchezza mondiale.

Sono numeri che rendono difficile sostenere che la questione della classe sia stata cancellata dalla globalizzazione.

È cambiata, piuttosto, la sua geografia. Il grande capitale può attraversare frontiere, spostare investimenti, utilizzare catene produttive globali, influenzare mercati e condizionare le scelte pubbliche. Il lavoratore, invece, continua ad avere un luogo, un contratto, un salario, un territorio e spesso una capacità negoziale molto più limitata.

Non significa immaginare un complotto organizzato dai miliardari. Significa riconoscere una struttura di potere. Anche l’OCSE osserva che la concentrazione della ricchezza può tradursi in un’influenza politica sproporzionata e, nei casi più estremi, favorire la cattura dei processi decisionali da parte delle élite.

La globalizzazione, dunque, non ha abolito il conflitto fra interessi. Lo ha reso meno visibile.

Il paradosso della sinistra

E qui emerge il dramma della sinistra contemporanea: non necessariamente la scomparsa delle sue idee, ma la perdita della loro rappresentanza.

Uguaglianza, sanità pubblica, scuola, lavoro dignitoso, progressività fiscale, tutela dei lavoratori, pensioni, casa, diritti civili, pace, ambiente e redistribuzione non sono problemi appartenenti al passato. Sono questioni drammaticamente attuali.

La difficoltà è che una parte della sinistra, soprattutto europea, ha progressivamente abbandonato il linguaggio del conflitto sociale per adottare quello della gestione. Ha spesso accettato l’idea che il mercato dovesse essere corretto, ma non messo in discussione nei suoi rapporti di forza. Nel frattempo, una parte del mondo del lavoro ha cercato altrove una rappresentanza, talvolta rivolgendosi alla destra populista.

Non è una semplice impressione. Studi recenti sulla socialdemocrazia europea descrivono il declino del consenso dei partiti di centrosinistra e la capacità della destra populista di intercettare una parte degli elettori popolari, soprattutto attraverso temi come immigrazione, sicurezza e identità.

Ma la stessa ricerca mostra che welfare ed equità economica restano questioni centrali per molti elettori.

Essere di sinistra nel 2026

Essere di sinistra oggi è forse più difficile proprio perché non basta più ripetere le parole del passato.

Non significa rimpiangere il Novecento, né restaurare vecchie ideologie. Significa recuperare una domanda fondamentale: chi decide, chi possiede, chi beneficia della crescita e chi paga il prezzo delle crisi?

La sinistra dovrebbe tornare a parlare di potere, non soltanto di amministrazione; di lavoro, non soltanto di crescita; di disuguaglianza, non soltanto di opportunità; di redistribuzione, non soltanto di competitività.

Antonio Gramsci aveva compreso che il dominio non si esercita soltanto attraverso la forza, ma anche attraverso la capacità di trasformare una determinata visione del mondo in senso comune. È proprio questo il punto. Se l’idea che non esistano alternative diventa senso comune, la politica perde la sua funzione più autentica: scegliere fra possibilità diverse.

La questione, allora, non è se destra e sinistra siano ancora parole sufficienti per descrivere il mondo. Probabilmente non lo sono.

Ma eliminarle senza sostituirle con una nuova capacità di leggere i rapporti di potere sarebbe ancora peggio.

Perché quando la politica proclama la fine del conflitto, il conflitto non necessariamente scompare. Può semplicemente diventare invisibile.

E nel silenzio, come insegna la storia, quasi sempre vince chi possiede già più potere.

Riferimenti essenziali: Daniel Bell, The End of Ideology; Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man; Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista; Antonio Gramsci, Quaderni del carcere; Karl Polanyi, La grande trasformazione; Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo; World Inequality Lab, World Inequality Report 2026.

La fine delle ideologie non ha cancellato il conflitto

Una selezione dei cinque libri indicati, presentati come percorso di lettura coerente con l’articolo: dalla crisi della sinistra alla critica del neoliberismo, fino al potere delle élite tecnologiche e alla trasformazione dell’ordine politico internazionale.

📘 1. È difficile oggi essere di sinistra — Giovanni Messina

Contenuto:
Il libro affronta direttamente la crisi della sinistra contemporanea, interrogandosi sul significato che possa ancora avere, nel XXI secolo, una posizione politica fondata sui valori dell’uguaglianza, della giustizia sociale e della redistribuzione. La globalizzazione e la progressiva convergenza dei programmi politici hanno contribuito a rendere meno riconoscibile la tradizionale contrapposizione fra destra e sinistra. Messina invita invece a non confondere la trasformazione delle forme del conflitto con la sua scomparsa.

Il tema centrale è proprio quello sviluppato nell’articolo: la dichiarazione della morte delle ideologie rischia di trasformarsi nella rimozione delle alternative politiche. Se non si parla più di classi, interessi economici, concentrazione della ricchezza e rapporti di potere, il conflitto sociale non viene eliminato: diventa semplicemente meno visibile.

👉 Perché leggerlo:
È il punto di partenza ideale per comprendere la domanda fondamentale dell’articolo: che cosa significa essere di sinistra oggi? Il libro permette di interrogarsi sulla perdita di rappresentanza politica delle classi popolari e sulla necessità di ricostruire un pensiero progressista capace di confrontarsi con globalizzazione, disuguaglianze e nuove oligarchie.


📙 2. Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia — Achille Occhetto

Contenuto:
Achille Occhetto affronta il rapporto fra crisi della sinistra e crisi della democrazia. Il libro si colloca nel lungo percorso di trasformazione che, dalla fine del comunismo europeo, ha portato la sinistra italiana a ridefinire identità, programmi e strumenti politici.

Il problema non riguarda soltanto la sopravvivenza di un partito o di una tradizione politica. Riguarda una questione più ampia: come restituire alla politica la capacità di rappresentare una società attraversata da disuguaglianze crescenti e da una crescente sfiducia nelle istituzioni. Ripensare la sinistra significa quindi anche ripensare la democrazia, la partecipazione e il rapporto fra cittadini e potere.

👉 Perché leggerlo:
È particolarmente importante per comprendere il passaggio dalla sinistra del Novecento alla sinistra del XXI secolo. Occhetto permette di osservare dall’interno una delle grandi cesure della storia politica italiana: la dissoluzione della tradizione comunista e la difficoltà successiva di costruire una nuova identità capace di coniugare libertà, uguaglianza e democrazia.


📕 3. L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel — Luca Ciarrocca

Contenuto:
Luca Ciarrocca concentra l’attenzione su una delle figure più significative dell’attuale capitalismo tecnologico: Peter Thiel. Imprenditore, investitore e protagonista della Silicon Valley, Thiel rappresenta un modello di potere nel quale tecnologia, capitale, ideologia e politica si intrecciano.

Il libro consente di spostare il ragionamento dalle oligarchie economiche tradizionali alle nuove élite tecnologiche, capaci di accumulare enormi ricchezze e, contemporaneamente, di esercitare un’influenza crescente sul dibattito politico e culturale.

La Silicon Valley diventa così qualcosa di più di un distretto industriale: è uno dei luoghi nei quali si sperimenta una nuova idea del potere, caratterizzata dalla convinzione che innovazione e ricchezza possano legittimare una crescente autonomia delle élite rispetto ai meccanismi democratici tradizionali.

👉 Perché leggerlo:
È essenziale per capire perché la questione della sinistra non possa più essere affrontata soltanto attraverso la tradizionale contrapposizione capitale-lavoro. Oggi occorre interrogarsi anche sul potere degli oligarchi tecnologici, delle piattaforme digitali, dei dati e dell’intelligenza artificiale. Thiel rappresenta, in questo senso, un caso emblematico.


📕 4 . Ascesa e declino dell’ordine neoliberale. L’America e il mondo nell’era del libero mercato — Gary Gerstle

Contenuto:
Gary Gerstle ricostruisce la nascita, l’affermazione e la crisi dell’ordine neoliberale, soprattutto attraverso la storia politica degli Stati Uniti. Il neoliberismo non viene considerato semplicemente come una dottrina economica, ma come un vero ordine politico, capace di trasformare il modo in cui governi e cittadini hanno concepito mercato, Stato, globalizzazione e libertà economica.

Dalla rivoluzione conservatrice di Ronald Reagan alla successiva egemonia del libero mercato, Gerstle mostra come idee inizialmente sostenute dalla destra siano state progressivamente incorporate anche da settori del centrosinistra occidentale.

È uno dei passaggi decisivi per comprendere il paradosso affrontato nell’articolo: la fine della contrapposizione ideologica ha coinciso con l’affermazione di un modello economico presentato sempre più spesso come inevitabile.

👉 Perché leggerlo:
Perché aiuta a comprendere storicamente come si sia arrivati alla situazione attuale. Non basta denunciare il neoliberismo: occorre capire come sia diventato egemone e perché abbia trovato consenso anche in una parte della sinistra. Il libro offre quindi una chiave fondamentale per interpretare la crisi della rappresentanza progressista.


📕 5. Catastrofe neoliberista. Il regime che ha devastato le nostre vite — Angelo D’Orsi

Contenuto:
Angelo D’Orsi propone una critica radicale del neoliberismo e delle sue conseguenze sociali e politiche. Al centro dell’analisi vi sono la progressiva subordinazione della politica all’economia, la trasformazione del lavoro, l’aumento delle disuguaglianze e l’indebolimento dei meccanismi collettivi di protezione.

Il neoliberismo viene interpretato non soltanto come un insieme di politiche economiche, ma come una visione complessiva della società, nella quale l’individuo tende a essere considerato principalmente come soggetto competitivo e il mercato come criterio privilegiato per organizzare la vita collettiva.

La critica riguarda dunque anche la democrazia: quando la ricchezza si concentra e il potere economico diventa capace di condizionare le decisioni pubbliche, l’uguaglianza politica rischia di essere svuotata dall’ineguaglianza economica.

👉 Perché leggerlo:
È il testo più direttamente collegato alla tesi centrale dell’articolo: la crisi della sinistra non può essere separata dalla storia dell’egemonia neoliberale. D’Orsi invita a recuperare una lettura politica delle disuguaglianze e a rimettere al centro il rapporto fra economia, potere e democrazia.


Un percorso di lettura per capire la sinistra nel 2026

I cinque libri possono essere letti come capitoli di un’unica riflessione. Messina pone la domanda sull’identità della sinistra; Occhetto affronta il rapporto fra sinistra e democrazia; Ciarrocca porta l’analisi dentro il nuovo potere tecnologico; Gerstle ricostruisce storicamente l’affermazione dell’ordine neoliberale; D’Orsi ne sviluppa una critica politica e sociale.

Insieme permettono di mettere in discussione l’idea secondo cui la sinistra sarebbe semplicemente scomparsa perché le sue idee appartengono al passato. Una lettura alternativa è che le domande della sinistra siano ancora vive, mentre sia diventata più debole la capacità politica di rappresentarle.

Ed è forse proprio qui che si trova la difficoltà di essere di sinistra nel 2026: non nell’assenza di problemi, ma nella necessità di costruire nuovamente una rappresentanza per affrontarli.


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