Il razzismo scientifico non è morto nel 1938

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Il razzismo scientifico non è morto nel 1938: ciò che resiste ancora oggi nella cultura italiana e globale

Il 14 luglio 1938, sulle pagine de Il Giornale d’Italia, comparve anonimo un testo destinato a lasciare una ferita profonda nella storia del Paese: il Manifesto degli scienziati razzisti, passato alla storia come Manifesto della razza. Poche settimane dopo, il 5 agosto, quel documento divenne l’atto fondativo della rivista La difesa della razza, megafono ufficiale del razzismo fascista. Non fu una parentesi marginale, né una deriva improvvisata: fu una costruzione culturale, scientifica e politica che preparò il terreno alle leggi razziali e all’espulsione degli ebrei dalla vita civile italiana.

Il razzismo scientifico non è morto nel 1938

Il razzismo scientifico non è morto nel 1938

A quasi novant’anni di distanza, gennaio 2026, quel manifesto non appartiene solo ai manuali di storia. Alcune delle sue idee – mutate nel linguaggio, ripulite nelle forme, ma non nella sostanza – continuano a circolare nella cultura italiana e mondiale. Ed è proprio questo il nodo che il Giorno della Memoria ci costringe a guardare senza alibi.

Il Manifesto della razza fu firmato da dieci scienziati, tutti universitari, tutti integrati nelle istituzioni dello Stato. Medici, antropologi, zoologi, demografi. Non fanatici ai margini, ma tecnici del sapere. La sua tesi centrale era semplice e micidiale: le razze esistono, la razza italiana è pura, gli ebrei non ne fanno parte. Una costruzione pseudoscientifica che trasformava la discriminazione in dato “naturale” e l’esclusione in necessità biologica.

Il primo elemento che resiste ancora oggi è proprio questo: l’uso della scienza come strumento di legittimazione dell’esclusione. Oggi non si parla più apertamente di “razze superiori”, ma sopravvivono narrazioni che naturalizzano le disuguaglianze. Quando si attribuisce il fallimento scolastico, sociale o economico a presunte caratteristiche culturali innate; quando si parla di “incompatibilità” biologiche o antropologiche tra popolazioni; quando si riduce la complessità delle migrazioni a un problema genetico o identitario, il meccanismo è lo stesso. Cambia il lessico, non la struttura del pensiero.

Il secondo elemento che resiste è l’idea di purezza, centrale nei punti 6 e 10 del Manifesto. La “pura razza italiana” viene oggi rievocata sotto forma di difesa delle “radici”, della “tradizione minacciata”, dell’“identità nazionale sotto assedio”. In Italia come in molti Paesi europei, questo discorso è diventato mainstream. Non sempre si traduce in leggi apertamente discriminatorie, ma plasma il senso comune: chi è “davvero” parte della comunità e chi no, chi deve essere assimilato e chi respinto.

Il terzo elemento inquietantemente attuale è la distinzione tra europei e non europei, tra “noi” e “loro”. Il Manifesto metteva in guardia contro l’incrocio con razze extra-europee, considerate portatrici di civiltà “inferiori”. Oggi quella gerarchia ritorna nelle politiche migratorie selettive, nei discorsi sulla “migrazione buona” e “migrazione cattiva”, nella tolleranza differenziale verso profughi che fuggono da guerre diverse. L’Europa che si commuove per alcuni confini violati e resta indifferente ad altri non è così lontana da quella logica.

Ma c’è un quarto elemento, spesso rimosso, che continua a pesare: l’impunità culturale. Molti degli scienziati firmatari del Manifesto non furono mai realmente estromessi dal mondo accademico dopo la guerra. Alcuni vennero reintegrati, altri continuarono a insegnare, scrivere, influenzare generazioni. Questo ha lasciato una frattura mai sanata: l’idea che il sapere possa essere separato dalla responsabilità morale. Ancora oggi fatichiamo a fare i conti con il ruolo delle élite culturali nei sistemi di oppressione.

Eppure, il Manifesto non sarebbe diventato legge senza la politica. Mussolini ne fu il principale promotore; Starace l’esecutore; Bottai il funzionario diligente che espulse studenti e docenti; Farinacci il fanatico; Gentile il garante culturale. Dopo il 1945, molti di questi nomi scomparvero dalla scena con la violenza della fine del regime. Ma altri sopravvissero, beneficiarono dell’amnistia, tornarono a scrivere, a parlare, a influenzare. Anche questo ha contribuito a una memoria incompleta.

Ciò che resiste oggi non è il fascismo nelle sue forme storiche, ma la sua grammatica culturale: l’idea che esistano vite più degne di altre; che la comunità possa essere difesa escludendo; che la diversità sia un pericolo e non una risorsa; che la scienza possa essere neutrale anche quando serve il potere.

Il Giorno della Memoria, allora, non è solo il ricordo delle vittime. È un esercizio critico sul presente. Perché ogni volta che una società accetta l’idea che alcuni diritti siano condizionati dall’origine, dalla conformità o dall’utilità sociale, riapre una strada che pensavamo chiusa nel 1938.

La storia ci ha già mostrato dove porta. Sta a noi decidere se riconoscerne le tracce prima che diventino di nuovo sistema.

Il razzismo scientifico non è morto nel 1938

Tre libri che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i temi trattati nel tuo articolo — ovvero il Manifesto della razza, le leggi razziali fasciste e il rapporto tra scienza, razzismo e società — includendo analisi storiche, documentarie e interpretative indispensabili per comprendere l’Italia del 1938 e le eredità culturali che ancora oggi influenzano il discorso pubblico:


📚 1. Scienza e razza nell’Italia fascista

Autori: Giorgio Israel & Pietro Nastasi

Un saggio storico di riferimento che analizza il ruolo della scienza e degli scienziati italiani nella costruzione e nell’adozione delle politiche razziali del fascismo. Gli autori mostrano come l’antisemitismo e le teorie razziali non siano nate in un vuoto culturale, ma siano state elaborate con il contributo di discipline come antropologia, demografia ed eugenetica, e diffuse con la complicità di accademici e istituzioni scientifiche. Questo volume ricostruisce come la scienza venne strumentalizzata per giustificare pratiche discriminatorie e di esclusione in nome di una presunta legittimità biologica e culturale, e come alcuni protagonisti di allora evitarono un pieno confronto critico nella memoria postbellica.


📚 2. Le leggi razziali del 1938

A cura di: Alberto Piazza

Una raccolta storiografica e documentaria aggiornata che affronta in modo multidisciplinare il fenomeno delle leggi razziali italiane del 1938, mettendo in luce non solo il testo normativo ma anche la sua applicazione concreta nella società. Il volume esplora aspetti politici, giuridici, culturali e sociali delle leggi, incluse le reazioni degli ambienti accademici, della Chiesa cattolica, della magistratura e della società civile. Include saggi che analizzano in profondità la legislazione antiebraica nell’istruzione, nella professione forense e nella comunità scientifica, e offre un quadro documentato di quanto queste norme influirono sulla vita delle persone colpite e sulla società italiana nel suo complesso.


📚 3. Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali

Autori: Mario Avagliano & Marco Palmieri

Un libro potente e documentato che riflette sulla reazione della società italiana all’approvazione e all’attuazione delle leggi razziali fasciste. Avagliano e Palmieri ricostruiscono con ampio uso di fonti (diari, lettere, articoli, relazioni) non tanto la persecuzione degli ebrei — già studiata da altri — quanto l’atteggiamento dei cittadini “ariani”: dall’indifferenza alla complicità, dal conformismo opportunistico al radicalismo ideologico. Una lettura che smonta l’idea di un Paese resistenziale o di un atteggiamento collettivo critico, mostrando invece come molti ambienti — accademici, giornalistici, culturali — siano stati pronti ad abbracciare o a neutralizzare il razzismo quotidiano come nuova norma sociale.

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