Scuola italiana: il vero problema non è chi siede in classe
Scuola italiana: il vero problema non è chi siede in classe, ma cosa trova
La scuola torna al centro del dibattito politico italiano, ma ancora una volta il rischio è che si discuta più di chi entra in classe che di ciò che accade dentro quelle aule. Il 20 settembre 2026 Giorgia Meloni, intervenendo alla festa di Gioventù Nazionale, ha annunciato un prossimo provvedimento del governo con un limite al numero di studenti stranieri per classe, il divieto di burqa e niqab e percorsi obbligatori di italiano per i genitori di alunni stranieri che presentino gravi difficoltà di inserimento. Il testo definitivo del provvedimento, al momento dell’annuncio, non era ancora pubblico e la soglia esatta del limite non risultava quindi definita in una norma già approvata.

È un tema che riguarda integrazione, lingua, libertà individuali e funzionamento della scuola. Ma pone una domanda più ampia: quali sono oggi le vere emergenze strutturali dell’istruzione italiana?
Perché se l’obiettivo è costruire una società più sicura, coesa e consapevole, la scuola non può essere considerata soltanto il luogo nel quale stabilire quanti studenti stranieri possano sedere nella stessa aula. Deve essere soprattutto il luogo nel quale si impara a leggere, comprendere, ragionare, conoscere la storia, confrontarsi con culture diverse e acquisire gli strumenti per partecipare alla vita democratica.
Il precedente del 30 per cento
Il limite del 30 per cento non nasce oggi. Una circolare ministeriale del 2010 introdusse infatti una soglia ordinaria per gli alunni con cittadinanza non italiana, prevedendo possibilità di deroga in determinate condizioni. Il nuovo progetto governativo punta ora a trasformare quel principio in una disciplina legislativa più vincolante.
Il problema è che cittadinanza, lingua e percorso scolastico non sono la stessa cosa. Un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri può parlare perfettamente italiano; al contrario, uno studente appena arrivato può avere bisogno di un sostegno linguistico indipendentemente dalla sua cittadinanza.
L’integrazione, dunque, non si misura soltanto con una percentuale. Si misura con insegnanti di sostegno linguistico, mediatori culturali, classi non sovraffollate, tempo scuola, servizi sociali, biblioteche, laboratori e rapporti continuativi con le famiglie.
Le carenze strutturali
Ed è qui che emerge la questione più importante. I dati OCSE mostrano un sistema che presenta contemporaneamente punti di forza e problemi strutturali. Nei risultati PISA 2025 gli studenti italiani sono vicini alla media OCSE in matematica e scienze e sopra la media in lettura. Tuttavia, nel problem solving computazionale il risultato italiano è inferiore alla media OCSE e la quota degli studenti più brillanti, quelli ai livelli 5 e 6, è più bassa rispetto alla media dei Paesi OCSE.
Ancora più significativo è ciò che emerge dagli edifici e dalle risorse. Nel 2025 il 32 per cento degli studenti italiani frequentava scuole i cui dirigenti segnalavano carenze infrastrutturali capaci di ostacolare almeno in parte l’insegnamento. Il 13 per cento era invece in scuole nelle quali risultavano problematiche le risorse didattiche, come libri, attrezzature informatiche, biblioteche e laboratori.
Non è soltanto una questione di muri, palestre o computer. È una questione di investimento nel futuro.
L’Italia destina all’istruzione, dalla primaria al terziario, il 3,9 per cento del Pil, contro una media OCSE del 4,7 per cento. Inoltre, tra il 2015 e il 2022 la quota della spesa pubblica complessiva destinata all’istruzione è scesa dal 7,1 al 6,7 per cento.
Anche la condizione degli insegnanti racconta questa difficoltà. Nel 2024 gli stipendi reali medi degli insegnanti della primaria italiana risultavano inferiori del 33 per cento rispetto alle retribuzioni dei lavoratori con istruzione terziaria, mentre la differenza media OCSE era del 17 per cento.
E la cultura?
C’è poi un problema più difficile da quantificare: la progressiva marginalizzazione della cultura come investimento strategico.
Una scuola non può limitarsi a produrre competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro. Deve formare persone capaci di comprendere Dante e la Costituzione, la filosofia e la scienza, la storia dell’Europa e quella delle migrazioni, l’arte e la letteratura, l’intelligenza artificiale e le sue conseguenze sociali.
Una democrazia nella quale si legge poco, si conosce poco la storia e si possiedono strumenti insufficienti per distinguere fatti, propaganda e opinioni è una democrazia più fragile.
I dati OCSE sono eloquenti: il 37 per cento degli adulti italiani tra 25 e 64 anni possiede competenze di alfabetizzazione pari o inferiori al livello 1, contro il 27 per cento della media OCSE.
L’università: il grande ritardo
Il problema diventa ancora più evidente quando si arriva all’università. Nel 2024 soltanto il 31,6 per cento degli italiani tra 25 e 34 anni possedeva un titolo terziario, contro il 44,1 per cento della media UE27. L’Italia risultava così penultima nell’Unione europea, davanti soltanto alla Romania.
E non è soltanto una questione di giovani che studiano poco. Nel 2023 la spesa pubblica italiana per l’istruzione terziaria era pari allo 0,4 per cento del Pil, contro lo 0,8 per cento della media UE27: secondo l’Istat, l’Italia risultava ultima nell’UE per questo indicatore.
Il sistema universitario, tuttavia, non è immobile. L’ANVUR segnala per il 2024/25 oltre 2 milioni di iscritti e una crescita significativa sia degli studenti sia del personale docente, ma sottolinea anche la permanenza di divari territoriali e difficoltà strutturali legate a docenza e finanziamenti.
Una scuola sicura perché inclusiva e colta
Il punto, allora, non è negare che l’integrazione linguistica sia importante o che una scuola debba garantire il riconoscimento delle persone e il rispetto delle proprie regole. Sono obiettivi legittimi di qualsiasi sistema educativo.
Ma una politica scolastica realmente ambiziosa dovrebbe partire dalle fondamenta: edifici sicuri, insegnanti valorizzati, classi sostenibili, tempo pieno, biblioteche, laboratori, educazione civica, musica, arte, filosofia, scienze, alfabetizzazione digitale e sostegno agli studenti più fragili.
Anche il divieto di travisamento ha una storia normativa precisa: l’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, vieta in luoghi pubblici o aperti al pubblico l’uso senza giustificato motivo di caschi o altri mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento; la disciplina va quindi distinta dalle nuove disposizioni annunciate per le scuole e dal loro eventuale futuro contenuto legislativo.
La domanda decisiva, in definitiva, è un’altra: che cosa vuole diventare la scuola italiana?
Una scuola che controlla soprattutto le presenze e i simboli, oppure una scuola capace di dare a ogni ragazzo gli strumenti per diventare cittadino?
La sicurezza è importante. L’integrazione è necessaria. La lingua è fondamentale. Ma cultura, conoscenza e istruzione non sono un lusso da aggiungere quando i problemi urgenti saranno risolti. Sono precisamente alcuni degli strumenti attraverso i quali quei problemi possono essere affrontati.
E se l’Italia vuole davvero una società più sicura, integrata e consapevole, forse dovrebbe partire proprio da qui: non da quanti stranieri siedono in un’aula, ma da quanto sapere, quanta cultura e quante opportunità riusciamo a mettere dentro quell’aula.
Le fonti principali utilizzate sono OCSE, Istat, ANVUR e ANSA, con aggiornamento a settembre 2026.
Scuola italiana: il vero problema non è chi siede in classe
📚 Per approfondire il rapporto tra crisi della scuola, trasformazione dei modelli educativi, storia dell’istruzione e inclusione, questi quattro libri offrono prospettive diverse ma complementari.
📘 1. La scuola che ancora non c’è. Dalla crisi del modello tayloristico alla scuola del futuro — Giovanni Biondi
Contenuto:
Giovanni Biondi analizza la crisi della scuola tradizionale, costruita secondo una logica fortemente organizzativa e standardizzata, nella quale tempi, spazi, programmi e modalità di apprendimento sono stati spesso modellati secondo un’impostazione vicina al modello tayloristico. Il libro guarda alla trasformazione della società, alla rivoluzione digitale e alle nuove modalità di apprendimento per interrogarsi su quale dovrebbe essere la scuola del futuro.
La questione non riguarda semplicemente l’introduzione di computer, piattaforme digitali o intelligenza artificiale. Cambiare davvero la scuola significa ripensare gli ambienti di apprendimento, il ruolo dell’insegnante, la relazione tra scuola e territorio e il modo stesso nel quale gli studenti costruiscono conoscenza.
👉 Perché leggerlo:
È particolarmente utile per comprendere che la crisi della scuola italiana non può essere ridotta al rendimento degli studenti o alla presenza di determinate categorie sociali nelle classi. Occorre interrogarsi sulla struttura complessiva del modello educativo e sulla sua capacità di rispondere a una società profondamente diversa da quella nella quale quel modello è nato.
📙 2. Storia della scuola italiana — Fulvio De Giorgi, Angelo Gaudio, Fabio Pruneri (a cura di)
Contenuto:
Il volume propone una lettura storica dell’istruzione italiana, seguendone l’evoluzione dalle origini dello Stato nazionale fino alla scuola contemporanea. La scuola viene osservata non soltanto come istituzione amministrativa, ma come uno degli strumenti attraverso cui l’Italia ha costruito identità nazionale, cittadinanza, alfabetizzazione e mobilità sociale.
La prospettiva storica permette di comprendere le grandi trasformazioni dell’istruzione: dall’alfabetizzazione di massa alla scuola media unica, dall’espansione dell’istruzione superiore fino alle trasformazioni determinate dall’immigrazione, dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale.
👉 Perché leggerlo:
Perché non è possibile discutere seriamente della scuola italiana senza conoscerne la storia. Molti problemi contemporanei — disuguaglianze territoriali, rapporto tra istruzione e mobilità sociale, rapporto tra scuola e società — hanno radici profonde. Il libro aiuta quindi a evitare letture superficiali e a collocare l’attuale crisi dentro un processo storico molto più lungo.
📕 3. Manuale per l’inclusione — Luigi D’Alonzo, Catia Giaconi (a cura di)
Contenuto:
Il volume affronta il tema dell’inclusione scolastica attraverso una prospettiva pedagogica e operativa. Al centro ci sono le differenze individuali, la disabilità, i bisogni educativi e la necessità di costruire ambienti nei quali ogni studente possa partecipare realmente alla vita scolastica.
L’inclusione non viene quindi interpretata semplicemente come inserimento fisico dell’alunno nella classe. Significa modificare pratiche didattiche, organizzazione, relazioni e ambienti affinché le differenze non diventino automaticamente fattori di esclusione.
È una distinzione fondamentale anche quando si parla di studenti stranieri: integrare non significa soltanto collocare una persona dentro un’aula, ma creare le condizioni perché possa effettivamente apprendere e partecipare.
👉 Perché leggerlo:
È un testo particolarmente utile per collegare il dibattito politico sull’inclusione alla concreta esperienza quotidiana degli insegnanti. Permette inoltre di allargare la discussione: una scuola inclusiva non riguarda esclusivamente l’immigrazione, ma tutte le condizioni che possono produrre svantaggio educativo.
📕 4. La scuola inclusiva ha fallito — Anna Granata
Contenuto:
Il titolo volutamente provocatorio introduce una riflessione critica sul concetto stesso di inclusione. Il libro mette in discussione l’idea che sia sufficiente dichiararsi inclusivi per aver costruito una scuola realmente capace di accogliere le differenze.
La riflessione di Granata invita a guardare alle contraddizioni che possono emergere quando principi condivisibili vengono tradotti in pratiche insufficienti, burocratiche o incapaci di incidere sulle disuguaglianze. L’inclusione viene così sottoposta a verifica attraverso l’esperienza concreta della scuola e delle sue relazioni.
👉 Perché leggerlo:
È importante proprio perché obbliga a non trasformare l’inclusione in una parola-slogan. Una scuola può proclamarsi inclusiva e contemporaneamente lasciare irrisolte disuguaglianze linguistiche, sociali, economiche e culturali. Il libro offre quindi una prospettiva critica utile per discutere non soltanto se includere, ma come farlo realmente.
Quattro libri, una domanda comune
Letti insieme, questi quattro testi suggeriscono una chiave di lettura particolarmente importante per il dibattito sulla scuola italiana: la questione non è soltanto chi entra nella scuola, ma quale scuola trova.
La storia mostra come l’istruzione sia cambiata insieme alla società; Biondi invita a superare un modello organizzativo ormai in trasformazione; D’Alonzo e Giaconi affrontano concretamente il problema dell’inclusione; Granata mette invece in discussione le forme attraverso cui l’inclusione viene praticata.
Ne emerge una conclusione culturale più ampia: affrontare la presenza degli studenti stranieri, le disuguaglianze territoriali o le difficoltà linguistiche senza intervenire sulle risorse, sulla formazione degli insegnanti, sugli spazi scolastici, sulle biblioteche, sui laboratori, sul tempo scuola e sulla qualità della didattica rischia di affrontare soltanto una parte del problema.
La vera sfida della scuola italiana è trasformare l’aula da semplice luogo di trasmissione delle conoscenze in uno spazio nel quale si costruiscano cultura, cittadinanza, autonomia critica e convivenza democratica.
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