Il giornalino di classe del sessantasei insegna ancora grandi valori
Il giornalino di una classe del 1966: quando la scuola elementare era già una palestra di vita
Sfogliare oggi le pagine ingiallite de Il nostro giornalino, realizzato dagli alunni della classe V maschile della Scuola Elementare Statale “G. Orsi” di Lava Troia, Torre del Greco ( NA ), anno scolastico 1966/67, è come aprire una finestra su un’Italia che non c’è più, ma che continua a parlarci con sorprendente chiarezza. Quelle righe scritte a mano, con ingenuità e precisione insieme, raccontano molto più di una semplice esperienza scolastica: sono un documento umano, sociale e culturale di straordinario valore.

In un tempo lontano da tablet, smartphone e registri elettronici, undici bambini raccontano la loro scuola, i compagni, i maestri, le paure, le speranze e perfino il dolore. Lo fanno con un linguaggio diretto, a volte buffo, a volte spiazzante per maturità emotiva. Ed è proprio questa sincerità, non filtrata da adulti o retoriche educative, a rendere il giornalino un piccolo capolavoro di memoria collettiva.
Il ritratto del maestro, che apre il giornalino, è emblematico. Non è idealizzato né temuto in modo assoluto: è “buono quando studiamo e siamo buoni” e “cattivo quando non studiamo”. Una figura autorevole, rispettata, parte integrante della crescita. Colpisce il dettaglio del caffè delle undici, rituale quotidiano che scandisce il tempo della scuola e restituisce un’immagine vivida di un’educazione fatta di regole, ma anche di consuetudini umane.
Seguono i ritratti dei compagni: descrizioni fisiche, caratteriali, piccoli difetti e grandi qualità. C’è chi fa ridere con le pernacchie, chi studia con metodo, chi disturba ma “è un bravo ragazzo”. In queste pagine emerge un forte senso di comunità: la classe non è solo un gruppo di alunni, ma un microcosmo in cui si impara a convivere, aiutarsi, litigare e fare pace. Un’educazione sentimentale che avviene tra i banchi, molto prima di qualsiasi manuale di educazione civica.
La figura della direttrice, raccontata con rispetto e una punta di soggezione, testimonia il ruolo simbolico dell’istituzione scolastica: un’autorità distante ma giusta, capace di incarnare valori morali e civili. Anche il desiderio di “fare una bella figura” durante un’interrogazione rivela quanto la scuola fosse percepita come luogo di riscatto e di riconoscimento.
Tra i testi più toccanti c’è quello sui “buoni propositi”: un bambino che ammette la propria svogliatezza, il timore di non essere promosso, il sogno di frequentare la scuola media. Nessuna giustificazione, solo consapevolezza e speranza. È una lezione di onestà intellettuale che ancora oggi dovrebbe far riflettere chi parla di merito e motivazione.
Ma il giornalino va oltre la scuola. Le storie di solidarietà e dolore raccontano un mondo in cui i bambini sono testimoni diretti della realtà adulta. L’azione generosa verso un povero vecchio, il racconto dell’amico malato di cuore, l’incendio dell’auto al passaggio a livello: episodi narrati con una naturalezza che commuove. Non c’è spettacolarizzazione, solo il bisogno di raccontare ciò che è accaduto e ciò che ha lasciato dentro.
Questi bambini parlano di povertà, malattia, paura, morte, ma anche di amicizia, fede, altruismo. Lo fanno senza filtri, con una maturità che oggi sorprende, forse perché allora l’infanzia era meno protetta, ma anche più responsabilizzata. La scuola non era una bolla separata dal mondo, bensì un luogo in cui il mondo entrava, con tutte le sue contraddizioni.
Colpisce infine il valore della scrittura. Ogni testo porta il nome dell’autore, con orgoglio. Scrivere non è un compito sterile, ma un modo per esistere, per lasciare traccia. Il nostro giornalino è, in questo senso, un esercizio di cittadinanza: imparare a osservare, raccontare, riflettere.
A quasi sessant’anni di distanza, quelle pagine ci interrogano. Ci chiedono cosa abbiamo guadagnato e cosa perso nel nostro modo di educare. Ci ricordano che la scuola non è solo trasmissione di nozioni, ma costruzione di umanità. E ci insegnano che, anche con mezzi semplici e penne tremanti, si può raccontare la verità di un tempo e renderla universale.
Quel giornalino non è solo un ricordo: è una lezione ancora viva.
In conclusione:
Questo giornalino scolastico, realizzato dagli alunni della Classe V maschile della Scuola Elementare Statale “G. Orsi” di Lava Troia (Torre del Greco) nell’anno scolastico 1966/67, è una testimonianza preziosa di memoria collettiva, educazione civica e scrittura spontanea.
Tra descrizioni dei maestri, racconti di amicizia, buoni propositi, episodi di solidarietà e piccoli grandi drammi quotidiani, queste pagine restituiscono uno spaccato autentico dell’infanzia italiana del dopoguerra, fatto di semplicità, valori condivisi e sguardi sinceri sul mondo.
Il linguaggio diretto, a volte ingenuo ma sempre intenso, rende questo documento non solo un esercizio scolastico, ma un vero racconto corale che merita di essere conservato e tramandato.
👉 Di seguito trovi il giornalino completo allegato in formato PDF, fedele al testo originale.
Scarica – “Il nostro giornalino” (1966/67)
Il giornalino di classe del sessantasei insegna ancora grandi valori
Una proposta editoriale coerente con i temi dell’articolo “Il giornalino di una classe del 1966: quando la scuola elementare era già una palestra di vita”: memoria, scuola come comunità educante, infanzia, scrittura come atto civile, educazione sentimentale e cittadinanza.
📚 Tre libri in italiano per approfondire i temi dell’articolo
1. Cuore – Edmondo De Amicis
Un classico intramontabile che dialoga direttamente con Il nostro giornalino. Come nel quaderno del 1966, anche in Cuore la scuola è un microcosmo morale e sociale: il maestro, i compagni, le differenze di classe, il dolore, la solidarietà. Riletto oggi, il libro offre una chiave critica per comprendere come la scrittura scolastica possa diventare educazione civica, memoria collettiva e palestra di umanità, senza idealizzazioni retoriche.
2. Lettera a una professoressa – Scuola di Barbiana (Don Lorenzo Milani)
Un testo fondamentale per interrogarsi sul ruolo della scuola come strumento di giustizia sociale. Se Il nostro giornalino mostra una scuola integrata nella vita reale dei bambini, Lettera a una professoressa ne denuncia le esclusioni. Insieme, i due testi raccontano due facce della scuola italiana del Novecento: quella che educa alla responsabilità e quella che rischia di lasciare indietro i più fragili.
3. L’età fragile – Donatella Di Pietrantonio
Non esiste un’età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno dove gettare le fondamenta. Ma c’è un momento preciso, quando ci buttiamo nel mondo, in cui siamo esposti e nudi, e il mondo non ci deve ferire.
Il giornalino di classe del sessantasei insegna ancora grandi valori

Il giornalino di classe del sessantasei insegna ancora grandi valori
Il lascito della Parsi intreccia fragilità e speranza comune
Disagio psichico: tra speranze, abbandono e riforme incomplete
Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!