Israele, Palestina e il silenzio che pesa sull’Europa
Israele, Palestina e il silenzio che pesa sull’Europa
Ci sono date che segnano una cesura nella storia. Il 7 ottobre 2023 è una di quelle. L’attacco sanguinoso di Hamas contro civili israeliani ha riportato la questione israelo-palestinese al centro della scena mondiale con la brutalità di un lampo improvviso. Quella violenza ha lasciato ferite profonde, difficili da rimarginare. Ma la risposta di Israele, guidata dal premier Benjamin Netanyahu, ha trasformato il conflitto in qualcosa di più: un genocidio. Non si tratta di parole usate con leggerezza, ma della constatazione di fronte a una campagna militare che ha travolto ogni distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile, provocando decine di migliaia di morti e un’escalation che sembra non conoscere fine.

Una guerra che affonda le radici nella storia
Per comprendere come si sia arrivati a questa spirale di sangue bisogna tornare indietro. La storia del conflitto israelo-palestinese è lunga e tormentata: dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948, con la conseguente Nakba e l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi, alle guerre arabo-israeliane, fino agli Accordi di Oslo degli anni ’90 che avrebbero dovuto segnare una svolta. Ma il sogno di due popoli e due Stati è rimasto sulla carta. Colonie, occupazioni, attentati, muri e check-point hanno continuato a scavare il solco dell’odio.
Entrambe le parti hanno responsabilità. Hamas, con la sua ideologia integralista e la strategia del terrore, ha inflitto dolore e paura al popolo israeliano. Israele, con politiche di occupazione e segregazione, ha privato i palestinesi di prospettive concrete di dignità e autodeterminazione. Ma la sproporzione della risposta israeliana dopo il 7 ottobre ha superato ogni limite, diventando una punizione collettiva che nessun diritto internazionale può giustificare.
Netanyahu e l’ossessione per l’annientamento
La guerra che oggi infuria non può essere separata dalle scelte politiche di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano, già travolto da scandali giudiziari e contestazioni interne, ha usato il conflitto come strumento di sopravvivenza politica. L’ossessione per l’annientamento del popolo palestinese non è solo il riflesso di una logica di sicurezza, ma una strategia deliberata che ha trasformato Gaza in un inferno di macerie e disperazione.
Non sorprende, dunque, che la Corte Penale Internazionale abbia emesso una condanna nei suoi confronti. È un atto storico che segna un confine morale: i crimini contro l’umanità non possono restare impuniti, anche quando sono commessi da chi si presenta come baluardo della democrazia in Medio Oriente.
L’Europa e il silenzio che diventa complicità
Eppure, davanti a queste atrocità, molti Paesi europei hanno preferito il silenzio. O, peggio, un sostegno implicito a Israele in nome della “sicurezza” e della “lotta al terrorismo”. È un silenzio che pesa come un macigno, perché trasforma chi tace in complice.
In troppe capitali europee si teme di criticare Israele per non essere accusati di antisemitismo. Ma confondere la critica al sionismo o alle politiche di un governo con l’odio verso gli ebrei è un errore gravissimo. È una trappola retorica che impedisce un dibattito libero e che, paradossalmente, finisce per alimentare nuove tensioni.
Distinguere tra antisemitismo e critica politica è non solo legittimo, ma necessario. Difendere i diritti del popolo palestinese non significa negare quelli del popolo israeliano. Significa, piuttosto, rifiutare la logica della sopraffazione e del genocidio.
Il costo umano del conflitto
Le cifre parlano da sole. Migliaia di bambini palestinesi hanno perso la vita sotto le bombe. Interi quartieri sono stati rasi al suolo. Gli ospedali, privi di elettricità e medicine, non riescono più a curare i feriti. La popolazione civile di Gaza è stata trasformata in una massa di profughi intrappolati in una prigione a cielo aperto.
Dall’altra parte, gli israeliani continuano a vivere con la paura di attentati e razzi. Famiglie intere piangono i loro morti del 7 ottobre e di altri attacchi successivi. La sofferenza è reale e profonda per entrambi i popoli. Ma proprio per questo, continuare a rispondere alla violenza con violenza è una condanna perpetua.
Una spirale di odio che minaccia tutti
La guerra in corso non riguarda solo Israele e Palestina. È un incendio che rischia di propagarsi, destabilizzando l’intero Medio Oriente e alimentando nuove ondate di terrorismo e radicalizzazione. Ogni bambino che cresce tra le macerie e l’odio sarà un adulto segnato dalla rabbia. Ogni famiglia israeliana che vede lo Stato rispondere con forza cieca alla violenza di Hamas sarà più incline a diffidare del dialogo.
La spirale dell’odio non conosce confini, e presto potrebbe travolgere anche l’Europa, che oggi si illude di potersi tenere a distanza.
Rompere il silenzio
Di fronte a questo scenario, la responsabilità di chi scrive, di chi racconta, di chi analizza non è restare neutrale. La neutralità, quando di mezzo ci sono vite innocenti e violazioni dei diritti umani, diventa complicità.
È tempo che l’Europa ritrovi la voce. Che chi governa sappia distinguere tra il diritto alla sicurezza di Israele e il rifiuto di un genocidio contro i palestinesi. Che si comprenda, una volta per tutte, che pace non può significare annientamento.
Conclusione
Il conflitto israelo-palestinese è uno dei nodi più intricati della storia contemporanea. Ma proprio perché tanto sangue è già stato versato, non si può accettare che la risposta alla violenza sia la distruzione di un popolo.
Usare la parola genocidio non è una scelta retorica: è riconoscere la realtà. Ed è un dovere morale di fronte al silenzio complice di molti governi. Perché tacere, oggi, significa consegnare il futuro a un odio senza fine.
Solo distinguendo tra critica politica e antisemitismo, solo rompendo il muro della paura e delle accuse strumentali, sarà possibile immaginare un domani diverso. E ricordare che ogni vita conta, sia a Gaza che a Tel Aviv.
Israele, Palestina e il silenzio che pesa sull’Europa
Tre libri in italiano — anche di autori stranieri tradotti — che affrontano il tema del conflitto israelo-palestinese, inclusa “L’anima perduta di Israele” di Tahar Ben Jelloun:
1. Tahar Ben Jelloun – L’anima perduta di Israele
- Editore: La nave di Teseo (collana Le onde)
- Pubblicazione: 23 agosto 2025
- Pagine: 112
In questo testo conciso e appassionato, Tahar Ben Jelloun ripercorre la storia del conflitto israelo-palestinese, denunciando le responsabilità di entrambe le parti e definendo la reazione militare israeliana successiva all’attacco del 7 ottobre 2023 come un genocidio. Critica apertamente la guerra alimentata dagli interessi di Netanyahu, la sua ossessione per l’annientamento del popolo palestinese e il silenzio complice di molti Paesi europei. Sostiene la distinzione cruciale tra critica al sionismo e antisemitismo, spesso strumentalizzata per mettere a tacere la protesta.
2. Pietro Polieri – Il conflitto irrisolto. Israele e Palestinesi
- Editore: Il Pozzo di Giacobbe
- Pubblicazione: 9 luglio 2024
- Pagine: 240
Questo volume analizza la recente escalation del conflitto alla luce degli Accordi di Abramo del 2020 e della rinascita della violenza di Hamas. Polieri esplora il significato di anti-sionismo e il suo fraintendimento nel dibattito pubblico europeo, offrendo un approccio critico e contemporaneo per comprendere le responsabilità reciproche e le tensioni persistenti.
3. Francesca Borri – Qualcuno con cui parlare. Israeliani e Palestinesi
- Autrice: Francesca Borri (giornalista italiana)
- Pubblicazione: 2010
Borri offre un reportage diretto dal campo di entrambi i popoli, lontano dalle cronache mainstream. Anche se non è una traduzione, il libro ha valore per la lettura contemporanea del conflitto: dà voce a israeliani e palestinesi con uno sguardo umano, critico e appartato dal consenso politico.
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