Diritto alla casa: scritto nella dignità, ma lontano dalla vita quotidiana

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Il diritto alla casa: scritto nella dignità, ma ancora lontano dalla vita quotidiana

La casa non è soltanto un tetto. È il luogo nel quale una persona costruisce la propria vita, cresce i figli, si prende cura degli anziani, studia, lavora, si ammala e guarisce. Perderla significa spesso perdere sicurezza, relazioni, continuità e, in molti casi, dignità. Eppure, nella Costituzione italiana, il diritto alla casa non compare con una formula esplicita. Esiste, però, una costruzione giuridica molto più articolata: la Corte costituzionale lo ha ricondotto ai diritti inviolabili della persona e ai principi dello Stato sociale.

La questione, dunque, non è soltanto se il diritto all’abitazione esista. È soprattutto quanto quel diritto sia concretamente esigibile.

Diritto alla casa: scritto nella dignità, ma lontano dalla vita quotidiana

Una casa dentro la Costituzione, anche se non c’è scritto

Gli articoli 2, 3 e 47 della Costituzione formano un triangolo fondamentale. L’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo; l’articolo 3 impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà ed eguaglianza; l’articolo 47 stabilisce che la Repubblica favorisca l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione.

È soprattutto la Corte costituzionale ad avere dato sostanza a questo insieme di principi.

Già con la sentenza n. 49 del 1987 la Consulta aveva sottolineato il dovere della collettività di impedire che le persone rimanessero prive di abitazione. Nel 1988, con le sentenze n. 217 e n. 404, il principio viene ulteriormente definito. La Corte parla dell’abitazione come di un bene primario e colloca il diritto sociale all’abitazione tra i diritti inviolabili dell’uomo richiamati dall’articolo 2. (Corte Costituzionale)

Non significa, tuttavia, che ogni cittadino possa pretendere immediatamente dallo Stato una specifica abitazione o impedire qualsiasi sfratto. La stessa giurisprudenza costituzionale ha distinto la tutela del diritto all’abitazione dall’idea di un diritto assoluto alla permanenza in uno specifico immobile.

È proprio qui che nasce il problema: un diritto può essere riconosciuto sul piano costituzionale e contemporaneamente risultare difficile da far valere concretamente.

Il paradosso italiano

Il paradosso è evidente. La Repubblica riconosce l’importanza dell’abitare, ma l’accesso alla casa dipende largamente dal reddito, dal patrimonio familiare, dal mercato degli affitti e dalla disponibilità di edilizia pubblica.

I dati Istat mostrano quanto il problema sia socialmente selettivo. Nel 2023 il 18,1% delle famiglie residenti viveva in affitto. Tra le famiglie in affitto, l’incidenza della povertà assoluta arrivava al 21,6%, contro il 4,7% delle famiglie proprietarie. Per le famiglie con minori che vivono in affitto il dato saliva al 31%. (Istat)

La casa, insomma, può diventare un moltiplicatore delle disuguaglianze: chi dispone di un patrimonio immobiliare parte da una posizione diversa rispetto a chi ogni mese deve destinare una quota consistente del proprio reddito al canone.

E quando il reddito non basta, il problema abitativo si trasforma rapidamente in problema sociale.

Le case popolari: una risorsa che non basta

L’edilizia residenziale pubblica rappresenta uno degli strumenti più importanti per affrontare questa situazione. Ma anche qui emergono limiti strutturali.

Secondo documentazione parlamentare aggiornata nel 2026, lo stock italiano di ERP è nell’ordine delle 900-980 mila abitazioni, mentre l’ANCE ha indicato circa 80 mila alloggi vuoti e non utilizzabili perché non a norma. La stessa documentazione parlamentare richiama la valutazione della Corte dei conti secondo cui il fabbisogno di case popolari è cresciuto mentre le assegnazioni sono rimaste sostanzialmente stagnanti. (Documenti Camera)

La parabola storica dell’intervento diretto dello Stato italiano nell’edilizia residenziale pubblica evidenzia una radicale inversione di tendenza. Inaugurata agli albori del Novecento con la Legge Luzzatti del 1903, questa politica di welfare è andata progressivamente ridimensionandosi fino a mutare natura strutturale nel 2026

I dati storici evidenziano il progressivo declino delle nuove edificazioni pubbliche:

  • 1984: 35.000 alloggi realizzati.
  • 1988: 22.000 alloggi realizzati.
  • Anni ’90 in poi: Crollo delle nuove costruzioni a seguito dell’esaurimento dei fondi ex Gescal e del passaggio alla politica delle dismissioni e privatizzazioni (Legge 560 del 1993).

Il cambio di paradigma nel 2026

Nel 2026, il concetto tradizionale di “costruzione” di nuovi quartieri popolari è stato definitivamente superato. Con l’introduzione del Piano Casa Italia 2026 (Decreto-Legge n. 66/2026), lo Stato ha ridefinito le sue priorità stanziando circa 10 miliardi di euro per i prossimi dieci anni.

L’obiettivo non è più il consumo di nuovo suolo per edificare da zero, bensì il recupero e la riqualificazione del patrimonio esistente.

Non è quindi sufficiente costruire nuove abitazioni. Occorre anche recuperare quelle esistenti.

Il Ministero delle Infrastrutture mantiene infatti un programma specifico per il recupero e la razionalizzazione degli alloggi ERP, con interventi di ripristino e manutenzione. La programmazione strategica del MIT per il 2026 indica espressamente come obiettivo l’incremento della disponibilità di alloggi pubblici e la riduzione del disagio abitativo. (Ministero Innovazione Digitale)

Gli esempi locali mostrano però quanto il problema possa essere concreto: a Milano, nel 2024, risultavano oltre 16 mila alloggi ERP vuoti secondo dati citati dal Comune e dalla stampa; l’amministrazione ha avviato un piano per recuperarne circa 2.500 entro il 2027. (Corriere Milano)

Una casa pubblica vuota perché manca la manutenzione rappresenta una contraddizione difficile da spiegare a chi è in lista d’attesa.

Il diritto internazionale va oltre

Sul piano internazionale il riconoscimento è molto più esplicito. L’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 inserisce l’abitazione tra gli elementi necessari a garantire un livello di vita adeguato. (Alto Commissariato per i Diritti Umani)

L’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali riconosce inoltre il diritto di ogni persona a un adeguato standard di vita, comprendente alimentazione, abbigliamento e abitazione adeguata. (Covenants ONU)

Il concetto internazionale è importante perché non identifica la casa semplicemente con quattro mura. L’alloggio deve essere accessibile economicamente, abitabile, dotato dei servizi essenziali e accompagnato da una sufficiente sicurezza del godimento. Il Comitato ONU ha inoltre chiarito che gli sfratti forzati devono essere sottoposti a rigorose garanzie e non dovrebbero produrre situazioni di homelessness. (Docstore+1)

Dal 2000 esiste anche un Relatore speciale ONU sul diritto a un alloggio adeguato, incaricato di monitorare la situazione internazionale e formulare raccomandazioni agli Stati. Nel 2026 il Consiglio ONU per i diritti umani ha rinnovato il relativo mandato. (Spinternet)

La proposta: scriverlo nella Carta

Da questa esigenza nasce in Italia la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare “Ma Quale Casa?”. Il progetto propone di intervenire sugli articoli 44, 47 e 117 della Costituzione.

La proposta mira a inserire nell’articolo 44 il principio dell’accesso all’abitazione come bene primario necessario a una vita libera e dignitosa; nell’articolo 47 propone di affiancare alla proprietà anche il godimento dell’abitazione, comprendendo quindi l’affitto e altre forme di accesso; sull’articolo 117 interviene invece per ridefinire le competenze dello Stato e delle Regioni in materia di politiche abitative ed edilizia residenziale pubblica. (Ma quale casa?)

Si tratta di una proposta di iniziativa popolare avviata nel 2025, per la quale era richiesta la raccolta di almeno 50 mila firme entro l’11 settembre di quell’anno. (CGIL Modena)

La modifica costituzionale, naturalmente, non costruirebbe automaticamente nuove case. Ma potrebbe cambiare il parametro con cui valutare le politiche pubbliche: non più soltanto interventi occasionali contro l’emergenza, bensì una responsabilità permanente delle istituzioni.

Madrid e la domanda che attraversa l’Europa

In questi giorni la vicenda di Maricarmen Abascal, 87 anni, ha riportato drammaticamente la questione al centro del dibattito spagnolo. Il 23 settembre 2026 la donna è stata sfrattata dall’abitazione di Madrid nella quale viveva da oltre settant’anni. È stata portata fuori in barella e successivamente ricoverata. (Europa Press)

La vicenda ha provocato manifestazioni e una mobilitazione nazionale. Il 26 settembre migliaia di persone hanno manifestato a Madrid e il giorno successivo centinaia di persone hanno partecipato a un’accampata nella Puerta del Sol, trasformando il caso in un simbolo della protesta per il diritto alla casa. (RTVE.es)

Non è necessario trasferire automaticamente il caso spagnolo alla realtà italiana. Ma il suo significato europeo è evidente: quando l’abitazione diventa economicamente irraggiungibile, il conflitto non riguarda più soltanto proprietario e inquilino, ma il rapporto tra mercato, istituzioni e dignità della persona.

La vera sfida, allora, non consiste semplicemente nello scrivere la parola “casa” nella Costituzione. Consiste nel fare in modo che quella parola produca politiche: edilizia pubblica, manutenzione degli alloggi, sostegno agli affitti, rigenerazione urbana, contrasto alla povertà abitativa e protezione delle persone più vulnerabili.

Perché il diritto all’abitare rischia di rimanere una splendida dichiarazione di principio se, davanti a una porta chiusa, non esiste nessuno strumento capace di aprirla.

Diritto alla casa: scritto nella dignità, ma lontano dalla vita quotidiana

Quattro libri che permettono di approfondire il diritto alla casa da prospettive diverse: architettonica, giuridica, urbana e politico-sociale.

📚 Quattro libri per capire il diritto alla casa

📘 1. Per una nuova casa italiana. Casa privata vs casa pubblica

Sara Marini, Luca Lanini, Alberto Petracchin (a cura di)

Il contenuto
Il volume affronta il tema dell’abitare mettendo a confronto due modelli che hanno segnato profondamente la storia italiana: la casa privata e la casa pubblica. L’architettura diventa così uno strumento per interrogarsi non soltanto sulla forma degli edifici, ma anche sul rapporto tra proprietà, servizi, comunità e spazio urbano.

Il libro permette di osservare come la casa non sia un oggetto isolato, ma parte di un sistema più ampio fatto di quartieri, infrastrutture, servizi e relazioni sociali. La contrapposizione tra pubblico e privato viene utilizzata per interrogare le trasformazioni dell’abitare contemporaneo e per immaginare nuove forme di casa capaci di rispondere ai cambiamenti della società.

👉 Perché leggerlo
È particolarmente utile per comprendere che la crisi abitativa non può essere affrontata soltanto aumentando l’offerta di immobili. Occorre chiedersi quale casa costruire, per chi, dove e con quali servizi. Un contributo prezioso per collegare architettura, politiche pubbliche e diritto all’abitare.


📙 2. Diritto all’abitare e questione abitativa. Tra edilizia residenziale pubblica e housing sociale

Saverio Santangelo, Maria Grazia Della Scala (a cura di)

Il contenuto
Il volume entra direttamente nel cuore giuridico e sociale della questione abitativa. L’attenzione è rivolta al rapporto tra il diritto all’abitare e gli strumenti attraverso i quali le istituzioni possono renderlo concretamente accessibile: dall’edilizia residenziale pubblica all’housing sociale.

La questione viene quindi collocata nel punto d’incontro tra diritto, amministrazione pubblica, politiche urbane e bisogni sociali. È proprio questo intreccio a spiegare perché la casa sia una materia complessa: coinvolge Stato, Regioni, Comuni, patrimonio pubblico, mercato immobiliare e soggetti privati.

👉 Perché leggerlo
È il testo più direttamente collegato alla domanda centrale dell’articolo: che cosa significa riconoscere il diritto all’abitare se poi mancano strumenti sufficienti per renderlo effettivo? Aiuta a comprendere la distanza tra il riconoscimento giuridico del diritto e la sua concreta attuazione, oltre al ruolo che possono assumere ERP e housing sociale.


📕 3. Città in affitto. Un requiem per il diritto all’abitare

Gessi White

Il contenuto
Il libro concentra l’attenzione sulla trasformazione delle città contemporanee e sulla progressiva centralità dell’affitto. L’abitazione viene osservata attraverso le dinamiche del mercato immobiliare, l’aumento dei canoni e le difficoltà crescenti per chi non dispone di un patrimonio familiare.

La città diventa così un terreno di confronto tra interessi differenti: da una parte la casa come bene economico e investimento; dall’altra la casa come condizione indispensabile per vivere, lavorare e costruire relazioni. La crescita dei valori immobiliari e degli affitti può infatti produrre processi di esclusione, espulsione dai quartieri e trasformazione della composizione sociale urbana.

👉 Perché leggerlo
È una lettura particolarmente interessante per capire perché la questione abitativa non coincida semplicemente con quella degli sfratti o della povertà. Il problema riguarda anche chi può permettersi di vivere nelle città e in quali zone. Il libro aiuta quindi a leggere il rapporto tra mercato immobiliare, trasformazioni urbane e disuguaglianze.


📕 4. In difesa della casa. Politica della crisi abitativa

David Madden, Peter Marcuse

Il contenuto
Madden e Marcuse affrontano la crisi abitativa come una questione eminentemente politica. La casa viene analizzata non soltanto come bene economico, ma come elemento fondamentale della vita sociale. Quando il mercato immobiliare prevale sulla funzione abitativa, la casa rischia di trasformarsi da luogo nel quale vivere a strumento di accumulazione della ricchezza.

Gli autori esaminano fenomeni come aumento degli affitti, gentrificazione, espulsione degli abitanti, finanziarizzazione dell’immobiliare e conflitti tra proprietari, investitori e inquilini. La crisi della casa viene così collegata alle più ampie disuguaglianze prodotte dall’organizzazione economica delle città contemporanee.

👉 Perché leggerlo
È particolarmente importante per sviluppare uno sguardo critico sulla trasformazione della casa in investimento finanziario. Il libro pone una domanda ancora attualissima: se la casa è prima di tutto un luogo in cui vivere, fino a che punto può essere trattata come una normale merce? La lettura consente inoltre di collegare la questione abitativa alle disuguaglianze economiche, alla politica urbana e ai movimenti per il diritto alla casa.


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