Gaza, Israele: “Muori Sansone con tutti i filistei” e il destino
Gaza, Israele: “Muori Sansone con tutti i filistei” e il destino
“Muori Sansone con tutti i filistei!” — Il destino di Gaza e la solitudine di Israele
“Muori Sansone con tutti i filistei!” — l’urlo biblico del guerriero accecato, che si lascia travolgere dalle macerie insieme ai suoi nemici, risuona oggi con un’eco terribile. È a Gaza, secondo la Bibbia, che Sansone si vendicò dei filistei; ed è da Gaza che, il 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas sono penetrati in Israele dando inizio al più sanguinoso massacro di ebrei dai tempi della Shoah. Da allora, il cerchio della storia sembra essersi chiuso in un incubo simbolico: una terra di rovine, vittime e vendette incrociate, dove il dolore si ripete come un copione antico.

La risposta israeliana, durissima, è stata definita “guerra totale” dal governo di Benjamin Netanyahu. Interi quartieri della Striscia sono stati rasi al suolo, migliaia di civili uccisi, centinaia di migliaia costretti a fuggire. In nome della sicurezza, Israele ha scatenato un’offensiva che ha finito per minare uno dei suoi capitali più preziosi: la reputazione morale costruita, tra mille contraddizioni, sull’eredità dell’Olocausto. Oggi, per la prima volta nella sua storia, Israele è un Paese isolato: criticato dagli alleati, abbandonato da una parte crescente dell’opinione pubblica occidentale, contestato persino da intellettuali ebrei della diaspora.
Eppure, nella tragedia di Gaza si riflette qualcosa di più profondo del conflitto tra due popoli. Gaza è diventata un luogo simbolico, uno specchio che rimanda le crepe di un mondo attraversato da fanatismi, paure identitarie e religioni della violenza. È la frontiera dove la storia sacra incontra la politica moderna, e dove l’idea stessa di pace sembra dissolversi nel paradosso: “La pace attraverso la guerra”, come proclama oggi più d’un leader mondiale.
L’identità contro l’universalismo
In Israele, la guerra ha riacceso tensioni latenti da anni. L’idea di una “nazione assediata” ha rinvigorito l’ala più radicale del sionismo religioso, quella che vede in ogni compromesso un tradimento. Ma la stessa guerra, paradossalmente, ha messo in luce le fratture interne di una società in bilico tra democrazia e teocrazia, tra modernità e fondamentalismo.
Per molti ebrei, dentro e fuori Israele, questo è un momento di dolorosa introspezione. Il sogno di una patria che fosse rifugio e promessa di libertà si confronta con un presente di chiusura, sospetto e paura. “Che futuro può avere questo Israele?”, si chiedeva già Primo Levi, non in senso politico ma morale. E oggi la domanda torna con più forza: che cosa resta del filone ebraico della tolleranza, del dialogo, dell’umanesimo che da Spinoza a Buber ha cercato di unire anziché dividere?
Molti israeliani laici, intellettuali ebrei europei e americani, si sentono smarriti. La solidarietà che un tempo univa la diaspora si è incrinata. Le comunità ebraiche in Occidente, sotto pressione, si chiudono in se stesse, percependo ogni critica a Israele come una forma di antisemitismo. Ma l’effetto è devastante: alimenta proprio quel senso di separazione che il sionismo voleva superare.
Il dramma speculare dei palestinesi
Dall’altra parte, il popolo palestinese vive una tragedia altrettanto profonda. A Gaza, dove più della metà della popolazione ha meno di vent’anni, la speranza si è ridotta al silenzio. Hamas, con la sua ideologia teocratica, ha trasformato la disperazione in arma, facendo della morte — propria e altrui — una strategia politica. Non rappresenta più un progetto di liberazione, ma una religione del sacrificio, un culto della vittoria impossibile.
Molti palestinesi, specialmente in Cisgiordania o nella diaspora, guardano con angoscia a questo abisso. Il fanatismo di Hamas, come quello della destra israeliana, tradisce le aspirazioni di un popolo che voleva vivere, non morire. Ma l’odio reciproco è ormai una prigione culturale. E in mezzo a questo deserto morale, la parola “pace” sembra appartenere a un vocabolario estinto.
L’Occidente e il doppio specchio
Per l’Occidente, Gaza è anche un test etico. Le democrazie che invocano il diritto internazionale e i diritti umani si trovano ora impantanate in un dilemma: difendere l’amico Israele o denunciare i crimini di guerra? Gli Stati Uniti, pur ribadendo il sostegno a Gerusalemme, sono sempre più divisi. L’Europa tace, prigioniera della sua ipocrisia.
Nel frattempo, il mondo arabo osserva e accumula risentimento. Le piazze si infiammano, ma i governi — dall’Egitto all’Arabia Saudita — restano cauti. Tutti sanno che Gaza non è solo una questione palestinese: è il cuore pulsante del conflitto globale tra poteri, civiltà, e modelli di mondo.
E così, mentre il fuoco continua a devastare la Striscia, la vicenda di Gaza diventa un simbolo universale. Non solo della lotta fra israeliani e palestinesi, ma del fallimento della politica quando cede il passo al tribalismo, alla paura, al mito delle identità assolute.
Il ritorno di Sansone
Forse è per questo che l’antico grido di Sansone continua a risuonare: “Muori con me, o nemico!”. È la logica del suicidio collettivo, del “tutti colpevoli, nessuno innocente”. Una logica che trasforma la guerra in destino, e la vendetta in giustizia.
Ma se la Bibbia ci insegna qualcosa, è che Sansone, pur eroico, è un personaggio tragico, non un modello. Il suo gesto finale è disperazione, non gloria. Eppure, il mondo sembra aver dimenticato questa distinzione. A Gaza, come in tante altre frontiere del pianeta, il mito di Sansone rivive ogni giorno: nel missile che colpisce una scuola, nella rappresaglia che abbatte un ospedale, nel silenzio di chi guarda e si volta dall’altra parte.
Forse, per uscire da questo eterno ciclo di macerie, serve tornare proprio lì — all’origine del mito — e capovolgerlo. Perché nessuno vince davvero se a cadere, insieme ai filistei, è l’intera umanità.
Tre libri in italiano, inclusi autori stranieri tradotti, che affrontano in profondità i temi evocati nell’articolo — Gaza, Israele, l’identità ebraica, il fanatismo politico-religioso e la crisi morale del conflitto:
1. Gaza. Odio e amore per Israele – Gad Lerner (Feltrinelli, 2024)
Un libro intenso e personale, in cui Lerner riflette sul dramma di Gaza e sul rapporto lacerante tra Israele e la diaspora ebraica. L’autore intreccia la cronaca del conflitto con la propria identità di ebreo italiano, interrogandosi sul destino morale dello Stato di Israele e sul rischio che l’esclusivismo religioso e politico soffochi la vocazione universalista dell’ebraismo. Un testo che fonde memoria, attualità e introspezione, offrendo una delle analisi più oneste e dolorose del presente mediorientale.
2. Palestina – Joe Sacco (trad. Cristina Previtali, Rizzoli Lizard, 2021)
Capolavoro del giornalismo a fumetti, scritto e disegnato dal reporter maltese-americano Joe Sacco. Attraverso un racconto visivo straordinario, Sacco documenta la vita quotidiana nei Territori Occupati negli anni Novanta, offrendo un punto di vista umano e diretto sulla condizione dei palestinesi. Il fumetto diventa reportage, e il reportage diventa letteratura civile. Un’opera imprescindibile per comprendere la dimensione umana — non solo politica — del conflitto israelo-palestinese.
3. Gerusalemme. Una biografia – Simon Sebag Montefiore (trad. Chiara Veltri, Mondadori, 2011)
Un affresco storico monumentale, scritto dallo storico britannico di origini ebraiche Simon Sebag Montefiore. Il libro ripercorre tremila anni di storia della Città Santa, crocevia di fede, potere e sangue. Attraverso figure bibliche, imperatori, rabbini e sultani, Montefiore mostra come la sacralità di Gerusalemme sia al tempo stesso una fonte di ispirazione e di fanatismo. Un testo fondamentale per comprendere le radici storiche e religiose che alimentano ancora oggi le passioni e le tragedie del Medio Oriente.
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