Emergenza sangue: perché in Italia manca lo 0 positivo

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Emergenza sangue: perché in Italia manca lo 0 positivo

Settembre 2026 – Vacanze, caldo estremo, invecchiamento dei donatori e difficoltà nel ricambio generazionale: dietro la carenza di emazie c’è una crisi che non è soltanto sanitaria, ma anche sociale e culturale.

C’è una risorsa che nessun laboratorio riesce ancora a produrre su richiesta e che nessuna tecnologia può sostituire: il sangue umano. Quando le scorte diminuiscono, non esiste una fabbrica capace di aumentare immediatamente la produzione. Esiste soltanto la disponibilità delle persone a donare.

Emergenza sangue: perché in Italia manca lo 0 positivo

È questo il significato dell’allarme lanciato dal Centro Nazionale Sangue (CNS) il 1° settembre 2026: una carenza diffusa di emazie interessa il territorio nazionale, con una particolare criticità per il gruppo 0 positivo. Le situazioni più difficili sono state segnalate in Lazio, Campania e Sicilia. Il problema è reso più delicato dal fatto che, nello stesso momento, non risultano Regioni con scorte sufficienti in eccedenza per garantire la consueta compensazione interregionale.

Non è dunque soltanto un problema di una Regione o di un ospedale. È un problema di sistema.

Perché proprio lo 0 positivo?

Il paradosso è soltanto apparente. Lo 0 positivo è il gruppo sanguigno più diffuso in Italia, stimato da AVIS intorno al 40% della popolazione. Proprio la sua ampia diffusione determina però anche una domanda elevata.

Per quanto riguarda la trasfusione di globuli rossi, un donatore 0+ può contribuire a curare pazienti 0+, A+, B+ e AB+. È quindi un gruppo particolarmente utilizzabile all’interno della popolazione Rh positiva.

Questo non significa, però, che lo 0+ sia un “donatore universale”. Il ruolo di donatore universale per i globuli rossi viene attribuito allo 0 negativo, soprattutto nelle situazioni di emergenza in cui non è ancora possibile conoscere il gruppo del paziente.

La richiesta attuale dello 0+ nasce quindi dall’incrocio fra alta frequenza nella popolazione, ampia utilizzabilità clinica e riduzione delle scorte disponibili.

La prima causa: l’estate

La prima spiegazione è anche la più immediata. In estate la raccolta tende fisiologicamente a diminuire: le persone partono, cambiano abitudini, si spostano e talvolta rinviano la donazione.

Nel 2026, però, il fenomeno è stato più marcato. Luciana Teofili, direttore generale del Centro Nazionale Sangue, ha indicato il caldo estremo come uno degli elementi che hanno aggravato la consueta flessione estiva.

Il dato sulla raccolta conferma una difficoltà già visibile prima dell’allarme di settembre. A giugno 2026 sono state prodotte 198.290 unità di globuli rossi, lo 0,5% in meno rispetto allo stesso mese del 2025. Nei primi sei mesi dell’anno le unità prodotte sono state 1.224.360, con una diminuzione dell’1,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Numeri apparentemente piccoli, ma che assumono un peso diverso quando si considera la natura estremamente deperibile degli emocomponenti.

Il sangue non si può mettere in magazzino per sempre

I concentrati di globuli rossi possono essere conservati generalmente fino a 42 giorni, a temperature comprese fra +2 e +6 °C, secondo la soluzione utilizzata.

Questo significa che il sistema trasfusionale non può limitarsi ad accumulare scorte in un determinato periodo dell’anno. Deve garantire un flusso continuo di donazioni.

È questa una delle caratteristiche che rendono il sangue diverso da molti altri beni sanitari: la sicurezza del sistema dipende dalla continuità della solidarietà.

Un ospedale può programmare un intervento, ma non può programmare quando un incidente provocherà una grave emorragia. Può prevedere parte dell’attività chirurgica, ma non tutte le emergenze. Le trasfusioni sono necessarie anche per pazienti con anemie importanti, malattie ematologiche, traumi, emorragie e trattamenti complessi.

Ma è anche una questione culturale?

Qui il problema diventa più interessante. Ridurre tutto alla “scarsa generosità degli italiani” sarebbe sbagliato.

Esiste invece una questione di cultura della donazione. Il Ministero della Salute sottolinea da anni la necessità di favorire il ricambio generazionale, perché l’età media dei donatori cresce mentre diminuisce la presenza delle fasce più giovani. La strategia nazionale punta infatti ad aumentare i nuovi donatori e coinvolgere soprattutto la popolazione tra 18 e 35 anni.

Non è un dettaglio demografico. Un donatore giovane può diventare un donatore periodico per molti anni, contribuendo alla stabilità del sistema.

La difficoltà, dunque, è anche quella di trasformare la donazione da gesto occasionale compiuto dopo un’emergenza in abitudine civica permanente.

E la cattiva informazione?

Anche la comunicazione conta, ma bisogna evitare un’altra semplificazione: non ci sono elementi sufficienti per attribuire l’attuale carenza principalmente alle fake news.

Il Ministero della Salute riconosce tuttavia che falsi miti e informazioni scorrette possono limitare la diffusione della donazione e ha sviluppato campagne specifiche proprio per contrastarli.

In passato sono circolati sui social appelli falsi, catene WhatsApp e richieste di donazioni “dedicate” a singoli pazienti. Il Ministero ha chiarito che le emergenze reali vengono comunicate attraverso i servizi trasfusionali e le associazioni, non attraverso catene anonime.

La buona informazione, quindi, non è un elemento accessorio: può diventare parte della soluzione.

Una fragilità che riguarda tutti

La fotografia del settembre 2026 racconta infine una fragilità strutturale. La raccolta diminuisce in alcuni periodi, il bisogno ospedaliero non scompare, i donatori invecchiano, il ricambio generazionale deve essere rafforzato e le compensazioni tra Regioni diventano più difficili quando la carenza è contemporanea in più territori.

Il CNS ha chiesto alle strutture regionali, alle federazioni e alle associazioni di incrementare le donazioni, potenziare la chiamata attiva e rafforzare la raccolta associativa.

È una richiesta sanitaria, ma anche un appello alla responsabilità collettiva.

Perché dietro una sacca di sangue non c’è una statistica. C’è una persona che deve essere operata, un paziente che combatte contro una malattia, una vittima di un trauma, una donna che ha avuto un’emorragia, un bambino o un adulto che può avere bisogno di una trasfusione per continuare a vivere.

La lezione più importante dell’emergenza 0+ è forse questa: la solidarietà non può essere conservata in frigorifero. Deve essere rinnovata continuamente.

E se l’estate, il caldo, la demografia e le difficoltà organizzative spiegano una parte della crisi, la risposta passa anche dalla cultura del dono: informare meglio, coinvolgere i giovani, rendere più semplice la prenotazione e trasformare l’emergenza di oggi nella consapevolezza di domani.

In una società sempre più tecnologica, il gesto più antico continua a essere insostituibile: una persona che dona una parte di sé a un’altra persona che non conosce.

Fonti principali: Centro Nazionale Sangue, Ministero della Salute, AVIS, FIDAS e dati 2026 sulla raccolta dei globuli rossi. Il CNS conferma l’allarme nazionale e le criticità maggiori in Lazio, Campania e Sicilia.

Emergenza sangue: perché in Italia manca lo 0 positivo

📚 Per approfondire il tema della crisi della donazione di sangue in Italia, senza ridurlo alla sola emergenza delle scorte, questi tre libri permettono di leggere il fenomeno da tre prospettive complementari: sociale e organizzativa, narrativa e culturale, psicologica e motivazionale.

📘 1. Percorsi della donazione di sangue. Il ruolo di Avis in Toscana

a cura di Irene Psaroudakis e Andrea Salvini – Pisa University Press

È il volume più direttamente collegato alle questioni poste dall’articolo: perché diminuiscono i donatori? Cosa spinge una persona a iniziare a donare e, soprattutto, perché può interrompere il proprio percorso? Il libro nasce dal progetto di ricerca Re.Atti.Vo. – con Avis Toscana per la donazione di sangue e plasma e analizza la donazione sia dal punto di vista individuale, attraverso i processi simbolici e identitari, sia da quello organizzativo, considerando le trasformazioni del volontariato e il rapporto fra enti del Terzo settore e pubblica amministrazione.

Particolarmente interessante è proprio l’approccio critico: la diminuzione dei donatori non viene interpretata semplicemente come un problema di “mancanza di altruismo”, ma come un fenomeno legato ai cambiamenti della società, delle forme di partecipazione e del volontariato. Il volume raccoglie inoltre gli esiti di una ricerca che ha cercato di dare voce alle esperienze di migliaia di persone, comprese quelle che hanno interrotto o ripreso il percorso donazionale.

👉 Perché leggerlo: è probabilmente il testo più utile per comprendere la dimensione strutturale della crisi. Aiuta a spostare la domanda da “perché la gente non dona?” a una questione più complessa: come si costruisce, si mantiene e talvolta si perde una cultura della donazione? È particolarmente indicato per chi vuole approfondire il rapporto fra solidarietà, volontariato, generazioni e istituzioni.


📙 2. Ogni volta è la prima volta. 21 racconti per sensibilizzare sui temi della donazione del sangue e della solidarietà

AA.VV., a cura della Scuola di Scrittura Creativa Pordenonelegge, presentazione di Tiziano Scarpa – Marsilio

Questo libro affronta la donazione da una prospettiva completamente diversa: quella delle storie personali. Nel 2015 AVIS Nazionale promosse un contest invitando donatori e non donatori a raccontare una propria “prima volta”. Tra centinaia di contributi ne furono selezionati 21, raccolti in questo volume.

Il risultato non è però soltanto un libro sulla donazione. I racconti attraversano amore, amicizia, malattia, viaggio, attesa, paura e speranza. Sono esperienze individuali che diventano, attraverso la scrittura, una sorta di racconto collettivo della vulnerabilità e della solidarietà.

Il valore del libro sta anche nella sua capacità di affrontare un limite frequente della comunicazione sanitaria: le campagne informative possono spiegare quanto sia importante donare, ma non sempre riescono a trasformare un’informazione in una motivazione personale. Una storia, invece, può rendere concreto ciò che una statistica non riesce a trasmettere.

👉 Perché leggerlo: perché permette di capire la dimensione emotiva e culturale della donazione. Se l’emergenza sangue viene raccontata esclusivamente attraverso numeri, percentuali e appelli, rischia di diventare un problema astratto. Queste storie riportano il dono alla sua dimensione umana: una persona che incontra la fragilità di un’altra persona.

È quindi una lettura particolarmente utile anche per riflettere sulla comunicazione: sensibilizzare non significa soltanto informare, ma creare riconoscimento, empatia e senso di appartenenza.


📕 3. Quando uno vale due. Psicologia della donazione di sangue

Paolo Guiddi – La Scuola

Il terzo libro porta la riflessione sul terreno della psicologia sociale. Pubblicato nel 2013, il volume nasce da una collaborazione pluriennale con diverse sezioni AVIS e cerca di comprendere quali caratteristiche abbiano le persone che si avvicinano alla donazione e quali fattori possano favorire la scelta di compiere questo gesto.

Guiddi mette in relazione personalità, valori familiari, motivazioni individuali e caratteristiche organizzative, evitando di considerare il donatore come un soggetto isolato. La ricerca utilizza un’impostazione multimetodologica, combinando riflessione teorica ed evidenze empiriche e osservando la donazione sia dal punto di vista del ricercatore sia attraverso le voci dei donatori e delle organizzazioni.

Il libro è particolarmente interessante se letto insieme alle questioni contemporanee della fidelizzazione. Donare una volta è infatti una scelta diversa dal trasformare la donazione in un comportamento periodico. La psicologia del dono aiuta dunque a comprendere perché alcune persone consolidino l’impegno mentre altre si allontanino.

👉 Perché leggerlo: perché consente di andare oltre l’idea semplicistica secondo cui basterebbe “convincere” più persone a donare. Motivazioni personali, ambiente familiare, valori sociali, rapporto con l’associazione e qualità dell’esperienza organizzativa possono interagire nella costruzione della scelta. Pur essendo un testo del 2013, offre quindi una chiave interpretativa ancora utile per interrogarsi sui meccanismi della partecipazione volontaria.


Tre libri, una domanda comune

Letti insieme, i tre volumi costruiscono una sorta di mappa della cultura del dono. Percorsi della donazione di sangue guarda soprattutto alle trasformazioni sociali e organizzative; Ogni volta è la prima volta racconta la solidarietà attraverso le esperienze individuali; Quando uno vale due analizza le motivazioni psicologiche che possono trasformare un gesto occasionale in una pratica continuativa.

È proprio questa prospettiva integrata che aiuta a leggere l’attuale carenza di sangue senza ricorrere a spiegazioni troppo semplici. Non basta parlare di estate, caldo, vacanze o cattiva informazione: dietro la disponibilità di sangue esiste una rete fatta di comportamenti individuali, organizzazioni, fiducia, comunicazione, ricambio generazionale e cultura della solidarietà.

E soprattutto emerge una questione decisiva: la donazione non è soltanto una prestazione sanitaria, ma un comportamento sociale che deve essere continuamente coltivato. L’emergenza può spingere qualcuno a donare una volta; una cultura della solidarietà può invece trasformare quel gesto in una consuetudine.


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