Consenso, libertà, dignità: donna oggi tra violenze e riforme

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Consenso, libertà e dignità: essere donna oggi tra violenze, riforme e narrazioni che resistono

In un mondo che continua a misurare il corpo e la libertà delle donne attraverso ricatti, giudizi, stereotipi e violenze, ogni passo avanti si conquista con fatica. Ed è per questo che l’approvazione, alla Camera, della proposta di legge che introduce nel codice penale il principio del “consenso libero e attuale” segna un passaggio culturale prima ancora che giuridico. Una riscrittura dell’art. 609-bis che mette al centro ciò che per anni era rimasto implicito, sfumato, negoziabile: la volontà della donna.

Consenso, libertà, dignità: donna oggi tra violenze e riforme

La nuova formulazione ‒ che ora passa all’esame del Senato ‒ sposta definitivamente l’asse della tutela dalla violenza fisica al riconoscimento della soggettività. Non più solo costrizione, forza, minaccia. Ma l’assenza di un sì chiaro, libero, consapevole. Una rivoluzione che molte giuriste definiscono epocale perché afferma un principio semplice: se non c’è consenso, c’è violenza.

E tuttavia, mentre il Parlamento prova a modernizzare la legge, il dibattito pubblico sembra fare passi indietro. Le dichiarazioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e della ministra Eugenia Roccella alla Conferenza internazionale contro il femminicidio hanno scosso l’opinione pubblica e alimentato polemiche trasversali.

Nordio, parlando della “sedimentazione millenaria della superiorità maschile”, ha evocato un “codice genetico dell’uomo” che opporrebbe resistenza alla parità. Parole che hanno fatto sobbalzare sociologi, genetisti, psicologi e moltissime donne. La ministra Roccella, da parte sua, ha affermato che l’educazione sessuale non riduce i femminicidi, entrando in collisione con decenni di ricerche internazionali che mostrano l’esatto contrario: dove si educa al consenso, alla parità e alle emozioni, la violenza cala.

Queste posizioni hanno irritato opposizioni e associazioni femministe, che le hanno definite “pericolose”, “fuorvianti”, “imbarazzanti”. Ma le critiche non bastano: occorre interrogarsi su cosa raccontano davvero queste parole.

Un Paese che cambia, ma lentamente

L’Italia vive un paradosso: mentre cresce la consapevolezza diffusa sulla violenza di genere, una parte della narrazione pubblica continua a riproporre una visione che naturalizza il dominio maschile come destino biologico. È un salto all’indietro che stride con i dati. Nel nostro Paese, in media, una donna viene uccisa ogni tre giorni, quasi sempre da un uomo che conosce. Le denunce per maltrattamenti sono in aumento, così come le richieste ai centri antiviolenza. Ma ciò che colpisce è soprattutto la persistenza di una cultura che ancora oggi considera le donne “possedibili”, controllabili, punibili se si sottraggono a un legame.

Ed è qui che il concetto di consenso diventa centrale. Non si tratta soltanto di un tecnicismo giuridico, ma di una cornice culturale che può cambiare la percezione pubblica della sessualità, della libertà e dei diritti.

Come ricordano Manon Garcia e Caroline Darian nel volume Manon. Il coraggio di essere donna, la violenza si annida nelle sfumature linguistiche, nei sottintesi, nel silenzio. È nelle parole non dette, nel “non ho capito”, nel “se non dice no allora sì”, che si costruisce la normalizzazione dell’abuso. Per questo il riconoscimento del consenso libero e attuale è una conquista che riguarda tutti, non solo le donne.

La distanza tra le leggi e il cambiamento reale

Le leggi, per quanto preziose, non bastano da sole. Servono strumenti concreti, educazione e una visione di lungo periodo. Perché la violenza non nasce all’improvviso: è il prodotto di relazioni di potere, modelli familiari, sistemi simbolici che si trasmettono di generazione in generazione.

E allora la domanda è inevitabile: come si cambia una cultura?

Nordio ha parlato dell’importanza dell’educazione, ma la sua dichiarazione sui “millenni di dominio maschile” tradisce un fatalismo che rischia di diventare autoassolutorio. Se davvero la disuguaglianza è inscritta nel “codice dell’uomo”, allora ogni tentativo educativo sarebbe inutile. Ma la storia ‒ quella vera, non quella piegata alle retoriche ‒ ci dice che i modelli cambiano. E cambiano grazie a politiche pubbliche, riforme scolastiche, empowerment femminile, narrazioni alternative, percorsi di consapevolezza maschile.

In questo senso, l’affermazione della ministra Roccella secondo cui l’educazione sessuale non ridurrebbe i femminicidi non regge al confronto con l’esperienza dei Paesi scandinavi, del Canada, della Spagna, dove programmi scolastici strutturati hanno prodotto effetti tangibili, non solo sulla violenza ma anche sulla salute delle relazioni affettive e sull’autostima dei giovani.

Dire ciò che accade, per cambiare ciò che accade

Viviamo in un’epoca in cui denunciare la violenza non basta più: occorre nominarla con le parole giuste, riconoscerla prima che diventi tragedia, decostruire la cultura che la legittima. È ciò che scrivono molte intellettuali, da Rebecca Solnit a Springora, da Chimamanda Ngozi Adichie alle stesse Garcia e Darian: la violenza non è un incidente, è un sistema. E i sistemi non crollano da soli.

L’approvazione della nuova norma sul consenso è un passo importante, ma rappresenta anche un banco di prova per capire quale direzione voglia prendere il Paese: quella della tutela, dell’autonomia e della libertà femminile, oppure quella di un rassicurante ritorno al passato, dove il problema si spiega con la biologia invece che con il potere.

Essere donna nel 2025: tra paura e rivolta

In Italia, nel 2025, essere donna significa ancora fare i conti con un corpo esposto al giudizio, con la fatica di essere credute, con la paura che una relazione sbagliata diventi una sentenza. Ma significa anche protagonismo, coraggio, voci che si alzano, movimenti che crescono, giovani generazioni meno disposte al silenzio.

La sfida è culturale, educativa, politica. E riguarda tutti: donne, uomini, scuole, famiglie, media, giustizia.
Perché la libertà delle donne non è un optional da concedere: è il termometro della salute democratica di un Paese.

Consenso, libertà, dignità: donna oggi tra violenze e riforme

📚 Tre libri consigliati

1. Manon. Il coraggio di essere donna – Manon Garcia e Caroline Darian

Un libro prezioso che mette al centro le parole, le testimonianze e la teoria femminista per nominare ciò che spesso resta taciuto: la violenza sulle donne e il potere del consenso. Garcia e Darian riportano la complessità del “dire no”, ma soprattutto del poter dire “sì” in modo libero, attuale, consapevole. Una lettura essenziale per comprendere la portata culturale e politica della riforma del consenso.


2. Consenso. La forza rivoluzionaria del dire di sì e di no – Vanessa Springora, trad. italiana

Dopo Il consenso (Le Consentement), in cui raccontava la violenza subita da adolescente, Springora è diventata simbolo di una battaglia internazionale per ridefinire il concetto di consenso. Il libro analizza la vulnerabilità, il potere, la manipolazione e la cultura patriarcale che rende difficile riconoscere la violenza quando si traveste da amore o da seduzione. Un testo che dialoga perfettamente con il dibattito italiano.


3. Questo non è normale. Come porre fine al potere maschile sulle donne – Naomi Klein e Rebecca Solnit (varie edizioni italiane)

Un volume che intreccia politica, società e diritti, mostrando come la violenza contro le donne non sia un’emergenza ma un sistema di potere. Solnit, in particolare, racconta le dinamiche dell’abuso, dell’invisibilità, del silenziamento, rendendo chiaro perché il cambiamento deve essere culturale prima che normativo. Perfetto per comprendere il contesto globale in cui si inserisce la discussione italiana.

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