Inquinamento da plastica nei suoli e negli oceani cresce
Inquinamento da plastica nei suoli e negli oceani cresce
La questione dell’inquinamento del suolo e degli oceani, in particolare legata alla plastica, è da tempo oggetto di allarme da parte del mondo accademico e di ricerca. Il degrado dei suoli non riguarda solo l’Italia, ma l’intero pianeta, soprattutto l’Europa e l’area mediterranea. Secondo dati recenti, il 60% dei suoli europei soffre di varie forme di degrado, mentre il 25% dei suoli nell’area mediterranea è esposto a rischi elevati o molto elevati di desertificazione ed erosione. Questa situazione ha conseguenze devastanti non solo sull’ambiente, ma anche sulla qualità della vita delle popolazioni colpite, la sicurezza collettiva e la sicurezza alimentare, poiché influisce negativamente sulla qualità e quantità delle produzioni agricole.

Uno degli aspetti più preoccupanti di questo degrado è l’inquinamento da plastica, che spesso supera quello dei mari e degli oceani. Un esempio lampante è il Maghreb, dove, per un paese di 1.000 abitanti, è possibile trovare plastica dispersa per oltre 50 km nel deserto. Questo accade perché i rifiuti non vengono smaltiti correttamente e vengono trasportati dal vento per grandi distanze, trasformando anche il deserto in una discarica di plastica.
A livello globale, è noto che milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono ogni anno nei mari e negli oceani, ma ciò che sorprende è la quantità che si deposita sui fondali oceanici. Studi recenti stimano che vi siano circa 11 milioni di tonnellate di plastica sui fondali degli oceani, e si prevede che questa cifra possa raddoppiare entro il 2040. Secondo Alice Zhu, dottoranda dell’Università di Toronto, l’inquinamento da plastica sui fondali oceanici potrebbe essere fino a cento volte superiore a quello che galleggia in superficie.
La plastica si concentra soprattutto nelle aree costiere, con circa il 46% di essa presente in acque poco profonde, fino a 200 metri di profondità, mentre il resto raggiunge zone più profonde, fino a 11.000 metri. Questo crescente accumulo di plastica negli oceani è una minaccia non solo per l’ambiente marino, ma anche per la salute globale. Con la produzione di plastica che continua ad aumentare esponenzialmente, si prevede che entro il 2050 saranno prodotte circa 26.000 milioni di tonnellate di plastica, la metà delle quali diventerà rifiuto.
Tuttavia, una speranza arriva dalla scienza: un piccolo fungo marino, Parengyodontium album, potrebbe offrire una soluzione. Questo microrganismo è capace di degradare il polietilene, una delle forme più comuni di plastica, quando esposto ai raggi UV del sole. Il fungo è stato isolato dagli scienziati prelevando campioni di plastica dall’enorme accumulo nel vortice subtropicale del Pacifico settentrionale, dove oltre 80 milioni di chilogrammi di plastica galleggiano prima di affondare nei fondali marini.
Parengyodontium album non è nuovo alla scienza: in passato, era noto come una potenziale minaccia per la conservazione di reperti storici e museali, poiché coinvolto nel deterioramento di materiali. Tuttavia, la recente scoperta del suo potenziale di degradazione della plastica potrebbe rappresentare una svolta nel tentativo di affrontare l’inquinamento oceanico.
Gli scienziati stanno ora studiando come coltivare questo fungo in laboratorio per accelerare il processo di degradazione della plastica. Usando isotopi speciali del carbonio (13C), sono in grado di seguire il percorso biochimico della plastica mentre viene trasformata dal fungo, aprendo la strada a nuove strategie di smaltimento dei rifiuti plastici. Sebbene la strada sia ancora lunga, l’uso di microbi marini come questo potrebbe diventare un’arma importante nella lotta contro l’inquinamento globale.

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