Essere curati è un diritto universale. Ma non per tutti

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Essere curati è un diritto universale. Ma non per tutti

Kabul, agosto 2025. Quattro anni dopo la presa del potere da parte dei talebani, l’Afghanistan resta uno dei luoghi più fragili del pianeta. “La pace” – se così la si può chiamare – ha significato la fine dei bombardamenti quotidiani, ma non delle loro conseguenze. Oggi milioni di cittadini devono fare i conti con una sanità al collasso, un’economia strozzata e un sistema di diritti completamente svuotato.

Il quadro fotografato dall’ultimo report di EMERGENCY è impietoso: il 70% degli afghani non ha accesso a cure gratuite o sostenibili, tre persone su cinque si indebitano per farsi curare e un quarto della popolazione deve rinunciare a interventi chirurgici urgenti perché troppo costosi. Nel Paese delle montagne e delle valli impervie, solo il 2% degli intervistati ha potuto utilizzare un’ambulanza pubblica: quasi la metà ha dovuto muoversi a piedi per raggiungere un ospedale.

Essere curati è un diritto universale. Ma non per tutti

Essere curati è un diritto universale. Ma non per tutti

Nei reparti di Kabul si vedono ancora i segni di quarant’anni di guerre: ferite da mina antiuomo, corpi dilaniati da sparatorie, donne che arrivano in travaglio dopo ore di viaggio, bambini malnutriti. Le donne sono tra le più penalizzate: il divieto di lavorare, tranne in pochissimi settori, le costringe a dipendere economicamente dai familiari e spesso a rimandare cure essenziali. Nel campo della maternità i dati sono drammatici: oltre il 76% delle madri deve spostarsi per ricevere assistenza durante la gravidanza, e molte non arrivano in tempo.

Un Paese intrappolato nell’indifferenza internazionale

A peggiorare il quadro c’è l’isolamento politico. Il governo talebano non è stato riconosciuto a livello internazionale. Nel 2025 l’amministrazione Trump ha inoltre tagliato i fondi all’USAID, riducendo ulteriormente le risorse disponibili per la popolazione civile. La comunità internazionale sembra aver girato lo sguardo altrove, come se con il ritiro delle truppe si fosse chiusa anche la responsabilità morale verso un popolo che paga oggi i conti di decenni di conflitto.

“L’Afghanistan è la cartina di tornasole di cosa resta dopo la guerra: ospedali senza luce, medicine che mancano, operatori sanitari lasciati soli. Ma nei giovani medici e infermieri formati in questi anni intravediamo ancora una speranza” ha dichiarato un coordinatore di EMERGENCY.

Non solo Afghanistan

Il dramma afghano non è purtroppo un’eccezione. In diversi Paesi, la guerra – o le sue conseguenze – continua a minare il diritto alla salute.

Sudan. Dopo lo scoppio della guerra civile nell’aprile 2023, la situazione è precipitata. Ospedali bombardati, medici costretti a fuggire, epidemie senza controllo. A Khartoum e nel Darfur milioni di persone sono senza cure, mentre i campi profughi si riempiono di malati di colera e bambini denutriti.

Yemen. Il conflitto, iniziato nel 2015, non si è mai davvero fermato. Oggi oltre il 60% delle strutture sanitarie non è operativo. Malattie facilmente curabili altrove – diarrea, infezioni respiratorie, parto complicato – diventano spesso mortali.

Gaza e Cisgiordania. Dopo il riaccendersi del conflitto nel 2023, la sanità palestinese vive una crisi strutturale. L’embargo limita l’ingresso di medicinali e attrezzature, le ambulanze sono spesso bloccate ai checkpoint, e intere famiglie devono rinunciare a curarsi.

Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Qui le guerre dimenticate si intrecciano con epidemie croniche e povertà estrema. Le cliniche sono isolate, i medici pochissimi, il trasporto quasi impossibile.

La voce dei numeri, il peso delle vite

Di fronte a queste tragedie, spesso si citano solo numeri. Migliaia di morti, milioni di sfollati, percentuali di bambini denutriti. Ma dietro a ogni cifra ci sono nomi, volti, età. È questo il compito dei giornalisti e dei media: ricordare che non stiamo parlando di statistiche ma di persone.

In Afghanistan, raccontare la storia di una madre che ha perso il figlio durante un parto senza assistenza vale più di mille grafici. In Sudan, scrivere il nome di un medico ucciso mentre curava i suoi pazienti dà un volto all’orrore. In Palestina, riportare l’età di un bambino morto sotto le macerie rende impossibile ignorare la realtà.

Non basta dire “12mila vittime”. Bisogna provare a pronunciare quei nomi, a restituire umanità a chi l’ha persa due volte: nella morte e nell’oblio.

Un appello alla responsabilità

Il diritto alla salute non è un privilegio ma un pilastro della dignità umana. Oggi, agosto 2025, milioni di persone in Afghanistan, Sudan, Yemen, Gaza e altri Paesi continuano a vederselo negare. Non per mancanza di competenze o tecnologie, ma per scelte politiche, disinteresse internazionale e priorità economiche sbagliate.

I media hanno la responsabilità di non lasciar cadere queste storie nel silenzio. Non basta riportare un dato, serve dare voce alle vite spezzate. Perché solo vedendo i volti dietro i numeri, l’opinione pubblica può sentirsi chiamata in causa.

Oggi il compito più urgente non è solo denunciare il collasso dei sistemi sanitari, ma ricordare che ogni volta che una donna muore di parto o un bambino per un’infezione curabile, non è un incidente inevitabile. È una violazione di un diritto.

La speranza, fragile ma ostinata, è che raccontare serva a costruire pressione, a spingere governi e istituzioni a non dimenticare. Perché la salute, ovunque, deve essere davvero un diritto di tutti.

Essere curati è un diritto universale. Ma non per tutti

Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano il tema del diritto alla salute, delle conseguenze dei conflitti e delle disuguaglianze nell’accesso alle cure:

  1. Gino Strada – Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli)
    Un classico della testimonianza diretta: il fondatore di EMERGENCY racconta le esperienze negli ospedali di guerra, i corpi segnati dalle mine antiuomo e il significato universale del diritto alla cura.
  2. Paul Farmer – Oltre l’egoismo. Come i diritti umani possono guarire il mondo (Bollati Boringhieri)
    L’infettivologo e antropologo americano, tradotto in italiano, esplora le disuguaglianze sanitarie a livello globale, dal Rwanda ad Haiti, sottolineando come la salute sia un diritto fondamentale e non un privilegio.
  3. Tracy Kidder – Le montagne oltre le montagne (Feltrinelli)
    Biografia di Paul Farmer, raccontata dal premio Pulitzer Kidder. Una narrazione che unisce giornalismo e letteratura, mostrando come la medicina e l’impegno sociale possano sfidare le ingiustizie strutturali.

Essere curati è un diritto universale. Ma non per tutti

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