Quando la guerra è ancora una sconfitta per tutti

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Quando la guerra è ancora una sconfitta per tutti

C’è un paradosso che attraversa più di un secolo di storia e che, nell’autunno del 2025, appare ancora dolorosamente attuale. È quello raccontato da Norman Angell nel suo saggio del 1909, La grande illusione, in cui il pensatore liberale britannico denunciava la falsa convinzione che la guerra potesse essere un mezzo di prosperità e di potere per le nazioni.
Angell, premio Nobel per la pace nel 1933, sosteneva che la guerra moderna non arricchisce nessuno: distrugge il commercio, mina la fiducia tra gli Stati, impoverisce i vincitori tanto quanto i vinti. Una lezione che la storia avrebbe dovuto insegnare dopo due guerre mondiali, ma che oggi — di fronte al conflitto tra Russia e Ucraina e al dramma infinito del Medio Oriente — sembra essere stata dimenticata.

Quando la guerra è ancora una sconfitta per tutti

L’illusione del potere attraverso la forza

Nel 1909 Angell scriveva che “è un’illusione credere che un invasore possa distruggere completamente una nazione e trarne vantaggio”. All’epoca, l’Europa era attraversata da una corsa agli armamenti che culminò, pochi anni dopo, nella Prima guerra mondiale. Oggi, a distanza di oltre un secolo, la scena globale non è poi così diversa.

In Ucraina, la guerra è entrata nel suo quarto anno, e la Russia continua a pagare un prezzo economico e umano altissimo. Le sanzioni hanno indebolito la sua economia, il commercio internazionale è stato stravolto, e milioni di persone sono state costrette a fuggire. Anche l’Europa, che sostiene Kiev, ne paga le conseguenze: inflazione, crisi energetica, spese militari crescenti.
È la prova vivente della “grande illusione” di Angell: nessuno vince davvero. La guerra, nel mondo interconnesso del XXI secolo, non è più un affare nazionale ma una ferita globale che attraversa mercati, filiere, bilanci e coscienze.

Gaza e il prezzo della distruzione

Se la tesi di Angell aveva una base economica — la convinzione che il benessere collettivo dipendesse dall’interdipendenza tra le nazioni — il dramma di Gaza la conferma in modo tragico.
Dopo mesi di bombardamenti, la Striscia è ridotta in macerie: oltre l’80% degli edifici distrutti, più di due milioni di persone senza casa, e una crisi umanitaria che mette in ginocchio l’intera regione.

Israele, che pure dichiara di agire per la propria sicurezza, si trova isolato diplomaticamente, in tensione con i suoi alleati storici e alle prese con un’immagine internazionale deteriorata. La guerra, come scriveva Angell, “è un atto di autolesionismo collettivo”: la distruzione del nemico porta con sé la distruzione della fiducia e delle condizioni stesse del commercio e della pace.
Nell’era delle catene globali del valore, del mercato energetico integrato e delle economie digitali, nessuno Stato può davvero prosperare isolandosi o imponendo la forza come strumento di dominio.

La cooperazione come unica via

Angell aveva intuito qualcosa che oggi, nel pieno delle tensioni geopolitiche, sembra quasi rivoluzionario: la cooperazione economica non è una forma di debolezza, ma l’unico modo per garantire la stabilità.
Il commercio internazionale, la finanza, la tecnologia, persino la ricerca scientifica, si fondano su una parola fragile ma essenziale: fiducia. Quando questa viene meno, come accade oggi con il ritorno dei blocchi geopolitici, dei dazi, delle sanzioni e delle guerre commerciali, il mondo intero si impoverisce.

La fiducia, sosteneva Angell, “è la base invisibile su cui poggia ogni prosperità”. Eppure, nel 2025, è proprio questa a mancare: fiducia tra i popoli, tra le istituzioni, tra i cittadini e i loro governi. L’economia globale, ferita da anni di crisi e conflitti, arranca tra incertezze e nuove forme di nazionalismo economico.

Le piccole nazioni e il mito delle grandi potenze

Un altro punto sorprendentemente moderno del pensiero di Angell riguarda le cosiddette “piccole potenze”. All’inizio del Novecento egli notava come Paesi di dimensioni ridotte — Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia — fossero più prosperi di molti imperi. La forza, insomma, non dipendeva dalle armi o dai territori, ma dalla qualità delle istituzioni e dall’apertura economica.

Oggi la lezione si ripete. Mentre le superpotenze rispolverano la logica dei blocchi e delle sfere d’influenza, piccoli Stati come l’Islanda, la Finlandia o Singapore prosperano grazie all’innovazione, alla diplomazia e alla cooperazione internazionale. È la conferma che la potenza militare, da sola, non è più sinonimo di benessere.

Il colonialismo moderno: l’illusione del controllo

Angell aveva anche previsto il declino del colonialismo, sostenendo che nessuna potenza poteva più “possedere” le proprie colonie senza impoverirle. Oggi quella lezione torna in altra forma: le guerre per il controllo delle risorse — dal gas ai minerali rari — mostrano quanto sia illusorio pensare di dominare un’economia globale complessa e interdipendente.
La “nuova colonizzazione” passa per la tecnologia, i dati, l’energia: ma ogni tentativo di appropriazione genera instabilità, migrazioni, crisi ambientali. Un ciclo di dominio che distrugge chi lo esercita, come Angell aveva previsto più di un secolo fa.

Una grande illusione ancora viva

Forse La grande illusione non è mai stata così vera come oggi. Le guerre contemporanee non si combattono solo con i carri armati, ma anche con le valute, i dati, le informazioni e i flussi energetici. Ma la logica resta la stessa: l’idea che il potere di uno possa fondarsi sulla rovina dell’altro.

Nel 2025, mentre Gaza cerca di sopravvivere e l’Ucraina lotta per ricostruire, la voce di Angell risuona come un monito dimenticato: la pace non è un’utopia, è un investimento razionale.
Ogni bomba lanciata, ogni embargo imposto, ogni muro costruito, non sono segni di forza, ma di debolezza. Perché — scriveva Angell — “non si può impoverire il vicino senza impoverire se stessi”.

La grande illusione, a ben vedere, non è mai finita. È la convinzione, antica e pericolosa, che la violenza possa ancora essere una soluzione. Ma nel mondo globale e fragile del 2025, la vera potenza è la pace.


Quando la guerra è ancora una sconfitta per tutti

Tre libri consigliati recenti (in italiano o tradotti) sul tema dell’articolo, incluso “La grande illusione” di Norman Angell, per offrire uno sguardo tra passato e presente sul rapporto tra guerra, economia e illusioni di potere.


📚 3 libri consigliati

  1. Norman Angell – La grande illusione. Perché la guerra non serve a nulla
    (Nuova edizione, Castelvecchi, 2023)
    Un classico intramontabile del pensiero pacifista ed economico-politico. Pubblicato nel 1909 e riscoperto oggi in chiave moderna, il saggio di Angell mostra con lucida razionalità come la guerra, nell’era dell’interdipendenza economica, non porti alcun vantaggio né ai vincitori né ai vinti. Un testo da leggere per capire come le sue tesi – più di un secolo dopo – trovino eco nei conflitti contemporanei.
  2. Yuval Noah Harari – 21 lezioni per il XXI secolo
    (Bompiani, 2018 – nuova edizione 2024)
    Lo storico israeliano analizza le grandi sfide del mondo globale: il ritorno dei nazionalismi, la crisi della cooperazione internazionale, la tecnologia come strumento di potere. Harari invita a una riflessione etica e politica sulle illusioni moderne, in particolare quella di poter controllare il mondo con la forza o con l’intelligenza artificiale.
  3. Ivan Krastev & Stephen Holmes – La luce che si è spenta. Come l’Occidente ha perso la fiducia in se stesso
    (Luiss University Press, 2020 – ristampa 2025)
    Un saggio di grande attualità che analizza la crisi dei valori liberali dopo la guerra in Ucraina e il ritorno delle logiche di potenza. Krastev e Holmes mostrano come l’illusione della “fine della storia” e del trionfo della democrazia globale si sia infranta contro una realtà fatta di populismi, disuguaglianze e nuovi conflitti geopolitici.
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