La guerra travolge ogni fragile confine civile

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Da Tacito a Freud: la psicologia del potere e della guerra nell’ombra del conflitto tra Israele-Stati Uniti e Iran

La guerra travolge ogni fragile confine civile

Nelle pieghe dei grandi conflitti contemporanei — come quello che oggi oppone Israele e Iran, con il coinvolgimento degli Stati Uniti — non si muovono soltanto eserciti, diplomazie e strategie geopolitiche. Si agitano, più profondamente, le stesse forze psicologiche che già duemila anni fa Tacito aveva intuito e che nel Novecento Sigmund Freud ha tentato di decifrare. Leggere il presente attraverso queste due lenti significa entrare in un laboratorio oscuro: quello dell’animo umano quando è esposto al potere e alla guerra.

Tacito, il grande storico dell’Impero romano, non si limita a raccontare fatti. Egli scava nei moventi, nei sospetti, nelle paure che guidano gli uomini al comando. La sua è una vera e propria anatomia del potere. Il suo pessimismo antropologico — l’idea che l’uomo, soprattutto quando investito di autorità assoluta, tenda alla corruzione — risuona oggi con inquietante attualità. Nei giochi di forza tra Stati, nelle dichiarazioni ufficiali e nei retroscena diplomatici, si avverte ancora quel contrasto tra species e realtà che Tacito descriveva: la facciata della legalità internazionale spesso cela logiche di dominio, deterrenza e paura.

La guerra travolge ogni fragile confine civile

La guerra travolge ogni fragile confine civile

Il lessico tacitiano sembra scritto per interpretare i comunicati contemporanei. Adulatio, ad esempio, non è soltanto un fenomeno dell’antico Senato romano: è la dinamica per cui alleanze e posizionamenti geopolitici si piegano, talvolta, a rapporti di forza asimmetrici. Dissimulatio e simulatio descrivono perfettamente la diplomazia opaca, fatta di dichiarazioni ambigue e strategie indirette. Nel conflitto mediorientale, la comunicazione pubblica è spesso un teatro, mentre le decisioni reali maturano altrove, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.

Ma è soprattutto nel vocabolario della paura che Tacito si rivela sorprendentemente moderno. Metus e pavor non sono solo sentimenti individuali: diventano strumenti politici. La deterrenza nucleare, le minacce implicite, la retorica della sicurezza nazionale sono tutte espressioni di una politica fondata sulla gestione della paura. E come nell’Impero romano, anche oggi il sospetto è ovunque: ogni mossa dell’avversario è interpretata come potenzialmente ostile, ogni segnale come un indizio di minaccia.

Se Tacito ci offre la diagnosi del potere, Freud ci conduce nel cuore della psicopatologia della guerra. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale — il grande trauma del 1914 — Freud comprese che la civiltà non è un traguardo definitivo, ma una fragile costruzione. Nel suo saggio Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, egli smaschera un’illusione: quella di un’umanità ormai emancipata dalla violenza primordiale.

La guerra, scrive Freud, non introduce il male nel mondo: lo libera. Le pulsioni distruttive, represse in tempo di pace, riemergono con forza quando lo Stato le legittima. È qui che si produce una frattura decisiva: lo Stato, che dovrebbe incarnare il “Super-Io” collettivo, diventa esso stesso agente di violenza. Chiede ai cittadini di essere morali, ma autorizza — e talvolta impone — comportamenti immorali.

Nel contesto attuale, questa dinamica appare evidente. La narrativa pubblica tende a giustificare le azioni belliche come necessarie, difensive, inevitabili. Ma sotto questa razionalizzazione si muove una realtà più inquietante: la normalizzazione della violenza. Quando bombardamenti, rappresaglie e minacce diventano strumenti ordinari, la coscienza collettiva subisce una torsione. Ciò che in tempo di pace sarebbe inaccettabile diventa, in guerra, dovere.

Freud analizza anche un altro fenomeno cruciale: la regressione delle masse. Quando gli individui si identificano completamente con un gruppo — una nazione, un esercito, una causa — perdono parte della loro autonomia critica. L’inibizione morale si attenua, il pensiero si semplifica, il nemico viene disumanizzato. Non è più un essere umano, ma un simbolo del male. In questo processo, la responsabilità individuale si dissolve nel collettivo.

Questo meccanismo è visibile anche oggi, amplificato dai media e dai social network. La polarizzazione del discorso pubblico, la costruzione di narrazioni binarie (noi contro loro), la diffusione di immagini e messaggi emotivamente carichi contribuiscono a creare una psicologia di massa che facilita la radicalizzazione. La guerra non si combatte solo sul campo, ma anche nella mente delle persone.

Eppure, Freud individua anche una possibile via di resistenza: il pensiero. Comprendere i meccanismi psicologici della guerra significa sottrarsi, almeno in parte, alla loro presa. Significa riconoscere la presenza della pulsione distruttiva — quella che Freud chiamerà Thanatos — e vigilare affinché non diventi dominante.

Tacito e Freud, pur distanti nel tempo, convergono su un punto essenziale: la civiltà è fragile. Il potere tende a corrompere, la paura a deformare, la guerra a disumanizzare. Nel conflitto tra Israele-Stati Uniti e Iran, queste dinamiche non sono semplici astrazioni teoriche, ma realtà operative.

La lezione che emerge è scomoda ma necessaria. Non possiamo limitarci a leggere la guerra in termini strategici o geopolitici. Dobbiamo riconoscere che essa è, prima di tutto, un fenomeno umano, radicato nelle profondità della psiche individuale e collettiva. E che senza una costante vigilanza — critica, morale, culturale — il sottile velo della civiltà può lacerarsi rapidamente.

In un’epoca in cui la tecnologia amplifica la potenza distruttiva e accelera la diffusione delle emozioni, la riflessione di Tacito e Freud non è solo attuale: è indispensabile.

La guerra travolge ogni fragile confine civile

tre libri (tra classici e saggi più contemporanei, disponibili in italiano) che dialogano in modo diretto con i temi del tuo articolo — psicologia del potere, guerra, regressione collettiva e crisi della civiltà:

📚 1. Il disagio della civiltà – Sigmund Freud

Un testo fondamentale per comprendere il rapporto tra individuo, società e violenza. Freud analizza il conflitto tra pulsioni umane e norme civili, mostrando come la civiltà reprima — ma non elimini — l’aggressività. È proprio questa tensione a riemergere nei momenti di guerra. Il saggio evidenzia come l’equilibrio sociale sia fragile e sempre esposto a derive distruttive .

👉 Perché leggerlo oggi: è la chiave teorica più potente per capire come e perché la violenza ritorni ciclicamente nei conflitti contemporanei.


📚 2. Perché la guerra? – Sigmund Freud & Albert Einstein

Un dialogo straordinario tra due giganti del Novecento. Einstein pone la domanda centrale: è possibile liberare l’umanità dalla guerra? Freud risponde con lucidità disarmante, introducendo il concetto di pulsione distruttiva e sottolineando il ruolo ambiguo delle istituzioni politiche.

👉 Perché leggerlo oggi: è un testo breve ma densissimo che anticipa molti nodi ancora irrisolti nelle tensioni tra Stati e nei conflitti geopolitici.


📚 3. Un terribile amore per la guerra – James Hillman

Un saggio più recente e provocatorio, che ribalta la prospettiva: la guerra non è solo qualcosa da evitare, ma qualcosa che l’umanità, in modo inconscio, continua a desiderare. Hillman indaga il fascino simbolico e psicologico del conflitto, mettendo in luce la sua dimensione archetipica e culturale .

👉 Perché leggerlo oggi: aiuta a comprendere non solo la paura della guerra, ma anche la sua attrazione nascosta nelle società moderne.


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