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Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro

Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro

Pillole d’Italia

LA COSTITUZIONE

I principi fondamentali

L’articolo 1 della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa eguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una eguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale.

Non è una democrazia in cui tutti i cittadini siano veramente messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro migliore contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società

E’  quanto nel discorso pronunciato dal prof. Piero Calamandrei il 26 gennaio 1955 nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria quale discorso inaugurale di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi avente il fine di illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della Carta da poco promulgata.

L’articolo 3 della Costituzione “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione , di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

L’articolo assume il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini come un diritto fondamentale.

L’uguaglianza è innanzitutto un’uguaglianza formale, cioè l’uguaglianza di fronte alla legge: per esempio che un cittadino sia cattolico, ebreo, musulmano o ateo, per la legge non cambia nulla e i suoi diritti restano i medesimi.

L’art. 3 indica quali sono le differenze che non incidono sull’uguaglianza perché ciascuna di esse è stata in passato una ragione di discriminazione: basti pensare al fatto che le donne per secoli non hanno avuto gli stessi diritti degli uomini.

La seconda parte dell’articolo, però, assegna alla Repubblica il compito di favorire l’uguaglianza sostanziale, ossia l’uguaglianza effettiva: la povertà, la provenienza da un ambiente degradato, la scarsa istruzione ecc. sono fattori che possono determinare tra i cittadini una disuguaglianza tale da impedire l’esercizio dei diritti fondamentali.

Il principio di uguaglianza è molto radicato nella nostra società, anche se periodicamente episodi di razzismo e di intolleranza sembrano metterlo in discussione.

Secondo questo principio gli uomini sono uguali per natura, non nel senso che sono identici come se fossero fotocopie o che devono diventarlo, ma nel senso che hanno gli stessi diritti.

Razza, sesso, opinioni politiche ecc. determinano importanti differenze tra i cittadini, ma non tali da rendere alcuni superiori e altri inferiori dal punto di vista dei diritti.

Fanno parte delle loro caratteristiche naturali (come il sesso), culturali (come la lingua) o personali (come le opinioni politiche).

Conoscere e frequentare persone diverse da noi arricchisce la nostra conoscenza del mondo, aiuta a modificare o a consolidare le nostre opinioni.

In una società democratica la diversità non è solo un dato di fatto, ma una caratteristica essenziale, senza la quale la democrazia si trasformerebbe (come è avvenuto in passato) in un regime.

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