Biodiversità in Italia: specie che ce l’hanno fatta e quelle dimenticate
Biodiversità in Italia: specie che ce l’hanno fatta e quelle dimenticate
In Italia, il 2025 si conferma un anno di luci e ombre per la biodiversità.
Se da un lato alcune specie simbolo sono state salvate o hanno visto numeri in crescita, dall’altro migliaia di animali e piante – soprattutto quelli meno “fotogenici” – restano condannati a un destino silenzioso.
Uno studio pubblicato su PNAS dalle Università di Firenze e Hong Kong ha svelato un dato che lascia poco spazio alle interpretazioni: l’83% dei fondi globali per la conservazione va ai vertebrati, e soprattutto a quelli iconici. Elefanti, tartarughe marine, grandi felini: animali capaci di catturare l’immaginario e generare donazioni. Ma dietro l’immagine da copertina, restano esclusi i veri campioni della resilienza ecologica: anfibi, pipistrelli, serpenti, invertebrati, funghi, alghe e molte specie vegetali.

La fotografia italiana
Il nostro Paese, grazie al programma europeo LIFE e ai fondi del PNRR, ha messo in campo progetti che hanno permesso di recuperare popolazioni di orso marsicano, lontra europea e gipeto sulle Alpi. Il ritorno del lupo in zone dove era scomparso da decenni è un segnale forte: la natura, se aiutata, sa reagire.
Eppure, sotto la superficie, il quadro resta preoccupante. Gli anfibi, tra i vertebrati più a rischio, ricevono appena il 2% dei fondi. La rana di Lataste, esclusiva delle pianure umide del Nord Italia, sopravvive in pochi siti frammentati. Il tritone alpino e la salamandra di Lanza sono stretti tra cambiamento climatico, perdita di habitat e malattie fungine.
Non va meglio a rettili e pipistrelli. Specie fondamentali per il controllo degli insetti, come il pipistrello di Savi o il vespertilio maggiore, sono ignorate da gran parte dei programmi di conservazione. La loro “colpa”? Non essere belli o rassicuranti.
Le piante: cenerentole della conservazione
Il rapporto mette in evidenza una discriminazione storica: le piante ricevono appena il 6,6% dei fondi, nonostante il loro ruolo cruciale negli ecosistemi. In Italia, progetti locali hanno salvato dall’estinzione la primula di Palinuro, ma altre specie, come l’aster sorrentino o la sassifraga di Valle Pesio, sopravvivono grazie a minuscoli finanziamenti e al lavoro di volontari.
E poi ci sono i funghi e le alghe, relegati a un misero 0,2% degli investimenti. Eppure la salute dei nostri mari e delle nostre foreste passa anche da loro.
Perché succede
Stefano Cannicci, zoologo dell’Università di Firenze e coautore dello studio, è netto:
“Gli animali che percepiamo come brutti o pericolosi – pipistrelli, serpenti, lucertole, moltissimi insetti – sono scarsamente finanziati. Ma la biodiversità non è un concorso di bellezza: ogni specie persa è un pezzo di ecosistema che si spezza”.
Il problema, aggiunge, è culturale e politico. Le campagne di raccolta fondi e comunicazione privilegiano gli animali capaci di emozionare il pubblico. Questo genera un circolo vizioso: più visibilità significa più finanziamenti, mentre le specie meno conosciute scivolano nell’ombra, fino a scomparire.
Le specie che ce l’hanno fatta
Nonostante tutto, il 2025 regala storie positive.
- Orso bruno marsicano: grazie a corridoi ecologici e riduzione del bracconaggio, la popolazione ha superato i 70 esemplari, un record per gli ultimi decenni.
- Lontra europea: tornata in bacini fluviali dove era scomparsa dagli anni ’70.
- Gipeto: il rapace alpino, estinto in Italia nel XX secolo, oggi conta una trentina di coppie riproduttive.
- Caretta caretta: le tartarughe marine hanno deposto un numero record di nidi lungo le coste di Calabria e Sicilia, grazie anche a reti di volontari e pescatori coinvolti nella protezione.
Le specie in trincea
Ma le “vittorie” non devono far dimenticare chi resta al limite:
- Aquila di Bonelli: meno di 60 coppie nidificanti, concentrate in Sicilia e Sardegna.
- Cicogna nera: colonie minacciate dalla deforestazione e dal disturbo antropico.
- Trota marmorata: in regressione per inquinamento e ibridazione con specie alloctone.
- Farfallina del Lazio: un piccolo lepidottero la cui sopravvivenza è legata a pochi prati umidi rimasti intatti.
Agosto 2025: a che punto siamo
Il bilancio nazionale, aggiornato ad agosto, mostra un’Italia divisa. Da un lato, progetti di eccellenza scientifica e comunità locali attive; dall’altro, una grave disparità di attenzione e risorse. Il Piano Nazionale per la Biodiversità, varato nel 2024, ha iniziato a correggere la rotta, prevedendo una quota minima di fondi destinata a specie “non carismatiche”. Ma la strada è lunga: la legge attuativa è ferma al Senato da sei mesi.
Il futuro: cambiare narrazione
Secondo gli esperti, il vero salto culturale sarà raccontare la biodiversità senza gerarchie estetiche. Spiegare che una salamandra è preziosa quanto un orso, che un albero di montagna minacciato merita la stessa attenzione di un delfino.
Perché, come ricorda il biologo marino italiano Andrea Bianchi:
“La biodiversità è un’orchestra. Possiamo emozionarci per il violino solista, ma se spariscono i fiati o le percussioni, la musica si ferma”.
E oggi, in Italia e nel mondo, troppi strumenti stanno già tacendo.
Biodiversità in Italia: specie che ce l’hanno fatta e quelle dimenticate
Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano il tema della biodiversità e della tutela delle specie a rischio:
- “La sesta estinzione. Una storia innaturale” – Elizabeth Kolbert
Un saggio premiato con il Pulitzer che racconta, con rigore scientifico e stile narrativo, le grandi estinzioni del passato e l’attuale crisi della biodiversità causata dall’uomo. - “Biodiversità” – Edward O. Wilson
Tradotto in italiano, questo testo fondamentale di uno dei più grandi biologi del XX secolo spiega l’importanza della varietà biologica per la sopravvivenza del pianeta e denuncia le minacce che la mettono in pericolo. - “Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene” – Simon L. Lewis e Mark A. Maslin
Un’analisi storica e scientifica del nostro impatto sugli ecosistemi, con capitoli dedicati alla perdita di habitat e alla necessità di proteggere le specie meno “iconiche” ma vitali.

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