Crescere con la guerra: quando l’indifferenza diventa il vero fronte
Crescere con la guerra: quando l’indifferenza diventa il vero fronte
Ci sono guerre che esplodono con il rumore delle bombe e altre che si combattono nel silenzio. È in quest’ultimo spazio, invisibile e quotidiano, che prende forma il conflitto più insidioso del nostro tempo: l’indifferenza. Crescere, la guerra, lo spettacolo di Francesca Mannocchi e Rodrigo D’Erasmo, e La pace preventiva di Michelangelo Pistoletto parlano la stessa lingua, pur muovendosi su piani diversi. Teatro e arte visiva si incontrano per porre una domanda radicale: cosa accade quando smettiamo di guardare?

Crescere, la guerra non è uno spettacolo tradizionale. È un attraversamento. Le voci che lo abitano arrivano da conflitti lontani nel tempo e nello spazio: Iraq, Siria, Afghanistan, Ucraina, Palestina. Non sono testimonianze spettacolarizzate, ma frammenti di vita – spesso di infanzia – che costringono lo spettatore a fare i conti con una realtà che preferisce ignorare. Mannocchi, da anni una delle voci più autorevoli del reportage di guerra, sceglie qui la scena teatrale per compiere un gesto necessario: restituire profondità al racconto, sottrarlo all’usura dell’informazione continua.
La musica di Rodrigo D’Erasmo accompagna e attraversa le parole, non le addolcisce. Le rende più esposte. Il risultato è un’esperienza che toglie riparo: crescere sotto le bombe significa imparare presto che il mondo può voltarsi dall’altra parte. Ed è proprio qui che lo spettacolo colpisce nel segno. Il vero punto cieco, suggerisce, non è la guerra in sé, ma la nostra capacità di abituarci ad essa.
Ogni conflitto, sembra dirci Crescere, la guerra, si prepara molto prima dell’inizio delle ostilità. Nasce nell’inconsapevolezza del presente, nella distrazione di chi racconta senza cura, nella sordità di chi ascolta senza empatia. È una riflessione sul tempo e sulla memoria, ma soprattutto sulla responsabilità collettiva. Perché ogni guerra è anche il risultato di ciò che non abbiamo saputo proteggere: persone, diritti, storie.
Questa stessa urgenza attraversa il lavoro di Michelangelo Pistoletto. La pace preventiva non è solo un titolo, ma una proposta politica e culturale. In un mondo attraversato da oltre cento conflitti armati – molti dei quali ignorati dai media – Pistoletto ribalta la logica dominante: non si tratta di fermare la guerra quando è già esplosa, ma di costruire le condizioni perché non accada. Prevenire, anziché curare.
L’artista, protagonista dell’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, continua a parlare alle nuove generazioni con un linguaggio che unisce simbolo e azione. Le sue opere non chiedono contemplazione passiva, ma coinvolgimento. Dai quadri specchianti, che obbligano lo spettatore a vedersi dentro l’opera, al Terzo Paradiso, simbolo di una possibile riconciliazione tra natura e artificio, fino alla Venere degli Stracci e alla Colomba della Pace, ogni lavoro è una chiamata alla responsabilità.
Il cuore del progetto La pace preventiva è il labirinto. Un’immagine potente, quasi archetipica. Il labirinto è il mondo contemporaneo: complesso, interconnesso, attraversato da crisi ambientali, sociali, belliche. Come ricorda il curatore Fortunato D’Amico, non si esce dal labirinto per caso. Serve un progetto, una mappa di idee, una pianificazione etica. Senza, il rischio è restare prigionieri della ripetizione del conflitto.
Qui il dialogo con Crescere, la guerra diventa evidente. Il labirinto di Pistoletto è lo stesso spazio in cui crescono i bambini delle testimonianze raccolte da Mannocchi: un mondo che non offre uscite facili, ma che continua a pretendere scelte. La differenza la fa lo sguardo. Vedere o non vedere. Agire o voltarsi dall’altra parte.
In Europa, e in particolare in Italia, vivono oggi migliaia di persone che la guerra l’hanno attraversata davvero. Esuli diventati nostri concittadini, spesso relegati ai margini di un racconto pubblico incapace di riconoscerli come portatori di memoria. Anche questa è indifferenza. E anche questa, nel tempo, diventa terreno fertile per nuovi conflitti.
Arte e teatro, in questo scenario, non sono esercizi estetici, ma strumenti civili. Ci obbligano a fermarci, a rallentare lo sguardo, a restituire complessità a ciò che l’attualità consuma in poche ore. Non offrono soluzioni immediate, ma creano una condizione indispensabile: la consapevolezza.
Perché la pace non è uno stato naturale, ma una costruzione quotidiana. Richiede attenzione, linguaggio, educazione. Richiede il coraggio di riconoscere che l’indifferenza non è neutralità, ma una presa di posizione. Spesso la più comoda. E la più pericolosa.
Crescere con la guerra e La pace preventiva indicano una strada comune: partire da ciò che decidiamo di vedere. Dal dolore degli altri, sì, ma anche dalla nostra capacità di sentirci coinvolti. Perché, alla fine, ogni guerra ci riguarda. Anche quando fingiamo di no. E ogni pace inizia esattamente da lì.
Crescere con la guerra: quando l’indifferenza diventa il vero fronte
Tre libri in italiano – tra autori italiani e autori stranieri tradotti – che affrontano in profondità i temi della guerra, della pace, della responsabilità collettiva, della memoria e della prevenzione dei conflitti.
📚 Tre libri consigliati
1. Michelangelo Pistoletto – La pace preventiva
Chiarelettere
Un testo fondamentale che intreccia arte, filosofia e impegno civile. Pistoletto propone la pace preventiva come pratica concreta, culturale e politica: un’azione che anticipa il conflitto invece di limitarsi a reagire alla guerra. Attraverso il simbolo del Terzo Paradiso, l’autore riflette sul labirinto contemporaneo fatto di crisi, violenza e diseguaglianze, indicando nell’arte e nella responsabilità collettiva strumenti per ricostruire un equilibrio possibile tra natura, umanità e tecnologia. Un libro che supera la dimensione estetica per diventare progetto etico globale.
2. Francesca Mannocchi – Bianco è il colore del danno
Einaudi
Uno dei reportage più intensi sulla guerra contemporanea. Mannocchi racconta Iraq, Siria, Libia attraverso le voci di chi resta, di chi fugge, di chi sopravvive portandosi addosso ferite invisibili. Il libro mostra come la guerra non finisca con il cessate il fuoco, ma continui nei corpi, nelle menti, nelle città distrutte. Centrale il tema dell’indifferenza occidentale, della distanza emotiva tra chi osserva e chi vive il conflitto. Una lettura necessaria per comprendere le responsabilità del presente.
3. Susan Sontag – Davanti al dolore degli altri
Trad. It., Mondadori
Un classico imprescindibile per interrogarsi sul nostro modo di guardare la guerra. Sontag analizza fotografie, narrazioni e immagini dei conflitti, ponendo una domanda radicale: vedere il dolore rende davvero più consapevoli o rischia di anestetizzarci? Un saggio lucidissimo sul rapporto tra rappresentazione, informazione e morale pubblica. Indispensabile per chiunque lavori nella comunicazione, nel giornalismo o nella cultura.

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