La guerra è nella natura umana? Tra biologia, cultura e politica
La guerra è nella natura umana? Tra biologia, cultura e politica
Per secoli l’umanità ha coltivato una speranza: che il progresso della civiltà avrebbe progressivamente relegato la guerra al passato. Oggi quella speranza appare nuovamente sottoposta a una prova drammatica. La guerra in Ucraina continua a rappresentare una minaccia diretta alla sicurezza europea, mentre in Medio Oriente i conflitti si intrecciano e la comunità internazionale fatica a costruire condizioni stabili di pace. Il 22 settembre, aprendo l’Assemblea generale dell’ONU, António Guterres ha avvertito che il principio secondo cui la forza non può essere l’arbitro ultimo dei diritti e del futuro delle persone è sottoposto a una forte pressione. (Servizi Esterni dell’Unione Europea)

Ma c’è una domanda ancora più radicale dietro l’attualità: la guerra appartiene alla natura umana oppure è una costruzione storica e culturale?
La risposta della ricerca contemporanea è molto più complessa di entrambe le alternative.
Da Hobbes a Rousseau: due immagini dell’uomo
Il problema non nasce con l’antropologia moderna. È al centro della filosofia politica occidentale da almeno quattro secoli.
Per Thomas Hobbes, nello stato di natura gli individui vivono in una condizione di insicurezza permanente. La competizione per risorse, il timore dell’altro e l’assenza di un’autorità comune possono trasformare la convivenza in una situazione di conflitto generalizzato. La pace diventa quindi possibile attraverso istituzioni capaci di limitare la violenza e garantire la sicurezza. (Enciclopedia di Filosofia di Stanford)
Jean-Jacques Rousseau rovescia la prospettiva. Nella sua ricostruzione filosofica, non sarebbe l’essere umano isolato all’origine della guerra tra Stati: è piuttosto l’organizzazione sociale, con proprietà, disuguaglianze e istituzioni politiche, a creare condizioni nuove di competizione e conflitto. Rousseau considera infatti la guerra soprattutto come un rapporto tra Stati, non come una semplice estensione della violenza individuale. (Encyclopedia di Filosofia)
Tra i due si inserisce Immanuel Kant, che introduce una terza possibilità: anche ammettendo una componente conflittuale nella natura umana, gli esseri umani possono costruire istituzioni capaci di contenerla. Nella prospettiva della Pace perpetua, il problema non è aspettare che l’uomo diventi naturalmente buono, ma costruire un ordine giuridico nel quale la guerra diventi progressivamente meno praticabile. (Plato Sito)
È una distinzione decisiva ancora oggi.
La rivoluzione antropologica: la guerra ha radici antiche
Le scienze antropologiche e archeologiche hanno complicato ulteriormente il quadro.
Le tracce di traumi sui resti scheletrici dimostrano che la violenza interpersonale è molto antica. Ma violenza e guerra non sono sinonimi. Un omicidio, una vendetta tra individui, un’incursione tra gruppi e una guerra organizzata richiedono livelli diversi di cooperazione, organizzazione e istituzionalizzazione.
Le ricerche sui cacciatori-raccoglitori mostrano proprio questa ambivalenza. Alcuni studi sostengono che forme di conflitto intergruppo letale siano presenti nella storia evolutiva umana già prima dell’agricoltura; altri hanno evidenziato società nelle quali la violenza era molto meno frequente. Una revisione archeologica globale pubblicata recentemente conclude che le prove sostengono parzialmente entrambe le interpretazioni: i gruppi preistorici non vivevano né in una guerra incessante né in una pace permanente.
Un esempio significativo arriva dal Giappone preistorico. Lo studio delle popolazioni Jōmon ha rilevato livelli relativamente bassi e geograficamente circoscritti di mortalità attribuibile alla violenza, mettendo in discussione l’idea di una guerra costante come caratteristica universale delle società preagricole. (PubMed Central (PMC))
La conclusione più prudente è dunque anche la più interessante: la capacità di fare guerra è antica, ma non significa che la guerra sia inevitabile.
L’altra metà della natura umana: cooperare
Se la ricerca biologica dimostra l’esistenza di comportamenti aggressivi, dimostra altrettanto chiaramente qualcosa di altrettanto importante: l’essere umano è una specie straordinariamente cooperativa.
Gli studi sui cacciatori-raccoglitori documentano cooperazione nella cura dei bambini, nella condivisione delle risorse, nella caccia collettiva, negli scambi e nella costruzione di alleanze. Alcuni gruppi potevano partecipare alla guerra e contemporaneamente sviluppare forme molto sofisticate di cooperazione interna ed esterna. (DOI)
È questo il punto che impedisce di trasformare l’antropologia in una giustificazione biologica della guerra.
L’evoluzione non ci ha consegnato un’unica natura umana. Ci ha consegnato un repertorio di possibilità: aggressione e solidarietà, competizione e reciprocità, vendetta e riconciliazione, appartenenza al gruppo e cooperazione con estranei.
Uno studio del 2024 sulla coevoluzione di guerra e pace sostiene proprio questa interpretazione: entrambe avrebbero radici profonde e si sarebbero sviluppate insieme, attraverso l’evoluzione biologica e quella culturale. (PubMed)
La cultura può accendere o spegnere il conflitto
Questo cambia radicalmente il modo di leggere il presente.
Dire che l’uomo possiede una predisposizione alla violenza non significa dire che la guerra sia scritta nel destino della specie. Un comportamento biologicamente possibile può essere favorito oppure scoraggiato dalle istituzioni, dalle norme, dall’educazione e dalle condizioni sociali.
La stessa capacità di cooperazione che permette a milioni di persone di vivere pacificamente in società complesse può essere utilizzata per organizzare un esercito. La stessa intelligenza che costruisce ospedali può costruire armi. La stessa appartenenza collettiva che produce solidarietà può diventare nazionalismo aggressivo.
La biologia offre possibilità; la politica decide spesso quali possibilità vengono organizzate.
Il vero cambio di paradigma
Per questo sarebbe sbagliato concludere che la scoperta delle radici evolutive della violenza faccia crollare l’idea della pace.
Semmai accade il contrario.
Se guerra e cooperazione fanno entrambe parte della storia evolutiva, allora la pace non è l’assenza di una presunta natura violenta. È una costruzione politica, culturale e istituzionale.
Anche la ricerca contemporanea sull’evoluzione della guerra sottolinea che spiegazioni biologiche e culturali non devono essere considerate necessariamente alternative: possono descrivere livelli differenti dello stesso fenomeno. Inoltre, aggressività verso gruppi esterni e guerra organizzata sono fenomeni collegati ma non identici. (PubMed)
La lezione per l’Europa del 2026 è quindi tutt’altro che rassegnata.
Se la guerra fosse soltanto un istinto, non avremmo bisogno di Stati, diplomazia, diritto internazionale, trattati, organizzazioni sovranazionali e negoziati. Se fosse soltanto una cattiva invenzione culturale, basterebbe cancellarla dalla cultura. La realtà è più difficile: la guerra nasce dall’interazione tra predisposizioni umane, interessi materiali, istituzioni, identità collettive, paure e decisioni politiche.
Ed è proprio per questo che la pace richiede politica.
Non basta sperare che l’uomo diventi diverso da quello che è. Occorre costruire istituzioni capaci di valorizzare ciò che nella nostra natura rende possibile la convivenza e di contenere ciò che può trasformare la paura dell’altro in violenza.
Nel settembre 2026, mentre tornano a soffiare venti di guerra, questa potrebbe essere la vera lezione dell’antropologia: non siamo una specie condannata alla guerra, ma nemmeno una specie naturalmente pacifica. Siamo una specie capace di entrambe. E la storia, ancora una volta, dipenderà dalle scelte che sapremo trasformare in istituzioni.
La guerra è nella natura umana? Tra biologia, cultura e politica
📚 Quattro libri per capire guerra, natura umana e possibilità della pace
La domanda da cui partire è la stessa che attraversa l’articolo: la guerra è un destino inscritto nella natura umana oppure il risultato di condizioni storiche, culturali e politiche che possono essere modificate? I quattro libri proposti affrontano il problema da prospettive differenti, permettendo di mettere in dialogo psicoanalisi, filosofia politica, antropologia evoluzionistica e teoria delle relazioni internazionali.
📘 1. Perché la guerra?
Albert Einstein, Sigmund Freud
Il contenuto
Pubblicato a partire dal celebre carteggio del 1932, il libro nasce dalla proposta di Einstein di discutere con Freud il problema della guerra e della possibilità di prevenirla. Il fisico parte dalla domanda politica: come può l’umanità liberarsi dalla «fatalità» della guerra? Freud sposta l’attenzione sulla psicologia e sulla struttura della vita psichica, interrogandosi sull’aggressività, sulla distruttività e sulle forze che possono essere mobilitate contro la civiltà.
Il dialogo assume un significato particolare perché avviene nel 1932, alla vigilia della catastrofe europea. Einstein mette in discussione la possibilità di affidare la pace soltanto agli Stati; Freud, dal canto suo, mostra quanto la civiltà debba fare i conti con impulsi aggressivi che non possono essere semplicemente eliminati.
👉 Perché leggerlo
È un testo breve ma straordinariamente attuale. Permette di evitare due semplificazioni opposte: pensare che la guerra sia soltanto una decisione razionale dei governi oppure che sia esclusivamente il prodotto di un istinto biologico. Il confronto tra Einstein e Freud mostra invece la complessità del rapporto tra potere, aggressività, civiltà e istituzioni. È inoltre un’occasione per riflettere su una domanda ancora aperta: può la cultura costruire nell’essere umano una resistenza all’odio e alla distruzione?
📙 2. Guerra e natura umana. Le radici del disordine mondiale
Gianluca Sadun Bordoni
Il contenuto
È il libro più direttamente collegato al problema affrontato nell’articolo. Pubblicato da Il Mulino nel 2025, il volume mette in discussione sia l’idea della guerra come semplice «invenzione culturale», sia la convinzione che la storia proceda necessariamente verso un suo progressivo superamento. L’indice comprende una ricostruzione della crisi dell’idea di pace perpetua, la fine dell’era wilsoniana, la Guerra fredda, la guerra ibrida globale e il confronto contemporaneo tra Russia, Cina e Stati Uniti.
La seconda parte affronta direttamente il rapporto tra natura e storia, confrontando Hobbes e Rousseau e approfondendo i contributi dell’antropologia evoluzionistica, della preistoria e delle scienze sociali. Il libro considera inoltre il rapporto tra guerra e formazione degli Stati e il problema del processo di civilizzazione.
👉 Perché leggerlo
È particolarmente importante perché consente di affrontare il tema con gli strumenti della ricerca contemporanea, senza fermarsi alla tradizionale contrapposizione tra «uomo naturalmente violento» e «uomo naturalmente pacifico». La sua tesi offre però anche un punto di discussione critica: riconoscere radici evolutive alla violenza non significa necessariamente considerare la guerra inevitabile. Il valore del libro sta proprio nel costringere il lettore a interrogarsi su quanto biologia, cultura, istituzioni e storia interagiscano nella produzione del conflitto.
📕 3. Leviatano
Thomas Hobbes, traduzione di Gianni Micheli
Il contenuto
Pubblicato nel 1651, il Leviatano è uno dei testi fondamentali della filosofia politica moderna. Hobbes parte da una concezione dell’essere umano caratterizzata da desideri, competizione, paura e ricerca della sicurezza. In assenza di un’autorità comune, gli individui possono trovarsi in una condizione di conflitto; da qui nasce la necessità del patto attraverso il quale gli individui costituiscono lo Stato e attribuiscono al sovrano il potere necessario a garantire la pace civile.
L’edizione tradotta da Gianni Micheli è stata pubblicata in italiano da La Nuova Italia e successivamente riproposta anche in edizione BUR.
👉 Perché leggerlo
Hobbes permette di comprendere un punto essenziale: la pace non coincide necessariamente con l’assenza di conflitto nella natura umana, ma può essere il prodotto di istituzioni capaci di regolare la forza e impedire che la paura reciproca degeneri in violenza.
Il Leviatano è quindi fondamentale per comprendere anche il mondo contemporaneo. Guerre civili, crisi degli Stati, competizione geopolitica e fallimenti delle istituzioni internazionali possono essere riletti attraverso la domanda hobbesiana fondamentale: chi possiede l’autorità necessaria per impedire che il conflitto diventi distruzione?
📕 4. Il processo di civilizzazione
Norbert Elias
Il contenuto
L’opera di Norbert Elias offre una prospettiva complementare alle precedenti. Il sociologo tedesco analizza la lunga trasformazione delle società europee, osservando come nel corso dei secoli siano cambiati i comportamenti individuali, il controllo delle emozioni, l’uso della violenza e le forme di potere.
La civilizzazione non viene interpretata come un improvviso miglioramento morale dell’umanità. È piuttosto il risultato di trasformazioni sociali e istituzionali attraverso le quali la violenza viene progressivamente monopolizzata dallo Stato e sottoposta a forme di controllo. Il processo rimane però reversibile e non elimina definitivamente la violenza.
👉 Perché leggerlo
Elias è indispensabile per correggere ogni interpretazione troppo deterministica della natura umana. Se esistono pulsioni aggressive, esistono anche processi storici capaci di limitarne l’espressione. La diminuzione della violenza interpersonale in determinate fasi della storia europea non dimostra che l’uomo sia diventato biologicamente più pacifico; dimostra piuttosto che istituzioni, norme e forme di autocontrollo possono modificare profondamente il comportamento.
La sua prospettiva aiuta così a collegare Freud e Hobbes con l’antropologia contemporanea: la natura umana non è una sentenza definitiva, ma un insieme di possibilità che le strutture sociali possono orientare in direzioni differenti.
Una biblioteca per una domanda ancora aperta
Letti insieme, questi quattro libri costruiscono una sorta di percorso ideale. Freud porta dentro la psicologia della distruttività; Hobbes dentro il problema politico dell’ordine; Elias mostra come le istituzioni possano trasformare nel tempo il comportamento; Sadun Bordoni riporta il problema alla discussione contemporanea sull’evoluzione, la guerra e il disordine mondiale.
Il risultato non è una risposta semplice alla domanda se l’uomo sia «buono» o «cattivo». È qualcosa di più interessante: la consapevolezza che la capacità di fare la guerra e quella di costruire la pace appartengono entrambe alla storia della nostra specie. La pace, quindi, non è necessariamente il contrario della natura umana. Può essere una delle forme più complesse attraverso cui gli esseri umani organizzano la propria natura.
La guerra è nella natura umana? Tra biologia, cultura e politica
Link
Sessantacinque anni dopo Eisenhower: il monito ignorato
La guerra travolge ogni fragile confine civile
Il riarmo globale e il fallimento della memoria
Dichiarazione dell’UE sull’aggressione in corso della Federazione Russa contro l’Ucraina
La guerra è nella natura umana? Il dilemma tra biologia, cultura e politica
Sito libero da pubblicità e banner e letture consigliate per approfondire

La guerra è nella natura umana? Il dilemma tra biologia, cultura e politica
La guerra travolge ogni fragile confine civile
Ombra della guerra totale: apocalisse di ieri al conflitto di oggi
Medusa, da mostro a simbolo: quando la vittima rovescia il mito
Il Cantico delle creature, nell’epoca del cambiamento climatico
Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!