News

Scopri le ultime notizie

In Italia, fa fatica ad affermarsi una politica della casa

In Italia, fa fatica ad affermarsi una politica della casa

In Italia, fa fatica ad affermarsi una politica della casa che non sia meramente una politica edilizia.

Difficoltà che pesa ancora di più nello scenario attuale, dove è necessario rispondere non solo al bisogno di un alloggio ma anche alle nuove forme dell’abitare che le trasformazioni sociali e i mutamenti degli stili di vita impongono.

Dall’Unità d’Italia ad oggi sono stati tre i momenti fondamentali che hanno visto le istituzioni pubbliche impegnate, più o meno direttamente, a far fronte alla “questione casa”.

Il primo fu quando, alle soglie del Novecento, venne promulgata la Legge Luzzati che istituì l’edilizia economica e popolare, finanziata, almeno fino al 1919, in prevalenza con risorse comunali.

La fine della “Grande guerra” coincise con l’inizio di una crisi degli alloggi determinata da diversi fattori ma principalmente dall’inurbamento di grandi masse di lavoratori e dal rallentamento della produzione edilizia, quest’ultimo dovuto a sua volta dalla scarsa propensione mostrata dai privati ad investire in un settore ritenuto aleatorio e poco remunerativo.

Lo Stato intervenne con il blocco deifitti per frenare la crescita dei canoni di locazione e con diversi decreti che concorsero alla stesura del Testo unico del 1919.

I decreti prevedevano agevolazioni di natura fiscale per chi realizzava nuovi alloggi. Agevolazioni protratte fino al 1928 ed estese all’edilizia privata di qualsiasi tipo: un incentivo alla costruzione di case emanato sull’onda dell’emergenza casa e poi contraddittoriamente esteso a qualunque attività edilizia a scopo residenziale.

Il secondo momento coincide con il ventennio del governo fascista. E’ in quel periodo che si afferma l’edilizia residenziale statale.

Lo Stato intervenne direttamente tramite la costituzione di appositi Istituti (ad esempio l’Incis) nella costruzione di case destinate al cosiddetto ceto medio: gli impiegati statali.

Negli stessi anni si consolidò il ruolo degli Istituti case popolari (ICP) impegnati invece nel realizzare l’edilizia per i ceti sociali più deboli. Gli Istituti attivi erano ancora 59 su 94 province nel 1931, e divennero 78 nel 1936.
Uno sguardo ai dati degli investimenti svela però la preferenza del governo per l’edilizia statale.

E’ in quegli anni che aumenta il differenziale tra gli investimenti per l’edilizia popolare e quelli per l’edilizia statale. Dei circa 921 milioni di lire investiti tra il 1936 e il 1940 il 42% fu destinato alla realizzazione di case di edilizia popolare mentre l’edilizia statale ricevette il 58% delle risorse.

Il terzo momento si colloca nel secondo dopoguerra: gli anni che si ricordano per il doppio settennato dell’INA Casa (il cosiddetto piano Fanfani) e, successivamente, per l’intervento pubblico reso possibile dalla promulgazione della legge 167 del 1962.

Questa consentiva ai Comuni di acquisire suoli da destinare alla realizzazione dell’edilizia residenziale pubblica secondo la tripartizione:

  • sovvenzionata (le case popolari);
  • agevolata (essenzialmente le cooperative di abitazione);
  • convenzionata (quella realizzata dalle imprese e soggetta ai limiti -di prezzo o
    di canone- imposti dal Comune attraverso la convenzione).

L’intervento dello Stato nella costruzione dell’edilizia economica e popolare che aveva inaugurato il Novecento si conclude sulla soglia del nuovo secolo. Ancora nel 1988 gli alloggi di edilizia economica e popolare realizzati ammontavano a 22 mila, erano 35 mila nel 1984, ma si sono ridotti ad un insignificante 1.900 alloggi nel 2006.