Australia spegne i social ai minori: è tempo di farlo anche in Italia?
Australia spegne i social ai minori: è tempo di farlo anche in Italia?
Il 9 dicembre 2025 l’Australia ha compiuto una scelta che sta facendo discutere governi, educatori e famiglie di mezzo mondo: il divieto totale di utilizzo dei social media per chiunque abbia meno di 16 anni. Una misura che non solo segna un punto di svolta nelle politiche di tutela dei minori, ma apre un dibattito urgente su come bilanciare libertà, sicurezza e salute mentale in un ecosistema digitale diventato ormai inafferrabile.

La nuova legge, entrata in vigore dopo un anno di discussioni parlamentari, obbliga piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, X, Snapchat e altre a verificare attivamente l’età degli utenti e disattivare gli account non conformi. La sanzione? Fino a 49,5 milioni di dollari australiani per le aziende che non adottano “misure ragionevoli” per escludere i minori.
Una mattina, dunque, centinaia di migliaia di adolescenti si sono svegliati trovando il proprio social di riferimento spento, irraggiungibile, cancellato. Per molti è stato un trauma. Per altri, sorprendentemente, un fastidio sopportabile. Per alcuni — come il quindicenne Luca Hagop, che ha visto sparire i suoi account Snapchat e Facebook ma non quelli di Instagram e YouTube — quasi un sollievo.
Una misura radicale: protezione o illusione?
Il governo australiano ha difeso la legge come uno degli interventi più radicali al mondo per proteggere i giovani dalla dipendenza digitale, dal cyberbullismo e dall’esposizione a contenuti violenti o destabilizzanti.
È un passo molto più netto rispetto ad altri Paesi: la Francia ha introdotto limiti di età e controlli di identità più rigorosi, la Gran Bretagna ha varato regole più severe sul “design sicuro”, mentre negli Stati Uniti alcuni Stati hanno tentato di introdurre restrizioni regionali, spesso bloccate dai tribunali. Nessuno, però, aveva finora spento l’interruttore ai minori con un divieto così totale.
Eppure, anche se l’intento è nobile, la questione resta complessa. Molti psicologi, pur riconoscendo i danni reali causati dall’iperconnessione in età precoce, ricordano che proibire non basta: i ragazzi cercheranno comunque vie alternative, account falsi, VPN, piattaforme meno regolamentate.
La storia insegna che divieti drastici — dall’alcol al download illegale — generano spesso mercati paralleli, non comportamenti più sani.
Ma cosa accadrebbe se l’Italia introducesse lo stesso divieto?
La domanda, alla luce del caso australiano, non è più teorica. Anche da noi, infatti, cresce la consapevolezza che i social stiano alterando dinamiche educative, sociali e cognitive. I dati ISTAT e del Ministero della Salute riportano un aumento significativo di ansia, depressione, autolesionismo e disturbi del sonno tra gli adolescenti, correlati al tempo online. Il cyberbullismo resta un’emergenza. E il consumo compulsivo di contenuti digitali, spesso non mediati dagli adulti, continua a riplasmare il modo in cui i giovani percepiscono il mondo.
Ma introdurre un divieto totale in Italia sarebbe tutt’altro che semplice. Ecco perché.
1. Una questione culturale
L’Italia ha una tradizione di regolazione più morbida rispetto ai Paesi anglosassoni. L’idea di “vietare” qualcosa ai minori, soprattutto su larga scala, genera sempre diffidenza.
Inoltre, l’età media più alta dei genitori e un divario digitale ancora evidente tra generazioni rendono difficile immaginare un controllo diffuso e consapevole da parte delle famiglie.
2. Una questione tecnica
Per applicare un divieto simile servirebbero sistemi affidabili di verifica dell’età.
Oggi non esiste una tecnologia veramente sicura, rispettosa della privacy e universalmente adottabile.
L’Australia ha puntato su un modello in cui sono le piattaforme a dover monitorare e intervenire, ma questo significa trasferire un’enorme responsabilità — e potere — sulle aziende tecnologiche.
In Italia, con una normativa sulla privacy rigorosa e una sfiducia storica verso Big Tech, sarebbe terreno scivoloso.
3. Una questione democratica
Ed è qui che il dibattito diventa cruciale.
Limitare l’accesso dei minori ai social significa limitare l’accesso all’informazione, alla socialità, alle forme moderne di partecipazione.
È vero che un tredicenne non ha (o non dovrebbe avere) gli stessi diritti digitali di un adulto, ma è altrettanto vero che i social — piaccia o meno — sono oggi uno spazio pubblico.
Il rischio sarebbe quello di creare cittadini “digitalmente analfabeti”, esclusi da dinamiche culturali e comunicative che inevitabilmente li riguarderanno da adulti.
Esiste una via di mezzo?
Molti esperti ritengono che la soluzione non sia un divieto assoluto, bensì un mix di:
- educazione digitale strutturale nelle scuole, fin dalla primaria;
- regole più severe per le piattaforme, con obbligo di default sicuri e limiti agli algoritmi;
- verifica dell’età più rigorosa, ma non invasiva;
- maggiore coinvolgimento dei genitori attraverso formazione e strumenti dedicati;
- design più etico, che riduca le logiche addictive delle app.
In altre parole: non togliere i social ai ragazzi, ma togliere i pericoli dai social.
Il vero nodo: cosa vogliamo che sia l’infanzia digitale?
L’iniziativa australiana, nel bene e nel male, ci costringe a una riflessione collettiva.
L’infanzia digitale non è un esperimento neutro: modella personalità, immaginazione, aspirazioni, relazioni.
Proteggerla significa definire quale futuro vogliamo costruire.
L’Italia dovrà presto decidere se seguire l’esempio australiano, se adottare misure più flessibili o se continuare sul modello attuale, che molti considerano insufficiente.
Il dibattito è aperto. Ma una cosa è certa: non è più possibile fare finta di niente.
Gli adolescenti crescono in un mondo dove la loro identità digitale vale quanto, o più, di quella reale. E lasciarli soli in un ambiente progettato per catturare attenzione, dati e vulnerabilità non è un’opzione sostenibile.
Forse non serve spegnere tutto.
Ma serve, urgentemente, riaccendere la consapevolezza.
Australia spegne i social ai minori: è tempo di farlo anche in Italia?
Tre libri orientati a sociologia e psicologia integrati all’articolo, perché affrontano i temi centrali — uso dei social, impatto mentale, controllo digitale, ruolo delle piattaforme nella formazione dell’identità e della percezione del reale.
📚 Tre libri da integrare nell’articolo (orientati a sociologia e psicologia)
1. Homo Digitale. Come la tecnologia ci sta cambiando — Marco Gui (Il Mulino)
Un saggio fondamentale della sociologia italiana che analizza come l’esposizione continua alle piattaforme digitali stia modificando attenzione, autostima, relazioni sociali e sviluppo cognitivo dei giovani. Gui distingue tra “competenze digitali forti” e “vulnerabilità digitali”, mostrando come la dipendenza da notifiche, likes e algoritmi produca un progressivo indebolimento della capacità critica.
Utile per l’articolo: offre una cornice sociologica rigorosa sulla necessità di ripensare l’accesso dei minori ai social, con dati e analisi sullo sviluppo psicosociale degli adolescenti.
2. Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere — Byung-Chul Han (Nottetempo, tradotto)
Il filosofo e sociologo sudcoreano descrive la transizione dal potere disciplinare tradizionale a un nuovo potere fondato sull’auto-sorveglianza e sull’auto-ottimizzazione. I social media diventano strumenti con cui ci “controlliamo da soli”, convincendoci che ciò che esponiamo sia frutto della nostra volontà.
Utile per l’articolo: offre una chiave critica per interpretare il controllo esercitato dalle piattaforme, e spiega perché i minori siano particolarmente vulnerabili all’esposizione continua e alla performatività narcisistica.
3. La società della stanchezza — Byung-Chul Han (Einaudi, tradotto)
Un altro testo cardine di Han, che spiega la trasformazione delle società contemporanee: dal modello disciplinare (che proibisce) a quello della prestazione (che spinge a mostrarsi, produrre, apparire). I social diventano così “macchine della prestazione emotiva continua”, generando ansia, burnout e dipendenza da riconoscimento, soprattutto tra gli adolescenti.
Utile per l’articolo: chiarisce i rischi psicologici dell’iper-esposizione digitale e offre basi teoriche per comprendere la crescente fragilità emotiva dei giovanissimi.
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