Pace svuotata: Gaza, Cisgiordania e il dovere di parlarne

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Pace svuotata: Gaza, Cisgiordania e il dovere di parlarne

Le speranze di due popoli e di due Stati – israeliano e palestinese – sembrano oggi più fragili che mai, forse già naufragate sotto il peso delle armi, dell’occupazione e di una diplomazia internazionale incapace di fermare la spirale della violenza. A novembre 2025, mentre il mondo è attraversato da nuove crisi e vecchie guerre, il conflitto israelo-palestinese continua a rappresentare una ferita aperta, non solo per il Medio Oriente, ma per l’idea stessa di diritto internazionale.

Pace svuotata: Gaza, Cisgiordania e il dovere di parlarne

Il fallimento della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato una verità che molti temevano: la guerra a Gaza non si è fermata davvero. Il cessate il fuoco annunciato, salutato come una svolta necessaria dopo mesi di bombardamenti devastanti, ha prodotto una tregua apparente, non la fine delle sofferenze. A più di un mese dall’annuncio e dopo il rilascio degli ostaggi israeliani ancora in vita, la popolazione palestinese della Striscia continua a vivere in condizioni che organizzazioni internazionali descrivono come incompatibili con la sopravvivenza dignitosa.

Amnesty International, in un briefing che ha fatto il giro delle redazioni, parla senza mezzi termini di crimini gravissimi e di un processo di distruzione che non si è interrotto. Le testimonianze di medici, operatori umanitari e residenti raccontano una quotidianità segnata dalla scarsità deliberata di acqua, cibo, cure sanitarie ed energia. “Il cessate il fuoco rischia di creare una pericolosa illusione: quella di una normalità che a Gaza non esiste”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale dell’organizzazione.

In questo scenario già drammatico, si affaccia con sempre maggiore chiarezza un disegno politico che va oltre l’operazione militare: l’ipotesi di una progressiva espulsione della popolazione palestinese da Gaza e l’annessione di fatto della Cisgiordania. Le parole usate da esponenti della destra israeliana, le azioni dei coloni e la continua erosione dei territori palestinesi alimentano il timore di un nuovo capitolo di occupazione coloniale. Non un evento improvviso, ma un processo lento, sistematico, che punta a rendere la vita impossibile affinché andarsene diventi l’unica opzione.

È in questo contesto che l’idea dei “due popoli, due Stati” appare sempre più svuotata. Non cancellata formalmente dai documenti diplomatici, ma resa impraticabile dai fatti. Gaza devastata, Cisgiordania frammentata, Gerusalemme sempre più lontana da una gestione condivisa: il quadro che emerge è quello di una soluzione politica soffocata prima ancora di poter rinascere.

Eppure, proprio mentre la speranza sembra ridursi al minimo, cresce un’altra esigenza: continuare a parlarne. Continuare a informare, denunciare, discutere, senza alimentare odio né giustificare alcuna forma di violenza, soprattutto in Occidente. È una linea sottile e difficile: da un lato il rischio del silenzio, che normalizza l’ingiustizia; dall’altro quello di una polarizzazione che trasforma la solidarietà in rabbia cieca.

La mobilitazione civile è l’unico spazio possibile per tenere aperta una prospettiva umana. Mobilitazione non violenta, fondata sui diritti, sulla pressione politica, sul sostegno alle organizzazioni indipendenti che operano nei territori. Significa chiedere ai governi europei coerenza tra parole e atti, sospendendo forniture militari quando esistono seri rischi di violazioni del diritto internazionale; significa rafforzare il ruolo della Corte Penale Internazionale invece di delegittimarla; significa pretendere che l’ONU non resti ostaggio dei veti incrociati delle grandi potenze.

Parlare di Gaza e della Cisgiordania oggi non vuol dire schierarsi con la violenza di Hamas né negare il diritto di Israele alla sicurezza. Vuol dire rifiutare l’idea che la sicurezza di uno Stato possa fondarsi sulla distruzione sistematica di un altro popolo. Vuol dire riconoscere che il dolore israeliano del 7 ottobre e quello palestinese dei mesi successivi non si annullano a vicenda, ma chiedono entrambi giustizia, non vendetta.

C’è anche una responsabilità culturale, soprattutto nei contesti occidentali. Le piazze, le università, i media devono restare luoghi di confronto e di pressione democratica, non diventare terreno di scontri identitari o di giustificazioni della violenza. La storia insegna che i conflitti più lunghi sono quelli in cui la disumanizzazione dell’altro diventa normalità.

Forse le speranze dei due Stati appaiono oggi naufragate. Ma rinunciare a parlare, a mobilitarsi in modo civile e non violento, significherebbe accettare che quel naufragio diventi definitivo. Continuare a raccontare ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania non è un gesto ideologico: è un atto di responsabilità verso il diritto, la vita e l’idea stessa di un mondo in cui la solidarietà non sia una colpa, ma una bussola.

Pace svuotata: Gaza, Cisgiordania e il dovere di parlarne

Tre libri in italiano, di autori italiani e autori stranieri tradotti, che affrontano in modo serio e approfondito il conflitto israelo-palestinese, il diritto internazionale, la questione dei diritti umani e la crisi delle soluzioni politiche, adatti come riferimenti per articoli, riviste e dibattito pubblico:


1. Il problema palestinese

Edward W. SaidFeltrinelli
(autore palestinese-statunitense, tradotto in italiano)

Un classico imprescindibile. Said ricostruisce con rigore storico e lucidità politica le origini del conflitto israelo-palestinese, smontando narrazioni semplicistiche e mostrando come colonialismo, geopolitica e rimozione della voce palestinese abbiano plasmato la realtà attuale. Il libro è fondamentale per comprendere la crisi della soluzione dei due Stati e il ruolo dell’Occidente nella perpetuazione del conflitto.


2. Gaza davanti alla storia

Enzo TraversoLaterza
(autore italiano)

Un saggio potente e attualissimo che colloca Gaza dentro una prospettiva storica lunga: colonialismo, campi, assedi, memorie rimosse. Traverso riflette sul collasso del linguaggio del diritto internazionale, sull’impotenza delle istituzioni globali e sulla necessità di una mobilitazione etica e civile che non ceda alla logica della violenza.


3. Il diritto di avere diritti

Hannah ArendtEinaudi
(autrice tedesco-statunitense, tradotta in italiano)

Pur non dedicato esclusivamente alla Palestina, questo libro è cruciale per comprendere la condizione dei popoli senza Stato, dei rifugiati e dei civili privati di tutela giuridica. Arendt fornisce una chiave teorica potentissima per leggere Gaza, la Cisgiordania e il fallimento della comunità internazionale nel garantire diritti fondamentali.

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