Violenza invisibile e processo: Dal tribunale di Latina a Parigi
Violenza invisibile e processo: Dal tribunale di Latina a Parigi
C’è un filo sottile ma tenace che lega un’aula di tribunale di Latina nel 1979 e quella di Versailles nel dicembre 2024. Un filo fatto di resistenza, di parole pronunciate con voce ferma davanti a giudici e telecamere, di storie di donne che hanno avuto il coraggio di sfidare non solo i loro aguzzini, ma anche un sistema giudiziario e sociale spesso ostile.

Il 1979 segnò una svolta. Per la prima volta, in Italia, le telecamere riprendevano dal vivo un dibattimento giudiziario. L’avvocata Tina Lagostena Bassi sedeva al banco della difesa. Di fronte a lei, una giovane vittima di violenza sessuale. Non bastava combattere contro i suoi seviziatori: bisognava respingere anche gli attacchi dei legali della difesa, che tentavano di insinuare una colpevole passività della ragazza.
«Per donne intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato» disse Lagostena Bassi, lasciando una traccia indelebile nella memoria collettiva. In quell’aula, non si difendeva solo una persona, ma l’idea stessa che il corpo e la dignità femminile non siano oggetti negoziabili.
A distanza di quasi mezzo secolo, a Parigi, un’altra aula di tribunale ha riportato al centro dell’attenzione pubblica un tema altrettanto drammatico: la sottomissione chimica.
Il 19 dicembre 2024, in Francia, si è chiuso un processo che per mesi aveva dominato le prime pagine dei giornali. La vittima, Gisèle Pelicot, per almeno dieci anni era stata drogata dal marito Dominique con cocktail di farmaci somministrati di nascosto. Poi, approfittando del suo corpo privo di coscienza, lui abusava di lei, filmava e fotografava tutto. Non solo: invitava sconosciuti, oltre cinquanta, contattati online, a partecipare.
Dietro questa storia c’è un ulteriore strazio: la scoperta da parte della figlia Caroline di nuove immagini che ritraevano le due nuore, persino lei stessa, riprese di nascosto. La domanda, atroce, è diventata inevitabile: forse suo padre l’aveva drogata e violentata senza che lei potesse ricordarlo?
In questo abisso, madre e figlia hanno trovato la forza di ribaltare la narrazione. «La vergogna non è nostra» hanno deciso. «È di chi manipola, droga e violenta in nome di un potere che chiama amore e che è solo dominio.»
Questi due casi, pur diversi per epoca e contesto, raccontano la stessa verità scomoda: la violenza sessuale non è mai solo un fatto di cronaca nera. È un fenomeno che attraversa culture, confini e decenni, adattandosi ai tempi e agli strumenti. Negli anni Settanta, le vittime venivano spesso colpevolizzate pubblicamente, come nel processo di Latina. Oggi, in un’epoca di tecnologie pervasivamente presenti, l’abuso può diventare anche digitale, registrato, condiviso, moltiplicando la violenza.
Il tema della sottomissione chimica è in espansione, denunciato da organizzazioni internazionali come un’emergenza silenziosa. Secondo l’Osservatorio europeo sulla sicurezza, negli ultimi cinque anni i casi denunciati sono aumentati del 60%, ma le autorità ritengono che si tratti solo della punta dell’iceberg: la maggior parte delle vittime non denuncia per paura, vergogna o amnesia indotta dalle sostanze.
A differenza del 1979, oggi la comunità internazionale dispone di strumenti giuridici più avanzati: convenzioni internazionali, protocolli di indagine specializzati, cooperazione tra polizie. Ma c’è ancora una costante inquietante: la difficoltà di credere alle vittime. Sia a Latina che a Parigi, la difesa degli accusati ha tentato di spostare l’attenzione, di insinuare dubbi, di ridurre la violenza a malintesi o scelte “consenzienti”.
Tina Lagostena Bassi diceva che «nei processi di violenza sessuale, l’imputata è quasi sempre la donna». Una frase che, tristemente, non ha perso attualità. Anche nel 2024, in Francia, le vittime si sono viste costrette a dimostrare di non aver acconsentito a qualcosa mentre erano prive di coscienza, come se l’onere della prova fosse interamente sulle loro spalle.
C’è però un elemento di speranza. Il processo Pelicot si è svolto a porte aperte, con la stampa ammessa, proprio come desideravano madre e figlia. La loro testimonianza pubblica è diventata un atto politico, un modo per rompere il silenzio e costringere la società a guardare in faccia la realtà.
Allo stesso modo, il dibattimento di Latina, trasmesso in TV nel ’79, fu uno shock collettivo: milioni di italiani ascoltarono per la prima volta, in diretta, il racconto di una violenza sessuale, e si resero conto che la vittima non era una sagoma anonima, ma una persona con un volto, una voce, una storia.
Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, la sfida resta la stessa: trasformare la vergogna in denuncia, l’isolamento in solidarietà, la paura in cambiamento.
Gli esperti sottolineano che la sottomissione chimica è solo una delle nuove forme che la violenza di genere può assumere. In alcuni casi si tratta di partner o ex partner, in altri di sconosciuti incontrati in locali, università, perfino in contesti di lavoro. È un fenomeno che richiede campagne di sensibilizzazione, formazione per forze dell’ordine e personale medico, e soprattutto un cambiamento culturale.
Nel 1979, Tina Lagostena Bassi parlava di sé «prima di tutto come donna e poi come avvocato». Nel 2024, Caroline e Gisèle parlano «prima di tutto come donne e poi come vittime». Questo passaggio semantico è importante: indica che la loro identità non si esaurisce nell’atto criminale subito.
Il filo rosso che unisce queste due aule di tribunale non è solo la violenza, ma la resistenza. E in ogni aula, ieri come oggi, echeggia la stessa domanda: quante altre storie dovranno essere raccontate prima che la società smetta di mettere sotto processo le vittime invece dei colpevoli?
Violenza invisibile e processo: Dal tribunale di Latina a Parigi
Tre libri in italiano, compreso quello di Caroline Darian, che affrontano il tema della violenza di genere, degli abusi domestici e della sottomissione chimica:
- E ho smesso di chiamarti papà – Caroline Darian
Il memoir potente e doloroso della figlia di Gisèle Pelicot, che racconta non solo l’orrore scoperto in famiglia, ma anche il percorso di resistenza e denuncia. Un atto di accusa contro la violenza nascosta tra le mura domestiche e il patriarcato che la protegge. - Ferite a morte – Serena Dandini
Un testo a metà tra letteratura e teatro civile, che dà voce – spesso postuma – a donne uccise da uomini che dicevano di amarle. Storie ispirate a fatti reali, per rompere il silenzio e rendere visibile ciò che spesso resta nascosto. - Stupro. Una storia di molestie – Louise O’Neill (tradotto in italiano)
Un romanzo intenso che affronta il trauma dello stupro, il victim blaming e il peso della pressione sociale sulla vittima. Ambientato in una piccola comunità, svela i meccanismi di difesa e negazione che spesso proteggono i colpevoli.
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