Dal consenso al dissenso: perché il Ddl Bongiorno divide l’Italia

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Dal consenso al dissenso: perché il Ddl Bongiorno divide l’Italia e allontana l’Europa

C’è una parola che, più di altre, negli ultimi anni ha cambiato il modo in cui le società europee parlano di violenza sessuale: consenso. Una parola semplice, ma carica di significato giuridico, culturale e politico. Ed è proprio questa parola che scompare nella riformulazione del cosiddetto ddl Bongiorno, il disegno di legge che modifica l’articolo 609 bis del Codice penale italiano e che ha riacceso uno scontro profondo dentro e fuori il Parlamento.

Dal consenso al dissenso: perché il Ddl Bongiorno divide l’Italia

Nel nuovo testo, al posto del “consenso libero e attuale” – formula approvata all’unanimità dalla Camera nel novembre scorso – compare la “volontà contraria” e viene introdotto il concetto di “dissenso”. Un cambio di paradigma che molte associazioni femministe, organizzazioni antiviolenza e giuriste definiscono senza mezzi termini un arretramento culturale e giuridico.

Dal consenso al dissenso: un cambio che pesa

Il ddl chiarisce che la violenza sessuale sussiste quando l’atto è contrario alla volontà della persona offesa, anche se compiuto “a sorpresa” o approfittando dell’impossibilità di esprimere dissenso. Ma è proprio qui che nasce la frattura. Sparendo il riferimento esplicito al consenso, il baricentro della norma si sposta: non è più l’autore del reato a dover verificare la presenza di un consenso, ma la vittima a dimostrare di aver espresso un dissenso.

Un ritorno implicito a una logica che molte donne conoscono fin troppo bene: “Perché non hai detto no?”, “Perché non ti sei opposta?”, “Perché non hai reagito?”. Domande che la giurisprudenza italiana degli ultimi dieci anni aveva progressivamente superato, riconoscendo che il consenso deve essere libero, attuale e inequivocabile, e che il silenzio, la paura o l’immobilità non equivalgono mai a un sì.

Come ricordano sindacaliste e attiviste, il consenso non è solo una categoria giuridica, ma uno strumento educativo e culturale, centrale in quell’educazione all’affettività e al rispetto che in Italia resta largamente assente dal dibattito politico.

Le pene: una contraddizione politica

A rendere il quadro ancora più controverso c’è il tema delle sanzioni. Per la violenza sessuale “semplice”, il ddl abbassa la pena da 6–12 anni a 4–10 anni di reclusione. Restano invariate le pene più alte solo nei casi di violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittamento di condizioni di inferiorità della vittima. Inoltre, per le ipotesi di “minore gravità”, la pena potrà essere ridotta fino a due terzi.

Una scelta che appare in controtendenza rispetto alla retorica securitaria spesso adottata dalle stesse forze politiche di maggioranza, tradizionalmente favorevoli all’inasprimento delle pene. Ma soprattutto una scelta che sposta l’attenzione dal fatto in sé al “danno” subito, come se la violazione del corpo e dell’autodeterminazione potesse essere valutata solo in base alle conseguenze fisiche o psicologiche misurabili.

L’Italia controcorrente rispetto all’Europa

Il punto più critico, però, è il confronto con l’Europa. Negli ultimi anni, diversi Paesi hanno adottato leggi che definiscono lo stupro in base alla mancanza di consenso, e non alla prova della violenza o della resistenza.

La legge più citata come modello dalle organizzazioni antistupro è quella svedese del 2018, nota come consent law. In Svezia, un rapporto sessuale è legale solo se entrambe le persone hanno espresso un consenso esplicito o chiaramente manifestato. Non serve dimostrare minacce o violenza: basta l’assenza di consenso. Questa legge è considerata da molte associazioni femminili una svolta storica, perché sposta la responsabilità sull’iniziativa di chi compie l’atto, non sulla reazione di chi lo subisce.

Anche la Spagna, con la legge “Solo sí es sí”, e la Francia hanno riformato la loro legislazione in questa direzione, recependo lo spirito della Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato ma che, secondo molte critiche, oggi rischia di tradire.

Il rischio della vittimizzazione istituzionale

Se il ddl Bongiorno dovesse diventare legge nella sua forma attuale, il timore diffuso è che le vittime tornino a essere sottoposte a un doppio processo: quello contro l’aggressore e quello sulla loro condotta. Il linguaggio ambiguo che mescola “volontà contraria”, “dissenso” e persino lo stupro “a sorpresa” rischia di riaprire spazi interpretativi pericolosi, in cui il sospetto si sposta sulla vittima e l’autore della violenza beneficia di margini di ambiguità.

Non esistono zone grigie nella violenza sessuale, ribadiscono le associazioni. Esiste il consenso, e quando manca c’è violazione della libertà e dell’autodeterminazione. Ogni norma che indebolisce questo principio non è neutra: produce effetti concreti, scoraggia le denunce, legittima la cultura dello stupro e allontana le donne dalla fiducia nelle istituzioni.

In gioco non c’è solo una parola in un articolo di legge. C’è la direzione culturale del Paese e la sua collocazione in Europa. Scegliere il dissenso al posto del consenso significa guardare indietro, proprio mentre altrove si prova – con fatica – ad andare avanti.

Dal consenso al dissenso: perché il Ddl Bongiorno divide l’Italia e allontana l’Europa

Tre libri che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i temi trattati nell’articolo — ovvero violenza sessuale, cultura del consenso, diritto penale, dinamiche di vittimizzazione e prospettive di genere — offrendo analisi rigorose, interpretazioni giuridiche e indicazioni di lettura utili per approfondire un dibattito tanto attuale quanto complesso:

📚 1. No significa no. Creare una cultura del consenso per combattere la cultura dello stupro

Autrice: Benedetta Lo Zito

Un testo emblematico per comprendere il concetto di consenso sessuale non solo come principio giuridico, ma come strumento culturale e pedagogico essenziale per prevenire la violenza di genere. Benedetta Lo Zito analizza in modo chiaro e incisivo come una cultura radicata nel yes-means-yes (il consenso esplicito) possa contribuire a superare la cultura dello stupro, linguaggi ambigui e le logiche di colpevolizzazione della vittima. Il libro affronta le criticità delle norme italiane attuali e propone percorsi di educazione all’affettività e al rispetto reciproco, sottolineando l’importanza di un consenso informato, libero e continuo.
👉 Ideale per chi vuole comprendere perché il consenso è la chiave interpretativa per affrontare il tema della violenza sessuale nella società contemporanea.


📚 2. La violenza sessuale e gli abusi sulle donne e sui minori. Dai profili dinamici di vittimizzazione all’inquadramento normativo e giurisprudenziale

Autore: Nicola Malizia & Renato Grillo

Un’opera di taglio giuridico-scientifico che offre una analisi dettagliata dei profili dinamici della violenza sessuale, con particolare attenzione alla vittimizzazione di donne e minori, ai meccanismi psicologici che accompagnano l’abuso e alle risposte normative e giurisprudenziali italiane. Il libro esamina con attenzione il diritto sostanziale e processuale, integrando profili clinici, criminologici e sociali, e rappresenta un’importante risorsa per comprendere come il sistema giuridico affronta la violenza sessuale, quali sono le lacune normative e come la giurisprudenza si è evoluta nel tempo.
👉 Un testo fondamentale soprattutto per operatori del diritto, docenti, studenti e lettori interessati a una riflessione giuridica rigorosa e aggiornata.


📚 3. Maledetta sfortuna: vedere, riconoscere, rifiutare la violenza di genere

Autore: Carlotta Vagnoli

Carlotta Vagnoli è una delle voci più acute e sensibili nel panorama italiano contemporaneo sulla violenza di genere e sulla rappresentazione mediatica e culturale delle aggressioni sessuali. In Maledetta sfortuna, l’autrice decostruisce narrazioni standardizzate, stereotipi e luoghi comuni che circondano casi di violenza contro le donne, mostrando come spesso il linguaggio e le rappresentazioni sociali contribuiscano a minimizzare o distorcere i fatti reali. È un testo che invita a un cambiamento di prospettiva: non giudicare, non semplificare, ma capire le dinamiche profonde della violenza e le responsabilità culturali che la sostengono.
👉 Particolarmente adatto a lettori interessati a una prospettiva di genere critica e contemporanea, che mette al centro le narrazioni, i media e la percezione collettiva della violenza.

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