Gaza, quando la fame diventa un’arma: l’accusa di MSF
Gaza, quando la fame diventa un’arma: l’accusa di MSF e le risposte internazionali
A Gaza la fame uccide e la carità diventa trappola mortale. Medici Senza Frontiere ha lanciato un’accusa netta: i centri di distribuzione alimentare gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta da Stati Uniti e Israele, sono vere e proprie “trappole mortali”. Le denunce parlano di violenza sistematica contro civili disarmati in cerca di nutrimento — «una masacre orquestada» — e chiedono la chiusura immediata dei punti GHF e il ritorno del controllo umanitario all’ONU.

Vittime sotto il fuoco
Un’inchiesta del Guardian riferisce che, dal 27 maggio, almeno 1.373 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo: 859 vicino ai siti GHF, e altri 514 lungo le rotte dei convogli di aiuti. Gli ospedali confermano un’emergenza senza precedenti, con medici che documentano schemi di ferite ricorrenti e proiettili compatibili con armi militari.
Un rapporto del Wall Street Journal sottolinea che il fallimento del piano GHF — una distribuzione centralizzata in soli quattro punti, tutti collocati in zone militarizzate — ha messo la popolazione in un caos pericoloso: scene estreme, mancanza di registrazione, gestione improvvisata e panico reagito a colpi di arma da fuoco.
Condanna unanime, ma le azioni restano deboli
Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, ha definito l’operazione della GHF “inherently unsafe” e “killing people” — un invito urgente a interromperne l’operatività. Anche il capo dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, ha definito la struttura una “trappola mortale” e una distorsione umanitaria in stile Hunger Games.
A tutt’oggi, il GHF continua a ricevere sostegno da parte degli Stati Uniti, ma oltre 170 ONG — da Oxfam a Amnesty, da Save the Children al Norwegian Refugee Council — chiedono a gran voce la fine del programma e il ritorno a un coordinamento ONU.
Approccio militarizzato: guerra anche per fame
Human Rights Watch va oltre: considera gli attacchi contro civili in cerca di cibo come veri e propri crimini di guerra. Il modello di distribuzione appare progettato per mantenere Gaza affamata — uno strumento di guerra più che di aiuto umanitario.
Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, almeno 798 civili sono rimasti uccisi per attacchi nei pressi di centri GHF o lungo i percorsi degli aiuti.
Il collasso umanitario: fame, malattie e migliaia di sfollati
Nel frattempo, l’Ufficio Coordinamento degli Aiuti dell’ONU (OCHA) descrive una situazione paradossale: bombardamenti, dislocazioni continue, infrastrutture distrutte. Solo il 38% dei servizi sanitari è parzialmente operativo, 640.000 persone sono state nuovamente sfollate, mentre metà della Striscia di Gaza è sotto ordine di evacuazione.
In una recente intervista al New Yorker, lo studioso della carestia Alex de Waal mette in evidenza l’assurdità della situazione: esiste una solida infrastruttura umanitaria globale, perfettamente capace di rispondere. Il guaio è che è ostacolata da blocco, disorganizzazione e scelte politiche contraddittorie. La fame è quindi un esito programmato, non un accidente della guerra.
Cosa ha fatto la comunità internazionale?
- ONU: condanna pubblica, inviti alla cessazione immediata dell’operatività della GHF, rapporti e aggiornamenti sulla crisi umanitaria. Ma poco controllo sul terreno.
- Oltre 170 ONG chiedono una riforma radicale e l’interruzione del sistema GHF..
- Guterres e UNRWA hanno emesso dichiarazioni forti, denunciando pericolosità e disumanità.
- Human Rights Watch e Amnesty indicano gli attacchi come violazioni gravi del diritto internazionale.
Cosa resta da fare
La situazione è chiara, le proposte ci sono:
- Smantellare immediatamente i centri GHF.
- Ripristinare le distribuzioni sotto controllo ONU.
- Abolire le zone militarizzate dove si concentrano gli aiuti.
- Garantire sicurezza e accesso senza discriminazioni.
- Ricostruire un modello che metta la dignità e la vita dei civili al centro.
Conclusione
A Gaza, la fame è diventata parte del conflitto. Civili disarmati cadono anziché nutrirsi. Le istituzioni internazionali mollano la presa proprio nel momento in cui dovrebbero essere più attive. Il mondo ha il dovere morale di agire, non di tacere. Alimentare la vita non può diventare un atto disperato. Serve una risposta urgente, chiara, umana.
Gaza, quando la fame diventa un’arma: l’accusa di MSF
Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano il tema della crisi umanitaria e dei conflitti in contesti simili a quello di Gaza:
- “Palestina” – Joe Sacco
Un’opera di graphic journalism che racconta, con disegni e testimonianze dirette, la vita quotidiana nei Territori Occupati palestinesi negli anni ’90. Ancora oggi è un riferimento per comprendere le radici storiche e sociali del conflitto. - “Gaza. Una indagine sul terreno” – Amira Hass
Scritto dalla giornalista israeliana che ha vissuto a Gaza, offre un resoconto lucido e documentato della vita sotto assedio, con attenzione alle condizioni umanitarie e alla voce dei civili. - “La gabbia di Gaza” – Émilie Baujard e Louis Witter
Tradotto in italiano dal francese, racconta inchieste e reportage fotografici sulla vita in una delle aree più densamente popolate e isolate del mondo, mettendo in luce le conseguenze sociali, politiche e psicologiche dell’assedio.

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