Gaza: la ferita aperta dell’umanità – maggio 2025

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Gaza: la ferita aperta dell’umanità – maggio 2025

A Gaza non si muore più solo sotto le bombe: si muore di fame, si muore in silenzio. I dati forniti dall’UNICEF sono allarmanti, quasi insostenibili nella loro crudezza: oltre 16.500 bambini palestinesi sono stati uccisi dall’inizio dell’offensiva israeliana. Più di 14.000 bambini rischiano ora di morire per fame. Non si tratta più di un semplice conflitto, ma di una catastrofe umanitaria su larga scala, una crisi etica che chiama in causa la coscienza del mondo intero.

Gaza: la ferita aperta dell’umanità – maggio 2025

L’ONU lancia l’allarme, e l’UNICEF conferma: una carestia imminente sta per travolgere i sopravvissuti nella Striscia di Gaza, ridotta a un cumulo di macerie e disperazione. Bambini denutriti, ospedali distrutti, madri che stringono i corpi dei figli senza neanche la forza di piangere. E intanto, l’Europa, tra esitazioni e compromessi, si limita ad aprire uno spiraglio: la revisione dell’accordo di associazione con Israele, ma senza arrivare a sanzionare i coloni responsabili di gravi violazioni nei territori occupati.

Nel frattempo, la Palestina chiede al Comitato Internazionale della Croce Rossa di indagare sulle sistematiche violazioni israeliane contro la popolazione civile, in particolare nella Striscia di Gaza. Non si tratta solo di una guerra, ma di una occupazione brutale, di una politica che ha superato da tempo i limiti della legittima difesa e si avvicina sempre più a quelli di una punizione collettiva, proibita dal diritto internazionale.

Israele stesso, prima del tragico 7 ottobre 2023, attraversava una crisi interna senza precedenti. Le piazze erano piene, la protesta popolare chiedeva la fine del governo Netanyahu. Un governo sempre più radicalizzato, sempre più ostaggio delle frange estremiste del sionismo messianico e coloniale. Eppure, la risposta al criminale attacco di Hamas si è trasformata in una spirale autodistruttiva. Non solo ha devastato Gaza, ma ha isolato Israele agli occhi del mondo.

Il conflitto ha esacerbato la frattura interna tra i diversi “sionismi”. Quello originario, laico, nato con l’idea di un rifugio sicuro per gli ebrei perseguitati, si è dissolto nell’avanzata del sionismo religioso e suprematista. L’assassinio di Rabin, che fu il simbolo di una speranza di pace, è stato un punto di non ritorno. E oggi la diaspora ebraica – americana, europea – si trova divisa, impaurita dall’antisemitismo in crescita, ma spesso in disaccordo con le scelte del governo israeliano.

È necessario essere chiari: l’antisemitismo è un crimine, una vergogna. Ma l’antisionismo, il rifiuto dell’ideologia coloniale e suprematista di alcuni settori dello Stato israeliano, è un’altra cosa. Non può essere equiparato a un odio razziale. Criticare Israele non significa essere antisemiti. Significa opporsi a una politica che ha prodotto decenni di occupazione, segregazione, apartheid.

Per salvare davvero Israele, è urgente un cambio di paradigma. Bisogna contrapporre all’attuale suprematismo ebraico l’idea di uno Stato che riconosca l’uguaglianza dei diritti per tutti i suoi cittadini – ebrei, arabi, drusi, cristiani – e che metta fine all’occupazione. Solo il riconoscimento dello Stato palestinese può essere la via d’uscita dal baratro. Senza giustizia per i palestinesi, non ci sarà sicurezza per gli israeliani.

Ogni sostegno all’esistenza e alla sicurezza di Israele deve essere condizionato al rispetto dei diritti dei palestinesi. Chi sostiene Israele mentre ignora Gaza, chi difende il diritto degli ebrei all’autodeterminazione ma nega quello dei palestinesi, non sta scegliendo la pace. Sta scegliendo l’oppressione.

La verità è che Hamas non sarà sconfitto dalle armi, ma solo da una politica capace di ridare speranza. Hamas nasce dalla disperazione, dal vuoto lasciato da decenni di umiliazioni, blocchi, punizioni collettive. Non è un errore strategico, ma una cecità storica, credere che basti radere al suolo i quartieri di Gaza per porre fine alla minaccia. Dalle ceneri di ogni bambino ucciso nasce un nuovo odio.

E oggi, a distanza di quasi due anni dal 7 ottobre, la ferita è ancora aperta, ma anche l’ipocrisia. Il mondo si dice sgomento, ma resta immobile. I leader europei balbettano, gli Stati Uniti continuano a fornire armi, e nel frattempo la macchina della propaganda trasforma l’orrore in un rumore di fondo.

Il giornalismo indipendente, le organizzazioni umanitarie, le voci libere che denunciano i crimini commessi a Gaza, vengono accusate di faziosità, isolate, screditate. Ma non si può restare neutrali di fronte a un bambino che muore di fame. Non si può parlare di “equidistanza” quando da una parte ci sono F-16, droni, carri armati e dall’altra un popolo intrappolato senza acqua né elettricità.

Forse il problema più profondo del nostro tempo è proprio questo: tutti credono di essere dalla parte giusta. E nessuno è disposto a mettersi in discussione. Si invocano identità, si ergono muri, si costruiscono narrative in cui l’altro è sempre il nemico assoluto. Intanto, i bambini continuano a morire.

Un giorno, forse, ci si chiederà cosa volesse dire, nel 2025, essere israeliani, essere palestinesi, essere umani. Forse capiremo che il vero coraggio non sta nel combattere, ma nel costruire ponti, nel riconoscere il dolore dell’altro come parte del nostro. O forse no. Forse, come profetizzava un saggio ignorato, “Il mondo è sull’orlo della distruzione e chi si occupa di cacca.”

Eppure, anche in mezzo a questo orrore, resta un dovere: denunciare con tutte le forze i crimini di Israele, chiedere giustizia per le vittime, pretendere un futuro per Gaza. Non c’è pace senza verità. E non c’è giustizia senza coraggio.

Gaza: la ferita aperta dell’umanità – maggio 2025

Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano in profondità il conflitto israelo-palestinese, l’occupazione, la condizione umanitaria a Gaza, e il tema della giustizia e dei diritti umani:


1. “Gaza. Restiamo umani” – Vittorio Arrigoni

📘 Edizioni Alegre, 2009

Tema:
Il diario dell’attivista italiano ucciso a Gaza nel 2011. Testimonianza diretta e toccante della vita quotidiana sotto assedio, dei bombardamenti israeliani, del dolore dei civili e della resistenza palestinese. Il titolo è diventato uno slogan internazionale: Restiamo umani.

Perché leggerlo:
Fornisce una visione cruda ma empatica del conflitto, vista da un osservatore occidentale solidale ma non ideologico. Un atto di denuncia e un grido di giustizia.


2. “Palestina” – Joe Sacco

📘 Tradotto da Leonardo Rizzi, Edizioni Mondadori o Fandango Graphic, varie edizioni

Tema:
Graphic novel del giornalista e fumettista maltese-americano Joe Sacco, basata sui suoi viaggi nei territori occupati palestinesi negli anni ’90. Racconta la vita quotidiana sotto occupazione israeliana, con testimonianze dirette di palestinesi.

Perché leggerlo:
Una narrazione visiva potente, coinvolgente e documentata. Mescola giornalismo investigativo e arte per raccontare una realtà ignorata dai media mainstream. È tra le opere più premiate sul tema.


3. “L’apartheid israeliano. Un’analisi critica” – Ilan Pappé

📘 Fazi Editore, 2017

Tema:
Storico israeliano dissidente, Pappé analizza il sistema di dominazione e discriminazione esercitato da Israele sui palestinesi, sostenendo che la situazione sia assimilabile a un regime di apartheid. Esamina anche la manipolazione del discorso pubblico.

Perché leggerlo:
Offre una prospettiva interna, autorevole e profondamente critica verso la politica israeliana. Sfida le narrazioni dominanti con argomentazioni storiche e documentali.

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