Quando il totalitarismo non sembra ancora totalitarismo
Una distinzione essenziale: fascismo, nazismo e stalinismo furono regimi totalitari storicamente specifici e non possono essere automaticamente sovrapposti alle democrazie europee contemporanee. Il confronto, però, diventa utile quando riguarda i meccanismi attraverso cui una società può smettere di riconoscere per tempo l’erosione delle libertà.
Quando il totalitarismo non sembra ancora totalitarismo: le lezioni di Zamjatin, Croce, Moravia e Brancati
Ci sono momenti nella storia nei quali il pericolo non arriva annunciandosi con il proprio nome. Non dice: «Sto costruendo una dittatura». Parla invece di ordine, sicurezza, efficienza, patria, modernizzazione, difesa dagli avversari, lotta contro il caos. È anche per questo che la storia del fascismo, del nazismo e dello stalinismo continua a interrogare l’Europa del 2026.
La domanda non è se oggi l’Europa stia tornando agli anni Trenta: non è così. Le istituzioni democratiche, le Costituzioni, il pluralismo politico e la società civile costituiscono differenze decisive. La domanda più interessante è un’altra: quali segnali avrebbero dovuto essere riconosciuti prima e quali strumenti abbiamo oggi per riconoscerli?

Zamjatin: vedere prima degli altri
Nel 1920-21 Evgenij Zamjatin scrisse Noi, uno dei grandi testi profetici della letteratura del Novecento. Nel suo Stato Unico gli individui non hanno più nomi, ma numeri; le case sono di vetro; il tempo è regolato dalle Tavole Orarie; la libertà viene considerata una malattia da estirpare.
Zamjatin non descriveva ancora lo stalinismo nella forma che avrebbe assunto negli anni successivi. E proprio qui sta la forza della sua intuizione: comprese che il totalitarismo poteva essere qualcosa di più della semplice repressione politica. Poteva diventare un progetto di organizzazione integrale dell’esistenza, nel quale lo Stato pretende di stabilire ciò che l’individuo deve pensare, desiderare e perfino essere.
Il romanzo fu scritto prima della piena affermazione di Stalin e venne pubblicato in Unione Sovietica soltanto nel 1988. La sua influenza su Orwell è documentata e Noi è oggi considerato uno dei modelli fondamentali della distopia moderna.
Tolstoj e l’allarme contro l’obbedienza
Ancora precedente è Lev Tolstoj. Morto nel 1910, non poté naturalmente conoscere né Mussolini né Hitler né Stalin. Non è quindi corretto definirlo profeta del totalitarismo in senso stretto.
Ma nei suoi ultimi scritti, soprattutto Il regno di Dio è in voi del 1893, sviluppò una critica radicale dello Stato, della violenza istituzionale, del militarismo e dell’obbedienza cieca. Per Tolstoj il problema non era soltanto chi esercitasse il potere, ma perché gli individui accettassero di obbedire quando il potere violava la coscienza. L’opera fu vietata dalla censura zarista.
È una domanda ancora attuale: una democrazia vive soltanto di leggi oppure anche della capacità dei cittadini di opporsi quando una legge, un governo o una maggioranza tentano di comprimere diritti fondamentali?
Croce: il pericolo sottovalutato
Il caso di Benedetto Croce è ancora più istruttivo perché riguarda direttamente l’Italia fascista. Croce non fu un fascista militante e divenne successivamente uno dei principali riferimenti dell’antifascismo liberale. Ma all’inizio non comprese pienamente la natura del fenomeno.
Nel 1922 aveva applaudito il discorso di Mussolini al teatro San Carlo. Nel giugno 1924, dopo il rapimento di Giacomo Matteotti, votò la fiducia al governo Mussolini. Ancora nel luglio dello stesso anno riteneva possibile una sorta di normalizzazione del fascismo.
Il passaggio decisivo sarebbe arrivato successivamente, fino al Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1° maggio 1925.
La lezione non è che Croce fosse «fascista». È più sottile: anche un intellettuale liberale può sottovalutare un autoritarismo nascente quando pensa di poterlo ricondurre entro le regole del sistema esistente.
Moravia: la zona grigia
Alberto Moravia rappresenta invece la complessità delle zone grigie. Dopo la sua morte riemersero quattro lettere a Mussolini e due a Galeazzo Ciano. Gli studi sul carteggio hanno ricostruito un rapporto fatto di censura, condizionamenti, necessità professionali e tentativi di ottenere margini di libertà.
Nel 1938, dopo l’applicazione delle leggi razziali, Moravia scrisse a Mussolini dichiarando «Io ebreo non sono», nel tentativo di difendere la propria posizione professionale.
È difficile trasformare una vicenda simile in una semplice etichetta. Moravia non fu un oppositore militante come i Rosselli, ma neppure può essere ridotto alle sue lettere. La sua storia mostra quanto possa diventare ambiguo il comportamento dell’intellettuale quando la libertà di scrivere dipende dalla benevolenza del potere.
Brancati: riconoscere l’errore e rompere
Vitaliano Brancati offre un’altra possibilità: quella del ripensamento. Da giovane collaborò con ambienti culturali del fascismo e produsse opere di orientamento propagandistico. Ma nel 1934 maturò una crisi politica ed esistenziale, lasciò Quadrivio e successivamente ripudiò i propri precedenti scritti, definendoli «stupidaggini».
La sua vicenda ricorda che prendere le distanze non cancella ciò che è stato, ma può rappresentare una scelta di responsabilità.
E oggi, ottobre 2026?
Qui il confronto con il passato deve diventare ancora più prudente. Non esiste oggi nell’Unione europea un equivalente storico del fascismo italiano o del nazismo tedesco. Esistono però tensioni democratiche che meritano attenzione.
La Commissione europea, nel Rule of Law Report 2026, esamina per tutti i 27 Stati membri quattro aree: giustizia, anticorruzione, pluralismo e libertà dei media, controlli e contrappesi istituzionali. È significativo che questi elementi vengano considerati insieme: la democrazia non consiste soltanto nel votare, ma anche nella presenza di istituzioni capaci di limitare il potere.
Anche le prossime competizioni elettorali europee renderanno questa questione centrale. In Francia il voto presidenziale del 2027 si prepara in un quadro di forte polarizzazione; in Italia il 2027 sarà segnato dalla prospettiva delle elezioni politiche. In Germania, intanto, le recenti elezioni regionali hanno mostrato la crescita di forze politiche collocate agli estremi dello spettro e hanno aperto discussioni istituzionali sui rischi connessi alla loro eventuale gestione di apparati sensibili dello Stato.
Non significa che queste forze siano fasciste o naziste. Significa che le democrazie europee stanno affrontando una competizione politica nella quale temi come immigrazione, sicurezza, sovranità nazionale, guerra, disuguaglianze e rapporto con l’Unione europea sono diventati terreno di forte conflitto.
E oggi, rispetto agli anni Venti e Trenta, esistono anche studiosi che invitano esplicitamente a riconoscere per tempo i segnali di erosione democratica. Timothy Snyder ha studiato i meccanismi dell’obbedienza anticipata e della trasformazione delle democrazie; Anne Applebaum ha analizzato le nuove reti internazionali delle autocrazie e, nel 2026, ha sostenuto che le istituzioni democratiche europee non possono essere considerate irreversibili. Sono interpretazioni, non profezie, ma mostrano che la memoria del Novecento è tornata al centro del dibattito.
La vera lezione di Zamjatin, Croce, Moravia e Brancati, dunque, non è indovinare quale partito sarà il prossimo fascismo. È molto più difficile e più utile: capire quando l’abitudine all’obbedienza comincia a sostituire la libertà, quando il pluralismo viene considerato un ostacolo, quando la critica diventa tradimento e quando una società comincia a pensare che l’ordine valga più dei diritti.
Il totalitarismo, nella storia, non è sempre cominciato con la sua forma finale. Ed è forse proprio questa la ragione per cui continuare a studiare chi lo vide arrivare, chi lo sottovalutò, chi cercò di conviverci e chi ebbe il coraggio di cambiare strada resta una necessità democratica, non soltanto un esercizio di memoria.
Quando il totalitarismo non sembra ancora totalitarismo
📚 Quattro libri costruiscono un percorso particolarmente coerente con l’articolo: dalla distopia di Zamjatin alla riflessione storica di Snyder, dall’analisi delle autocrazie contemporanee di Applebaum alla critica della violenza e dell’obbedienza di Tolstoj. Insieme permettono di interrogarsi non soltanto su come nascono i regimi autoritari, ma anche su come una società democratica possa riconoscerne per tempo i segnali. Quattro libri per capire la tirannia e difendere la democrazia
📘 1. Timothy Snyder – Sulla tirannia: 20 lezioni dal XX secolo per salvare la democrazia
Lo storico statunitense Timothy Snyder costruisce il libro come una sorta di manuale civile contro la passività democratica. Le venti lezioni prendono spunto soprattutto dalle esperienze del nazismo e dello stalinismo per interrogarsi sui comportamenti individuali e collettivi che possono favorire la perdita delle libertà.
Il punto centrale non è soltanto il dittatore. Snyder insiste sulla responsabilità delle persone comuni, delle istituzioni, degli intellettuali, dei giornalisti e delle élite quando decidono di adattarsi, tacere oppure convincersi che determinate derive non possano realmente verificarsi.
Tra i temi più importanti compaiono la necessità di non obbedire preventivamente, la difesa delle istituzioni, la salvaguardia della verità, l’importanza della stampa libera, il rifiuto delle semplificazioni e la consapevolezza che la democrazia non è un meccanismo automatico destinato a funzionare per sempre.
👉 Perché leggerlo
È probabilmente il libro che dialoga più direttamente con la domanda centrale dell’articolo: che cosa succede quando una società si accorge troppo tardi che qualcosa sta cambiando?
La sua utilità nel 2026 consiste soprattutto nel fornire categorie per distinguere il normale conflitto politico dall’erosione delle regole democratiche. Snyder non invita a identificare automaticamente un nuovo Hitler o un nuovo Stalin, ma a osservare concretamente istituzioni, linguaggio politico, informazione, rapporto con la verità e comportamento dei cittadini.
📙 2. Anne Applebaum – Autocrazie. Chi sono i dittatori che vogliono governare il mondo
Applebaum sposta lo sguardo dal Novecento al XXI secolo. Il suo punto di partenza è che l’autocrazia contemporanea non coincide necessariamente con l’immagine tradizionale del dittatore solitario circondato da polizia e militari.
Nel libro descrive invece reti transnazionali di potere, nelle quali possono intrecciarsi apparati di sicurezza, interessi economici, strutture finanziarie, tecnologia, propaganda e disinformazione. Secondo la prospettiva dell’autrice, queste reti non sono necessariamente unite da una stessa ideologia: possono essere accomunate soprattutto dall’interesse a conservare potere e ricchezza e dalla contrapposizione ai sistemi democratici.
👉 Perché leggerlo
È particolarmente utile per aggiornare la riflessione dell’articolo. Se Zamjatin immaginava una società nella quale tutto diventava trasparente al potere, Applebaum mostra come nel XXI secolo il controllo possa assumere forme più sofisticate: denaro, tecnologia, comunicazione digitale, propaganda e influenza internazionale.
Il libro permette inoltre di evitare un errore frequente: cercare necessariamente il totalitarismo nelle sue forme storiche. Le autocrazie contemporanee possono essere differenti dai regimi fascisti, nazisti e stalinisti, e proprio per questo devono essere analizzate attraverso strumenti adeguati al presente.
📕 3. Evgenij Zamjatin – Noi
Scritto tra il 1919 e il 1921, Noi è il cuore letterario dell’articolo. Zamjatin immagina uno Stato nel quale la libertà individuale è considerata una deviazione dall’ordine perfetto.
Gli abitanti non hanno più nomi, ma numeri. Le abitazioni sono trasparenti. Le giornate sono organizzate secondo programmi prestabiliti. D-503, il protagonista, è un ingegnere incaricato di costruire l’Integrale, una macchina destinata a diffondere nello spazio il modello dello Stato Unico.
Ma il sistema comincia a incrinarsi quando nel protagonista nasce qualcosa che il potere considera patologico: l’individualità.
👉 Perché leggerlo
Noi è straordinariamente moderno perché mostra che il controllo politico non deve necessariamente limitarsi a vietare e reprimere: può tentare di standardizzare gli individui, convincendoli che la libertà sia irrazionale e che l’uniformità sia sinonimo di felicità.
È il ponte ideale tra Tolstoj, il totalitarismo del Novecento e le discussioni contemporanee sul rapporto fra tecnologia, sorveglianza, dati personali e conformismo.
La sua importanza storica è enorme: il romanzo è considerato uno dei capostipiti della distopia moderna e un antecedente fondamentale di 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley.
📕 4. Lev Tolstoj – Il regno di Dio è in voi. Il testo fondamentale della dottrina della non violenza
Tolstoj porta il discorso ancora più indietro, alle radici morali dell’obbedienza. Pubblicato originariamente nel 1893 e osteggiato dalle autorità, il libro nasce dalla radicale interpretazione del messaggio evangelico della non violenza.
Tolstoj mette sotto accusa il rapporto fra Stato, esercito, guerra, autorità e coscienza individuale. La sua tesi fondamentale è che un sistema fondato sulla violenza non può essere mantenuto soltanto attraverso la coercizione: ha bisogno anche della collaborazione, volontaria o inconsapevole, delle persone che obbediscono.
Il libro ebbe un’influenza importante sul pensiero di Gandhi e sui successivi movimenti nonviolenti.
👉 Perché leggerlo
Tolstoj permette di affrontare una domanda che precede tutte le altre: quanto potere possiede un’autorità quando gli individui smettono di obbedirle?
È una prospettiva diversa da quella di Snyder e Applebaum, ma complementare. Se Snyder studia i comportamenti che possono salvare la democrazia e Applebaum le reti delle autocrazie contemporanee, Tolstoj scende al livello più profondo della coscienza individuale.
La sua attualità non consiste nel trasferire meccanicamente le sue idee alla politica contemporanea, ma nel ricordare che nessuna istituzione democratica può sopravvivere a lungo senza cittadini disposti a esercitare responsabilità, autonomia di giudizio e capacità di dire no alla violenza e all’ingiustizia. Sottolinea proprio il rapporto fra potere, violenza e meccanismi di deresponsabilizzazione.
Quattro libri, una domanda
Letti insieme, questi quattro testi costruiscono una sorta di mappa.
Tolstoj interroga la coscienza e l’obbedienza.
Zamjatin immagina la società nella quale l’individuo viene completamente standardizzato.
Snyder studia i comportamenti che permettono alle democrazie di resistere alle derive autoritarie.
Applebaum analizza le nuove forme di potere autocratico che attraversano confini, economie e tecnologie.
La loro lettura congiunta suggerisce una conclusione importante anche per il 2026: la difesa della democrazia non consiste nel cercare continuamente analogie con gli anni Trenta, ma nel conoscere abbastanza bene quella storia da riconoscere quando vengono messi in discussione il pluralismo, la libertà di informazione, l’indipendenza delle istituzioni, la separazione dei poteri e la dignità della persona.
Il valore di questi libri sta proprio qui: non offrono una profezia sul futuro politico dell’Europa, ma strumenti per comprenderlo senza confondere la normale competizione democratica con l’autoritarismo e, nello stesso tempo, senza considerare irreversibili le conquiste democratiche.
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