Difendere l’informazione per difendere la democrazia
Quando il potere compra l’informazione: cosa sta accadendo davvero ai media?
Negli ultimi mesi si è accelerato un processo che covava da tempo, ma che oggi appare con una chiarezza quasi brutale: la stampa tradizionale, le piattaforme digitali e i colossi dell’intrattenimento non sono più soltanto “mezzi” di comunicazione. Sono diventati ingranaggi strategici del potere politico ed economico, strumenti attraverso cui si influenzano elezioni, si ridefiniscono immaginari, si orientano opinioni pubbliche.

Il caos finanziario che sta scuotendo Hollywood e l’intero ecosistema dell’informazione mondiale non è un capitolo isolato della storia del capitalismo: è, piuttosto, l’ennesimo segnale di una trasformazione strutturale che riguarda tutti noi. Perché in gioco non c’è solo la proprietà di un canale televisivo o il destino di qualche redazione. In gioco c’è la salute della democrazia, che vive — o muore — in base alla qualità dell’informazione che circola.
Netflix, Paramount e la battaglia per il controllo della CNN
L’operazione che vede Netflix e Paramount contendersi i pezzi di Warner Bros Discovery non è soltanto una gigantesca partita finanziaria. L’aspetto più inquietante, secondo molti osservatori, non riguarda il cinema — pure destinato a una rivoluzione epocale — ma la CNN, uno degli ultimi spazi mediatici americani non allineati alla narrazione trumpiana.
Donald Trump ha espresso dubbi sull’acquisizione da parte di Netflix, parlando di “problemi antitrust”. Ma la vera preoccupazione sarebbe un’altra: se Paramount dovesse prevalere, con il sostegno finanziario del fondo guidato dal genero Jared Kushner, la CNN potrebbe subire un cambio editoriale radicale, diventando molto più morbida — o apertamente favorevole — nei confronti della Casa Bianca.
Non si tratta di fantapolitica. Il Wall Street Journal ha già riportato le promesse fatte a Trump: un canale riformulato, meno critico, più “responsabile”, come direbbero gli advisor. Una CNN addomesticata in vista delle prossime elezioni americane significherebbe privare il sistema democratico di un contrappeso essenziale.
E intanto, se a vincere fosse Netflix, potremmo assistere alla consacrazione di un monopolio culturale mai visto prima: un’unica piattaforma globale capace di decidere quali film vedere, quali serie seguire, quali narrazioni assimilare. La morte del cinema in sala sarebbe solo un effetto collaterale.
In entrambi i casi, insomma, a perdere sarebbe il pluralismo.
La crisi italiana: Repubblica e La Stampa verso la vendita
Mentre negli Stati Uniti si combattono guerre miliardarie per il controllo dell’informazione, anche in Italia si chiude un’era. John Elkann, ultimo rappresentante della dinastia Agnelli nella gestione dell’impero editoriale, ha deciso di vendere tutto: Repubblica, La Stampa, le radio del gruppo Gedi, le testate online.
La scelta ha colpito come un fulmine redazioni già indebolite da anni di tagli. Le parole del Cdr della Stampa sono state durissime: “Umiliante, sconcertante. Nessuna garanzia sul futuro della testata.”
Dietro l’acquirente greco Theo Kyriakou, secondo fonti interne, ci sarebbe addirittura il fondo vicino a Mohammad bin Salman, uomo forte dell’Arabia Saudita.
Se così fosse, il quadro diventerebbe ancora più inquietante: due dei principali quotidiani italiani potrebbero finire sotto l’influenza di un regime autoritario che controlla i media interni in modo capillare e sistematico.
In molti si chiedono perché Elkann abbia deciso di dismettere tutto. Forse il modello economico dell’informazione da solo non regge più. Forse l’editoria non è più strategica per l’élite industriale italiana.
Ma una cosa è certa: questo vuoto di proprietà rischia di trasformarsi in un vuoto di democrazia.
Perché tutto questo sta accadendo?
La risposta non è semplice, ma alcuni fattori ricorrono:
1. La crisi economica dell’informazione tradizionale
Pubblicità in calo, ricavi digitali insufficienti, piattaforme globali come Google e Meta che prosciugano il mercato. Le testate non reggono più da sole.
2. La fragilità del modello mediatico europeo
L’Italia e una parte dell’Europa non hanno saputo consolidare gruppi editoriali solidi e indipendenti. Nessun “public trust” sul modello del Guardian, nessun fondo protettivo.
3. L’ingresso di capitali stranieri come strumento di influenza geopolitica
Nei regimi autoritari i media sono parte integrante del potere. Acquisirli all’estero diventa una forma di soft power.
4. L’erosione del ruolo del giornalismo nell’epoca dei social
La velocità delle piattaforme premia la polarizzazione e distrugge la complessità. Le redazioni ne pagano il prezzo.
5. La crescente confusione dell’opinione pubblica
Tra fake news, manipolazioni digitali e intelligenza artificiale generativa, oggi è sempre più difficile distinguere il vero dal falso.
In questo scenario di caos informativo, chi controlla la narrazione controlla il consenso.
L’esempio di Hannah Arendt: pensare contro
In momenti come questi, torna più che mai attuale la lezione di Hannah Arendt, che dedicò la sua vita a studiare come nascono i totalitarismi.
Arendt — apolide, perseguitata, libera da qualunque appartenenza — denunciò con lucidità che la prima vittima del potere autoritario è il pensiero indipendente.
Quando seguì come inviata del New Yorker il processo Eichmann, vide con i propri occhi cosa accade quando gli individui smettono di pensare criticamente:
“Il male nasce dall’incapacità di pensare”, scrisse.
La banalità del male non è nei grandi gesti, ma nella rinuncia quotidiana alla responsabilità del giudizio.
Ed è questo, forse, ciò che oggi rischiamo maggiormente: una società in cui l’informazione non è più terreno di confronto, ma di propaganda; in cui il cittadino non è più osservatore, ma consumatore passivo di narrazioni confezionate.
Difendere l’informazione per difendere la democrazia
La privatizzazione selvaggia dei media, la concentrazione del potere informativo in poche mani, l’erosione delle testate storiche e l’ingresso di capitali opachi non riguardano solo giornalisti ed editori.
Riguardano tutti noi.
Perché una democrazia vive di idee, non di algoritmi.
E senza giornalismo libero, senza pluralismo, senza voci critiche, rischiamo di trovarci — come ammoniva Arendt — in un mondo dove pensare diventa un atto di resistenza.
Oggi più che mai, “salvare il giornalismo” non è una battaglia corporativa.
È una battaglia per la libertà.
Difendere l’informazione per difendere la democrazia
Tre libri (in italiano o tradotti) che esplorano in profondità i temi toccati dall’articolo — concentrazione mediatica, potere delle piattaforme, disinformazione, rapporto tra media e democrazia.
Libri consigliati
- La fabbrica del consenso. Agende politiche e manipolazione dei media — Noam Chomsky & Edward S. Herman
Un classico imprescindibile per comprendere come funzionano i meccanismi di selezione, rappresentazione e controllo dell’informazione nelle democrazie occidentali. Offre quadro teorico e casi concreti su come interessi economici e politici modellano l’agenda mediatica: lettura fondamentale per chi indaga la sottrazione di pluralismo e il ruolo dei grandi proprietari dei media. - Il capitalismo della sorveglianza — Shoshana Zuboff (trad. it.)
Analisi rigorosa dell’ascesa delle piattaforme digitali come infrastrutture di potere: come i dati personali sono convertiti in profitti e potere di influenza, quali effetti generano sugli individui e sulle istituzioni democratiche. Utile per capire perché la concentrazione digitale influisce direttamente sul discorso pubblico e sulla formazione dell’opinione. - La ricchezza delle reti. Come il lavoro collaborativo trasforma il mercato e la società — Yochai Benkler (trad. it.)
Saggio fondamentale sulle potenzialità democratiche della rete e sui limiti imposti dall’economia digitale dominante. Benkler mostra alternative possibili: commons informativi, produzioni collaborative e modelli non commerciali che possono contrastare l’egemonia delle piattaforme e rinvigorire il pluralismo informativo.
Difendere l’informazione per difendere la democrazia

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