Sessantacinque anni dopo Eisenhower: il monito ignorato

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Sessantacinque anni dopo Eisenhower: il monito ignorato nell’era delle nuove guerre

Nel gennaio del 1961 Dwight D. Eisenhower lasciava la Casa Bianca con un discorso che, riletto oggi, suona meno come un commiato e più come una profezia. L’ex generale che aveva guidato lo sbarco in Normandia non parlava da pacifista ingenuo, ma da uomo che conosceva intimamente la guerra e i suoi ingranaggi. Il cuore del suo messaggio era semplice e terribile insieme: la potenza americana avrebbe potuto essere una forza di pace o una macchina capace di divorare libertà, democrazia e dignità umana. Tutto dipendeva da una domanda cruciale: come usiamo il nostro potere nell’interesse della pace mondiale e del miglioramento umano.

Sessantacinque anni dopo Eisenhower: il monito ignorato

Sessantacinque anni dopo, al 16 gennaio 2026, con Donald Trump a un anno dalla sua seconda elezione, la domanda di Eisenhower non ha perso attualità. Al contrario, sembra inseguirci da ogni fronte di crisi aperto nel mondo.

Eisenhower parlava di pace, progresso umano, libertà e dignità come scopi fondamentali dell’America. Ma metteva in guardia contro l’“arroganza”, quella convinzione pericolosa secondo cui la forza giustifica tutto e il potere non ha bisogno di autocontrollo. Oggi questa arroganza riemerge in forme nuove ma riconoscibili. Le ambizioni dichiarate di Washington sulla Groenlandia, presentate come esigenza strategica in nome della sicurezza e delle risorse, riportano alla logica della competizione territoriale tra grandi potenze, una logica che Eisenhower temeva avrebbe trasformato la politica internazionale in un gioco di forza permanente.

Lo stesso vale per il Venezuela. Il regime oppressivo di Nicolás Maduro che ha schiacciato l’opposizione e impoverito il Paese, mentre l’intervento americano viene giustificato come difesa della democrazia e degli interessi energetici. Ma Eisenhower avrebbe chiesto: è davvero questo l’uso del potere “nell’interesse del miglioramento umano”? O è l’ennesimo esempio di come sicurezza e interessi economici si saldino in modo ambiguo?

Il punto più inquietante del discorso di addio resta però il riferimento al “complesso militare-industriale”. Eisenhower non ne negava la necessità: un apparato militare forte era indispensabile per dissuadere gli aggressori. Ma avvertiva: dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o meno, dal complesso militare-industriale. Oggi quella influenza non solo esiste, ma è diventata strutturale. Le industrie della difesa prosperano grazie a conflitti che sembrano non avere fine: dall’Ucraina a Gaza, passando per il Medio Oriente allargato.

La guerra in Ucraina, scatenata dall’aggressione russa, è l’esempio più drammatico di ciò che Eisenhower temeva: un conflitto che rischia di cristallizzarsi, alimentato da forniture militari sempre più sofisticate, mentre la diplomazia arranca. L’Occidente sostiene Kiev in nome del diritto internazionale e della libertà dei popoli, ma il prezzo è una militarizzazione permanente del confronto con Mosca. La pace resta un obiettivo dichiarato, ma sempre rinviato.

Anche il conflitto tra Israele e Gaza, esploso dopo l’orribile attacco di Hamas, mostra la fragilità di quell’equilibrio tra sicurezza e dignità umana evocato da Eisenhower. Il diritto di Israele a difendersi è indiscutibile, ma l’intervento militare su Gaza ha prodotto una catastrofe umanitaria che interroga le coscienze. Qui il monito sull’“arroganza” torna con forza: quando la sicurezza diventa assoluta, rischia di cancellare ogni altro valore.

E poi c’è l’Iran, regime dittatoriale e repressivo, nodo centrale di un Medio Oriente sempre più instabile. Le tensioni nucleari, le guerre per procura, le sanzioni economiche: tutto sembra confermare la diagnosi di Eisenhower. L’uso della forza, o della minaccia della forza, ha preso il sopravvento sull’“intelletto e sullo scopo decente” che egli invocava come strumenti per comporre le differenze.

Ma il passaggio forse più attuale del discorso riguarda la democrazia interna. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Oggi, negli Stati Uniti come altrove, la polarizzazione politica, la disinformazione e il peso degli interessi economici mettono sotto stress le istituzioni democratiche. Le decisioni di politica estera e militare appaiono spesso lontane dal controllo dei cittadini, prese in nome dell’emergenza permanente.

Eisenhower affidava l’ultima speranza a una “cittadinanza attenta e ben informata”. Solo cittadini consapevoli, diceva, possono costringere il potere a unire sicurezza e libertà, forza e obiettivi pacifici. È qui che il suo messaggio sembra essere stato maggiormente ignorato. In un’epoca di social media, slogan e leadership personalistiche, l’attenzione e l’informazione diventano risorse scarse.

Guardando il mondo del 2026, si ha l’impressione che molte delle paure di Eisenhower si siano avverate. Non perché la forza sia sempre sbagliata, ma perché troppo spesso è diventata il linguaggio principale della politica internazionale. La sua lezione resta un avvertimento severo: il potere, se non è guidato da responsabilità morale e controllo democratico, non protegge la libertà. La erode. E il prezzo, allora come oggi, lo pagano i popoli, non i complessi che prosperano sulle guerre.

Sessantacinque anni dopo Eisenhower: il monito ignorato nell’era delle nuove guerre

Tre libri in italiano (tra autori italiani e opere tradotte) che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i grandi temi trattati nell’articolo: potere, pace mondiale, diplomazia, complesso militare-industriale, democrazia, sicurezza internazionale e responsabilità collettiva nella politica estera.

1) Ordine mondiale.

Henry Kissinger (tradotto in italiano)

📌 Perché leggerlo:
Kissinger rivisita momenti cruciali della storia mondiale del secondo dopoguerra, riflette sul futuro dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, esamina le conseguenze dei conflitti in Iraq e Afghanistan, analizza i negoziati nucleari con l’Iran, le reazioni dell’Occidente alla Primavera araba e le tensioni con la Russia sull’Ucraina, rivolgendo all’Europa uno sguardo preoccupato per il suo vuoto di autorità interno e la debolezza ai confini. Tutto questo per rispondere alla domanda: quale sarà il nuovo ordine mondiale? E chi ne avrà la leadership? Certamente, sostiene Kissinger, l’America manterrà un ruolo geopolitico di primo piano, ma dovrà imparare a svolgerlo di concerto, oltre che con i tradizionali alleati, anche con i nuovi attori affacciatisi prepotentemente sulla ribalta internazionale, sviluppando insieme a tutte le nazioni «una seconda cultura globale, strutturale e giuridica» che trascenda gli interessi particolari e rispetti profondamente la storia e la cultura di ogni paese.

📌 Temi chiave: politiche di potere, equilibrio globale, diplomazia, sicurezza, ruolo degli Stati Uniti e delle alleanze.


2) La politica estera americana nel mondo multipolare

Cristina Bon , Gianluca Pastori (autori italiani)

📌 Perché leggerlo:
Gli Stati Uniti stanno vivendo un momento di svolta, i cui esiti influiranno profondamente sul modo in cui il paese affronterà le sue sfide future. Sempre più riluttanti a esercitare la loro egemonia, gli USA hanno avviato un complesso ripensamento delle loro priorità e degli strumenti per perseguirle. In questa fase critica appare quindi cruciale coniugare l’analisi delle relazioni internazionali allo sguardo lungo della storia. Nato dalla convergenza degli interessi di quattro docenti dell’Università Cattolica di Milano, il volume parte proprio dall’idea che capire in una prospettiva di lungo periodo la politica estera degli Stati Uniti sia, oggi, la scelta più efficace per orientarsi fra le varie dimensioni del loro agire sulla scena del mondo.

📌 Temi chiave: prospettiva di lungo periodo, geopolitica USA, decisioni loro priorità, sfide future.


3) Il coraggio della pace

di Andrea Riccardi (Autore italiano)

📌 Perché leggerlo:
Dopo il 1945 sembrava essersi realizzata in Europa l’aspirazione condivisa alla pace. Ma le guerre nei Balcani, l’invasione russa in Ucraina e l’esplosione del conflitto nella striscia di Gaza hanno riabilitato la guerra come strumento di risoluzione delle controversie e contribuito alla militarizzazione dell’opinione pubblica e alla corsa al riarmo. La guerra appare sempre più come destino inevitabile e la pace come nient’altro che una parentesi. L’appello di Andrea Riccardi è quello di riscoprire il «senso di appartenenza a una comunità globale di destino» e restituire spazio al dialogo e alla diplomazia. Il vero coraggio è quello di chi sceglie la pace e si impegna per farne, oggi e per il futuro, «l’obiettivo della politica, l’aspirazione dei popoli, il fine della storia».

📌 Temi chiave: scegliere la pace, appartenenza globale, obiettivo della politica, prevenzione dei conflitti.

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