Da Einstein agli ex generali: 76 anni di avvertimenti inascoltati
Da Einstein agli ex generali: 76 anni di avvertimenti inascoltati
Il 2 dicembre 1948, pochi mesi dopo la nascita dello Stato di Israele, Albert Einstein e Hannah Arendt — insieme ad altri ventisei intellettuali ebrei — firmarono una lettera destinata al New York Times. Era un appello severo e lungimirante: denunciava il pericolo che il nuovo Paese, fondato sul sogno di libertà dopo la tragedia della Shoah, potesse imboccare una deriva autoritaria e fascista. Il riferimento era al Partito della Libertà guidato da Menachem Begin, erede dell’Irgun, responsabile di attentati, intimidazioni e, soprattutto, del massacro di Deir Yassin, dove 240 civili palestinesi furono uccisi in un villaggio che non costituiva un obiettivo militare.

In quella lettera, gli intellettuali avvertivano: “È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere. Da esse possiamo giudicare ciò che farà nel futuro”. Parole che oggi, a distanza di settantasei anni, risuonano come un monito profetico rimasto inascoltato. Israele, nato come rifugio sicuro per un popolo perseguitato, si trova al centro di un conflitto senza fine, nel quale il sogno di convivenza si è sgretolato e il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi continua a essere negato.
Lungo i decenni, voci critiche si sono levate dentro e fuori Israele. Non solo attivisti e intellettuali, ma anche figure di primo piano della sicurezza e delle istituzioni. All’inizio di agosto 2025, un gruppo di ex generali, ex direttori del Mossad e dello Shin Bet, ambasciatori e alti funzionari israeliani ha inviato una lettera al presidente Donald Trump. Anche questa lettera, come quella di Einstein e Arendt, è stata ignorata.
“Fermi la guerra di Gaza!”, imploravano gli ex vertici della sicurezza israeliana. “Le IDF hanno già raggiunto gli obiettivi militari possibili: smantellare le formazioni e la governance di Hamas. Il resto si può ottenere solo con un accordo. Riporti a casa gli ostaggi e ponga fine alle sofferenze”. Firmavano tra gli altri Matan Vilnai, ex vice capo di Stato Maggiore, Tamir Pardo, ex direttore del Mossad, e Ami Ayalon, ex direttore dei servizi segreti interni. Non pacifisti ingenui, ma uomini che hanno guidato per anni la difesa di Israele.
Eppure, anche questo appello è caduto nel vuoto. Il governo Netanyahu ha scelto la via dell’occupazione totale di Gaza, richiamando sessantamila riservisti e annunciando la costruzione della controversa colonia E1, che di fatto divide in due la Cisgiordania, rendendo sempre più impraticabile la soluzione dei due Stati. Nel frattempo, le operazioni militari hanno provocato nuove stragi: settanta morti in sole ventiquattr’ore, secondo gli ultimi rapporti, mentre gli ospedali di Gaza sono al collasso.
Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha definito la decisione di Israele “un’azione contro la prospettiva dei due Stati”. L’Unione Europea ha ribadito che l’occupazione viola il diritto internazionale. Ma la risposta di Netanyahu è stata netta: “Prenderemo Gaza, anche se ci sarà un accordo di tregua”.
Intanto, Francia, Regno Unito, Germania e altri ventiquattro Paesi hanno chiesto a Israele di garantire “un accesso immediato e indipendente ai media stranieri”. Un’esortazione che rivela un altro elemento cruciale: senza informazione libera, senza immagini, senza testimonianze, la guerra resta un racconto parziale, filtrato dalle versioni ufficiali. “I giornalisti svolgono un ruolo essenziale nel mostrare la realtà devastante della guerra”, hanno sottolineato i Paesi firmatari. Non è un dettaglio. Senza la presenza dei media, i conflitti rischiano di trasformarsi in numeri: morti, feriti, sfollati. Statistiche che anestetizzano la coscienza collettiva.
Eppure dietro ogni cifra ci sono storie, volti, nomi. Lo ricordava nei giorni scorsi il cardinale Matteo Zuppi, leggendo uno a uno i nomi dei dodicimila bambini morti in Terra Santa dal 7 ottobre 2023 al 15 luglio 2025: 12.211 palestinesi e 16 israeliani. Un elenco di quasi cinquecento pagine, trasformato in una preghiera collettiva. “Non sono numeri, sono persone”, ha detto Zuppi. È la stessa lezione che i media dovrebbero fare propria: pubblicare i nomi e le età delle vittime, non solo i conteggi. Restituire umanità, perché dietro ogni cifra c’è una famiglia, un vuoto, un futuro spezzato.
Il paradosso è che, in oltre sette decenni, nulla sembra essere cambiato. Einstein e Arendt denunciarono la minaccia fascista nel 1948, e furono accusati di pessimismo eccessivo. Oggi, ex generali israeliani avvertono che la guerra a Gaza non ha più senso strategico, e vengono ignorati. I leader mondiali chiedono il rispetto del diritto internazionale, ma restano spettatori impotenti.
La domanda è se ci sia ancora spazio per invertire la rotta. La memoria di Deir Yassin, richiamata nella lettera di Einstein, non è un episodio lontano: è la radice di una spirale che si ripete. Gaza occupata, Cisgiordania frammentata, due popoli sempre più lontani. Gli avvertimenti si accumulano, ma la storia sembra condannata a ripetersi.
L’editoriale di Einstein si chiudeva con un avvertimento: “È imperativo che la verità sia resa nota”. Lo stesso ammonimento degli ex generali israeliani a Trump. La verità, però, fatica ancora oggi a farsi strada tra i muri eretti non solo con il cemento delle colonie, ma con il silenzio, la disinformazione e l’indifferenza.
La storia di questi appelli rimasti inascoltati dovrebbe insegnarci almeno una cosa: non basta contare i morti. Bisogna ascoltare chi, da anni, denuncia che la guerra non porta sicurezza ma distruzione. Bisogna raccontare i nomi, le storie, le vite interrotte. Perché la pace, se mai arriverà, nascerà solo dal riconoscimento reciproco dell’umanità dell’altro.
Da Einstein agli ex generali: 76 anni di avvertimenti inascoltati
Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano il tema Israele–Palestina, la memoria storica e le derive politiche:
David Grossman – La voce della coscienza. Scritti contro l’occupazione (Giuntina)
Una raccolta di articoli, discorsi e interventi pubblici dello scrittore israeliano che, da anni, rappresenta una delle coscienze morali più autorevoli del Paese. Grossman riflette sull’occupazione, sulla guerra e sulla necessità di non smettere mai di cercare il dialogo.
Ilan Pappé – La pulizia etnica della Palestina (Fazi Editore)
Uno studio storico approfondito, scritto da uno dei più noti “nuovi storici” israeliani, che analizza la nascita dello Stato di Israele nel 1948 e le conseguenze dell’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi.
Sari Nusseibeh – Un’unica terra. Un’unica patria (Feltrinelli)
Autobiografia e riflessione politica del filosofo palestinese, che racconta la sua esperienza di intellettuale e attivista e propone una visione di convivenza e riconciliazione tra i due popoli.
Da Einstein agli ex generali: 76 anni di avvertimenti inascoltati

Da Einstein agli ex generali: 76 anni di avvertimenti inascoltati
Mosca media Ue bloccati
le radici del totalitarismo
Report 2024
Democrazia e Sfida alle Tendenze Autarchiche
Giornalismo e libertà: le battaglie di Cecilia e Alessia
Giornalismo: diritto di informare e rischio di pagare con la vita
Essere curati è un diritto universale. Ma non per tutti
Adolescenza: come ricostruire legami autentici in un tempo fragile
Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!