Non numeri, ma nomi: il valore della memoria contro l’indifferenza

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Non numeri, ma nomi: il valore della memoria contro l’indifferenza

Monte Sole, 14 agosto 2025. Nei ruderi della chiesa di Casaglia, incendiata nel 1944 dai nazifascisti durante l’eccidio di Marzabotto, si è alzata una voce che per ore non ha fatto altro che leggere. Un nome dopo l’altro. Dodicimila bambini. Dodicimila vite spezzate in Terra Santa dal 7 ottobre 2023 al 15 luglio 2025. È stato il cardinale Matteo Zuppi a prestare la sua voce a questa maratona di memoria e preghiera: «Leggere i loro nomi serve per ricordare, per manifestare attenzione, da questo luogo di sofferenza che è anche un luogo di coscienza».

Non numeri, ma nomi: il valore della memoria contro l’indifferenza

Le sue parole, scandite nel silenzio della valle bolognese, hanno riportato tutti indietro a quel 29 settembre 1944, quando centinaia di donne, anziani e bambini si rifugiarono nella chiesa di Casaglia sperando nella salvezza. Usciti per ordine delle SS, furono condotti al cimitero e mitragliati. Solo sette ragazze e un bambino sopravvissero. Quel massacro è rimasto uno dei simboli della ferocia nazifascista contro i civili. Oggi, nello stesso luogo, l’elenco interminabile dei nomi dei bambini palestinesi e israeliani uccisi sembra cucire un filo diretto tra le tragedie del passato e quelle che ancora oggi dilaniano il presente.

Non numeri, ma persone. Non statistiche, ma vite uniche. È questo il messaggio che Zuppi ha voluto consegnare, ripercorrendo i 469 fogli che contengono nomi e date: dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas, ai mesi successivi che hanno visto crescere senza sosta la lista delle vittime innocenti. Dodicimila duecentoundici palestinesi e sedici israeliani. Dodicimila infanzie interrotte troppo presto.

In un tempo in cui la guerra viene spesso raccontata con grafici, tabelle e aggiornamenti quotidiani sui “numeri delle vittime”, la scelta di fermarsi sui nomi e sulle età appare come un atto politico e morale insieme. Dire che è morto un bambino di sei anni, che si chiamava Omar, non equivale a dire che “un minore” è stato ucciso. Sapere che tra le macerie di Gaza è stata trovata Layla, otto anni, o che in un kibbutz israeliano il piccolo Daniel, di soli quattro, è stato assassinato, è diverso dal riportare una fredda cifra.

E qui entra in gioco il ruolo dei media. La cronaca di guerra, spesso schiacciata dall’urgenza di aggiornare e dall’influenza delle fonti ufficiali, tende a ridurre la tragedia umana a una contabilità. Ma i giornalisti hanno una responsabilità enorme: dare carne, voce, volto alle vittime. Non solo per onorare la loro memoria, ma per scuotere le coscienze. Pubblicare i nomi, quando possibile, raccontare le storie, indicare le età: è questo che può trasformare l’indifferenza in empatia, la passività in indignazione civile.

È un compito difficile, soprattutto in contesti di guerra dove la propaganda e la censura limitano l’accesso alle informazioni. Ma è proprio nei momenti più bui che la libertà di stampa diventa indispensabile. Se i media scelgono di non fermarsi ai numeri, ma di raccontare le singole vite, la guerra smette di essere un fenomeno astratto e diventa ciò che è: la distruzione di persone, famiglie, comunità.

Marzabotto, con la sua memoria tragica, ci ricorda che dietro ogni numero c’è una storia interrotta. Nel 1944, furono 770 le vittime della strage nazifascista. Oggi non ricordiamo solo la cifra, ma i nomi: Giuseppina, 9 anni; Maria, 3 mesi; don Giovanni Marchioni, il parroco di Casaglia che non volle abbandonare il suo popolo. Sono quei nomi che ancora oggi risuonano nei libri di storia e nelle lapidi. Sono quei nomi che impediscono alla strage di essere dimenticata.

Lo stesso vale per i conflitti contemporanei. L’elenco letto da Zuppi non è solo un atto religioso, ma un gesto di resistenza civile. In un mondo che sembra anestetizzato dal susseguirsi di guerre – dall’Ucraina alla Terra Santa, fino ai tanti conflitti africani ignorati – fermarsi a pronunciare i nomi significa rompere il muro della rassegnazione. Significa ricordare che la pace non è un concetto astratto, ma la condizione necessaria perché quei bambini, i prossimi, non finiscano in un elenco da leggere.

Il giornalismo dovrebbe farsi carico di questa stessa responsabilità: raccontare non solo quanti morti ci sono stati, ma chi erano, cosa amavano, che sogni avevano. Raccontare che quell’adolescente di 14 anni ucciso a Gaza voleva diventare medico, o che la piccola vittima israeliana imparava da poco a suonare il violino. È un modo per opporsi a quella logica disumanizzante che trasforma le persone in “danni collaterali”.

L’appello di Zuppi a Monte Sole è dunque un appello anche a noi, lettori e cittadini: non accontentiamoci delle cifre. Pretendiamo dai media un’informazione che umanizzi, che scavi nelle storie, che restituisca dignità. Perché ricordare i nomi è il primo passo per costruire un futuro diverso.

Se la storia di Marzabotto ci ha insegnato qualcosa, è che il silenzio e l’indifferenza aprono la strada alla violenza. Dare voce alle vittime, ieri come oggi, significa invece piantare un seme di coscienza. E forse, come ha detto il cardinale, «fermarsi sulla sofferenza dei bambini può aiutare a ricominciare qualcosa di nuovo e diverso».

Non numeri, ma nomi: il valore della memoria contro l’indifferenza

Tre libri in italiano (anche di autori stranieri tradotti) che affrontano il tema dei diritti umani, delle vittime civili e della memoria dei conflitti, in linea con l’articolo:

  1. Primo Levi – Se questo è un uomo
    Un classico imprescindibile della memoria storica. Levi racconta la disumanità dei campi di sterminio nazisti, offrendo una riflessione universale sul valore della dignità umana e sulla necessità di ricordare i nomi e le storie delle vittime.
  2. Svetlana Aleksievič – Ragazzi di zinco (tradotto dal russo)
    La scrittrice premio Nobel raccoglie le voci dei soldati sovietici e delle madri durante la guerra in Afghanistan. Un libro corale che mette al centro la sofferenza individuale, restituendo umanità alle vittime spesso ridotte a statistiche.
  3. Khaled Hosseini – E il mare non tace (Sea Prayer)
    Un breve e potentissimo testo in forma di lettera di un padre al figlio, ispirato alla tragedia di Alan Kurdi, il bambino siriano morto sulle coste turche. Una narrazione che trasforma un dramma collettivo in un volto e un nome concreti.
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