Germania, elezioni in Sassonia-Anhalt. Vince la Afd
Germania, elezioni in Sassonia--Anhalt. Vince la Afd con oltre il 44% dei voti
Una domanda che si pone forte e, soprattutto, attuale: quanto c’è di continuità e quanto di differenza tra la cultura politica che preparò il nazismo e il successo odierno dell’AfD? La risposta non può essere una semplice equazione «AfD = nazismo». Sarebbe storicamente impropria. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere alcune inquietanti continuità nel linguaggio del Volk, nella paura della sostituzione demografica, nella costruzione dell’“altro” come minaccia e nella trasformazione dell’immigrazione in una questione biologica e identitaria.
Germania, elezioni in Sassonia-Anhalt. Vince la Afd

Germania, elezioni in Sassonia-Anhalt. Vince la Afd con oltre il 44% dei voti
Dal sangue al confine: il ritorno della paura nella Germania del 2026
Il nazismo continua a essere, a più di ottant’anni dalla sua distruzione, uno degli enigmi più terribili della storia europea. Conosciamo le leggi di Norimberga, la persecuzione degli ebrei, i campi di concentramento e di sterminio, la guerra di aggressione, l’apparato burocratico della morte. Conosciamo i responsabili, i documenti, gli ordini, le testimonianze. Eppure rimane una domanda fondamentale: come fu possibile che una società moderna, colta, industrializzata e attraversata da una straordinaria produzione scientifica e culturale arrivasse a considerare normale l’orrore?
Forse una risposta si trova proprio prima della violenza. Nel lungo lavoro culturale che la precedette.
Il nazismo non nacque soltanto nelle stanze del potere. Fu preparato da un linguaggio. Filosofi, giuristi, medici, antropologi, biologi, storici, giornalisti e pubblicisti contribuirono, in forme diverse, a costruire una rappresentazione del mondo nella quale il concetto di Volk, popolo, diventava una realtà quasi biologica. La «legge del sangue» trasformava la differenza in gerarchia, la gerarchia in esclusione e l’esclusione, progressivamente, in diritto.
La procreazione dei «giusti», la lotta contro gli «altri» e infine la guerra diventavano così parti di una stessa visione. Il diritto non era più lo strumento attraverso il quale una comunità politica riconosceva eguali cittadini, ma una presunta espressione della natura. La biologia pretendeva di diventare morale, la razza pretendeva di diventare politica.
Il passaggio decisivo fu la costruzione del nemico. L’ebreo venne rappresentato non semplicemente come un cittadino di un’altra religione, ma come un corpo estraneo, una contaminazione, un pericolo per la comunità nazionale. Il razzismo acquistò così una grammatica apparentemente scientifica e una giustificazione politica.
È questa la parte dell’esperienza nazista che merita maggiore attenzione anche oggi: prima della persecuzione viene sempre la definizione dell’altro.
Naturalmente la Germania del 2026 non è la Germania degli anni Trenta. La Repubblica federale dispone di istituzioni democratiche solide, di una Costituzione nata anche dalla memoria della catastrofe e di una cultura politica nella quale il nazismo è sottoposto a una particolare vigilanza. Non bisogna dunque confondere la storia.
Ma proprio per questo bisogna osservare attentamente i linguaggi contemporanei.
Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt, con circa il 44,5% dei voti, rappresenta uno storico salto in avanti per la destra radicale tedesca. La CDU è precipitata al 18,5%, mentre l’AfD ha conquistato 39 seggi su 83. Non dispone però della maggioranza necessaria per governare da sola e i principali partiti continuano a escludere una coalizione con essa.
Che cosa significa questo risultato?
Non significa che quasi metà degli elettori di quel Land siano nazisti. Sarebbe una semplificazione pericolosa e persino controproducente. Significa invece che una parte enorme dell’elettorato è disponibile a votare un partito che ha fatto dell’immigrazione, dell’identità nazionale, della sicurezza e del conflitto con le élite uno dei propri principali strumenti di mobilitazione.
E qui la storia torna a interrogarci.
Oggi non esiste la «legge del sangue» nazista nella sua forma originaria. Ma alcuni studi hanno documentato come l’AfD abbia recuperato e trasformato concetti legati al Volk, alla famiglia, alla riproduzione e alla presunta minaccia demografica rappresentata dagli immigrati e dai musulmani. La storica Isabel Heinemann ha evidenziato, per esempio, la continuità di alcune rappresentazioni della famiglia come «cellula» della nazione e l’uso della paura della sostituzione demografica.
È qui che il confronto diventa delicato.
L’ebreo di ieri non è l’immigrato africano di oggi. Le due realtà storiche non possono essere sovrapposte. Gli ebrei tedeschi erano cittadini tedeschi e furono perseguitati attraverso un progetto razziale culminato nello sterminio. I migranti contemporanei costituiscono invece una realtà estremamente diversificata, fatta di lavoratori, rifugiati, famiglie, studenti, cittadini europei ed extraeuropei.
Ma può essere simile il meccanismo attraverso cui una società costruisce un «noi» minacciato da un «loro».
Il vocabolario cambia: ieri «sangue», oggi «identità»; ieri «razza», oggi «cultura»; ieri «contaminazione», oggi «sostituzione»; ieri il nemico era l’ebreo, oggi in alcune retoriche sono il migrante, il musulmano, lo straniero. La ricerca ha mostrato come il concetto di Umvolkung, utilizzato nel linguaggio nazista per indicare una presunta trasformazione etnica della popolazione, sia stato ripreso in tempi recenti nel discorso della destra radicale tedesca insieme alla teoria della «Grande sostituzione».
La differenza decisiva, però, resta fondamentale: oggi queste idee sono combattute all’interno di una democrazia pluralista, mentre il nazismo eliminò progressivamente ogni spazio di pluralismo.
Perché allora l’AfD cresce?
Non soltanto per il razzismo. Ci sono fattori economici, sociali e territoriali. L’Est della Germania porta ancora le conseguenze della lunga trasformazione seguita alla riunificazione. Esistono frustrazioni verso i partiti tradizionali, paura del futuro, insicurezza economica, sfiducia nelle istituzioni, disagio per l’immigrazione e crescente polarizzazione culturale. L’AfD intercetta queste paure e le organizza politicamente. La sua forza consiste anche nel trasformare problemi complessi in spiegazioni semplici: c’è un problema, c’è un colpevole, c’è un confine da difendere.
Il suo leader regionale Ulrich Siegmund ha inoltre costruito un’immagine personale più rassicurante e meno apertamente radicale, riuscendo a parlare anche a fasce giovanili dell’elettorato.
Questo è forse il pericolo più sottile.
Il totalitarismo non torna necessariamente con le uniformi del passato. Può presentarsi con un volto normale, attraverso slogan elettorali, social network, campagne sulla sicurezza, richiami alla famiglia, alla patria e alla libertà. Può conquistare consenso non chiedendo immediatamente di abolire la democrazia, ma promettendo di «restituire il Paese al popolo».
La lezione del nazismo, dunque, non è che ogni destra radicale conduca inevitabilmente ad Auschwitz. La lezione è che bisogna vigilare sul momento precedente alla catastrofe: quello nel quale una società comincia ad accettare che alcuni esseri umani valgano meno di altri.
La Germania del 2026 non è la Germania del 1933. Ma la democrazia non si difende soltanto impedendo ai nuovi Hitler di conquistare il potere. Si difende impedendo che parole come esclusione, sostituzione, impurità, superiorità e nemico diventino progressivamente normali.
Perché il primo rumore del totalitarismo non è ancora un urlo.
È un brusio.
E quando una società smette di ascoltarlo, può accadere che sia già diventato troppo forte.
Germania, elezioni in Sassonia--Anhalt. Vince la Afd con oltre il 44% dei voti
📚 Per comprendere a fondo la continuità tra la costruzione culturale del consenso totalitario e le sue metamorfosi contemporanee — come l’uso del linguaggio identitario, le paure demografiche e la radicalizzazione politica nella Germania attuale — tre saggi fondamentali.
1. La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti — Johann Chapoutot
- Contenuto: L’autore analizza l’universo mentale del nazismo dimostrando come questo non sia stato un’esplosione irrazionale, ma un sistema ideologico coerente elaborato da giuristi, medici e accademici che trasformarono la biologia in legge e la difesa della razza in un imperativo giuridico.
- Perché leggerlo: Permette di capire il meccanismo culturale che precede la violenza fisica, mostrando come il vocabolario del Volk e della difesa biologica della nazione sia stato normalizzato prima di diventare persecuzione statale.
2. La misura del potere. Pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948 — David Bidussa
- Contenuto: Attraverso l’analisi del pontificato di Pio XII e delle trasformazioni storiche tra il fascismo, la guerra e il dopoguerra, il saggio esplora come le istituzioni morali e politiche abbiano reagito alla nascita e alla caduta dei regimi totalitari, rimodellando concetti quali sovranità, ordine sociale e difesa della civiltà.
- Perché leggerlo: Offre uno sguardo critico sul modo in cui i poteri tradizionali gestiscono il linguaggio dell’emergenza e dell’identità di fronte alla radicalizzazione politica, evidenziando le continuità e i compromessi culturali nel passaggio dai totalitarismi della prima metà del Novecento alla democrazia moderna.
3. Che cos’è il populismo? — Jan-Werner Müller
- Contenuto: Il politologo tedesco definisce la natura profonda dei movimenti populisti e delle destre radicali contemporanee, spiegando che la loro cifra distintiva non è solo l’anti-elitismo, ma la pretesa di un monopolio morale sulla rappresentanza del “vero popolo”, trasformando le minoranze e gli oppositori in minacce identitarie.
- Perché leggerlo: Fornisce le chiavi di lettura essenziali per analizzare il successo elettorale di forze radicali come l’AfD e le retoriche della “sostituzione”, aiutando a distinguere la propaganda escludente dalle dinamiche istituzionali di una democrazia pluralista.
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