Gaza, il cessate il fuoco che non ferma la morte
Gaza, il cessate il fuoco che non ferma la morte: perché il mondo resta immobile
Due mesi dopo l’annuncio del cessate il fuoco, Gaza continua a essere un luogo dove si muore. Non come prima, non con la stessa intensità quotidiana, ma abbastanza da rendere evidente una verità scomoda: la guerra non è davvero finita. Almeno 386 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della tregua, secondo dati ritenuti affidabili anche da organizzazioni internazionali come Amnesty International. Di questi, 136 erano minori. Numeri che da soli basterebbero a far crollare qualsiasi narrazione di “normalizzazione”. E invece il mondo osserva, protesta a parole, ma resta sostanzialmente fermo.

La domanda che attraversa cancellerie, redazioni e opinioni pubbliche è sempre la stessa: perché le istituzioni internazionali e le principali potenze, dagli Stati Uniti all’Europa, non riescono – o non vogliono – intervenire in modo efficace per fermare questa strage a bassa intensità?
La risposta non è semplice, ma ha a che fare con un intreccio di fattori politici, strategici e culturali che rendono Gaza una sorta di zona grigia del diritto internazionale.
Il primo elemento è la crisi profonda delle istituzioni multilaterali. Le Nazioni Unite, nate per prevenire conflitti e proteggere i civili, sono oggi paralizzate da veti incrociati e rapporti di forza che rispecchiano un mondo multipolare sempre più frammentato. Il Consiglio di Sicurezza è bloccato: ogni risoluzione che tenti di imporre sanzioni o misure coercitive contro Israele viene sistematicamente annacquata o fermata. Senza strumenti vincolanti, le condanne restano dichiarazioni simboliche, incapaci di tradursi in azioni concrete sul terreno.
A questo si aggiunge il ruolo degli Stati Uniti. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Washington ha riaffermato una linea di sostegno quasi incondizionato a Israele, giustificata in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo. È una postura che riduce drasticamente lo spazio diplomatico: se il principale alleato di Israele non esercita pressioni reali, difficilmente altri Paesi riusciranno a farlo. L’America di Trump privilegia la forza all’equilibrio, gli accordi bilaterali alle soluzioni multilaterali, e considera le istituzioni internazionali più come ostacoli che come strumenti.
L’Europa, dal canto suo, appare divisa e indecisa. Da una parte, proclama la difesa dei diritti umani e del diritto internazionale; dall’altra, è frenata da interessi geopolitici, storici sensi di colpa, rapporti economici e timori di destabilizzazione regionale. I Paesi europei parlano con molte voci: alcuni chiedono il rispetto del cessate il fuoco e l’ingresso degli aiuti umanitari, altri si limitano a generiche “preoccupazioni”. Il risultato è l’irrilevanza politica. Senza una linea comune, l’Unione Europea resta spettatrice, incapace di incidere su un conflitto che pure si svolge alle sue porte.
C’è poi un nodo più profondo, spesso rimosso: Gaza non è solo un teatro di guerra, ma un problema strutturale che mette in discussione l’ordine internazionale così com’è. Le violazioni documentate – bombardamenti, uso di cecchini contro civili, demolizioni, blocco degli aiuti – sollevano interrogativi giuridici enormi. Riconoscerli fino in fondo significherebbe ammettere che il sistema di regole costruito dopo la Seconda guerra mondiale non funziona più quando entrano in gioco alleanze strategiche e interessi di potenza.
Il blocco degli aiuti umanitari è emblematico. L’accordo prevedeva l’ingresso di almeno 600 camion al giorno; ne arrivano circa 450. Non abbastanza per una popolazione stremata, con migliaia di bambini in malnutrizione acuta. Eppure, anche su questo fronte, le reazioni internazionali restano deboli. La fame diventa una statistica, non una linea rossa invalicabile.
La questione del valico di Rafah racconta un’altra verità scomoda. Israele vorrebbe consentire l’uscita dei palestinesi da Gaza senza garantirne il ritorno. L’Egitto si oppone, temendo una espulsione di fatto. È qui che riemerge lo spettro di una soluzione mai dichiarata ma sempre temuta: svuotare Gaza dei suoi abitanti. Un’ipotesi che richiama logiche coloniali e che dovrebbe scuotere le coscienze internazionali. Ma anche qui, nessuna azione decisiva.
Perché tutto questo accade? Perché la morte dei palestinesi, pur suscitando indignazione, non ha lo stesso peso politico di altre crisi. È una tragedia “normalizzata”, inglobata in una narrazione di conflitto eterno che anestetizza l’opinione pubblica globale. La ripetizione genera assuefazione. E l’assuefazione produce indifferenza.
Eppure, la storia insegna che l’indifferenza è sempre una scelta. Non intervenire è una forma di intervento passivo che favorisce chi detiene il potere delle armi. Le istituzioni mondiali falliscono non solo per debolezza, ma perché rispecchiano le priorità dei governi che le compongono. Se la tutela della vita civile non è una priorità reale, resterà un principio astratto.
Continuare a parlare di Gaza, allora, non è retorica: è un atto politico necessario. Senza alimentare violenza, senza giustificare odio, ma rifiutando il silenzio. Perché ogni giorno in cui il mondo non riesce – o non vuole – fermare la morte, il cessate il fuoco resta solo una parola. E la pace, ancora una volta, una promessa tradita.
Gaza, il cessate il fuoco che non ferma la morte: perché il mondo resta immobile
Tre libri in italiano — fra autori italiani e tradotti — che affrontano in profondità i temi della crisi a Gaza, del conflitto israelo-palestinese, della memoria storica e delle responsabilità internazionali. Li ho scelti per autorevolezza, chiarezza analitica e capacità di collegare diritto, politica e racconto umano.
1) La questione palestinese — Edward W. Said
Un classico imprescindibile per capire le radici storiche, culturali e politiche della vicenda palestinese. Said offre una prospettiva critico-storica che smonta narrazioni semplificate e aiuta a leggere il conflitto dentro il contesto coloniale, diplomatico e mediatico che ne ha plasmato le dinamiche. Utile per chi cerca una cornice interpretativa ampia e documentata.
2) La guerra dei cento anni per la Palestina — Rashid Khalidi
Khalidi traccia un resoconto serrato e aggiornato del lungo processo — diplomatico, coloniale, militare — che ha portato alla situazione attuale. Storico di grande rigore, Khalidi coniuga documentazione e analisi politica, mostrando come le scelte internazionali e locali abbiano prodotto cicli di espropriazione, resistenza e fallimenti diplomatici. Un testo fondamentale per capire perché le soluzioni che sembrano “ovvie” sul piano morale si inceppino sul piano politico.
3) Gaza. Odio e amore per Israele — Gad Lerner
Saggio/reportage di un autore italiano che combina mestiere giornalistico, memoria e riflessione pubblica. Lerner mette a fuoco l’esperienza, il dolore e le contraddizioni delle comunità coinvolte, offrendo un punto di vista utile a comprendere la dimensione umana del conflitto e le difficoltà — politiche, morali, mediatiche — di una narrazione italiana ed europea. Utile complemento alle analisi più accademiche dei due volumi precedenti.

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