Separazione dei poteri: sotto attacco – e chi la mette in discussione

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Perché nel 2025 la separazione dei poteri è sotto attacco – e chi la mette in discussione

C’è una formula che studiamo a scuola, citiamo nei discorsi ufficiali e diamo spesso per scontata: separazione dei poteri. Eppure, nel 2025, questo principio cardine dello Stato di diritto appare sempre meno solido. Non perché sia teoricamente superato, ma perché è diventato scomodo. In un mondo attraversato da crisi permanenti – guerre, emergenze sanitarie, instabilità economiche, rivoluzioni tecnologiche – l’equilibrio tra i poteri viene sempre più percepito come un freno, non come una garanzia.

Separazione dei poteri: sotto attacco – e chi la mette in discussione

Eppure Montesquieu, tre secoli fa, aveva colto il punto essenziale: «La libertà politica si trova solo nei governi moderati». Moderati non perché tiepidi, ma perché bilanciati. Dove il potere arresta il potere. Dove nessun soggetto può diventare arbitro assoluto del destino collettivo.

L’antica lezione che torna attuale

L’idea di dividere il potere per evitare l’arbitrio non nasce con la modernità. Platone aveva già intuito che la giustizia non può essere soggetta alla politica; Aristotele distingueva tra funzione deliberativa, esecutiva e giudiziaria; Polibio vedeva nella Roma repubblicana un delicato sistema di contrappesi. Ma è con Montesquieu che la separazione dei poteri diventa architrave della democrazia liberale: legislativo, esecutivo e giudiziario devono essere distinti, autonomi e interdipendenti.

Non è un tecnicismo. È una visione dell’essere umano: fallibile, incline all’abuso, bisognoso di limiti. Il potere concentrato, per Montesquieu, non è solo ingiusto: è pericoloso.

Cosa sta accadendo oggi

Nel 2025, la separazione dei poteri non viene quasi mai attaccata frontalmente. Nessuno dice apertamente di voler abolire il Parlamento o sottomettere i giudici. L’erosione è più sottile, quotidiana, progressiva. Avviene attraverso riforme presentate come efficienti, necessarie, urgenti. Attraverso un linguaggio che oppone “governabilità” a “lentezze istituzionali”, “volontà popolare” a “poteri non eletti”.

Il primo fronte critico è quello del rapporto tra politica ed equilibrio costituzionale. Sempre più spesso l’esecutivo tende a occupare spazi che non gli competono: decreti d’urgenza che diventano la regola, Parlamento ridotto a ratificatore, procedure accelerate che comprimono il dibattito democratico. Il tempo della discussione viene descritto come un lusso che non ci si può permettere.

Il secondo fronte è la delegittimazione del potere giudiziario. In molte democrazie occidentali – non solo fragili ma anche consolidate – i giudici vengono dipinti come ostacoli alla volontà popolare, come élite autoreferenziali, come nemici del “cambiamento”. È una narrazione pericolosa, perché trasforma il controllo di legalità in sabotaggio politico.

Chi sono i promotori della messa in discussione

I promotori di questa deriva non sono un gruppo omogeneo, ma convergono su un punto: la riduzione dei contrappesi.

Ci sono i populismi di governo, che rivendicano un mandato diretto e plebiscitario e vedono ogni limite istituzionale come un tradimento del voto. In questa visione, chi vince governa senza freni; chi controlla, ostacola.

Ci sono poi gli autoritarismi “soft”, che non cancellano le istituzioni, ma le svuotano dall’interno. Mantengono le forme, ma ne alterano la sostanza: magistrature intimidite, media delegittimati, corpi intermedi marginalizzati.

Un ruolo crescente è giocato anche dal potere economico e tecnologico. Oligarchie finanziarie e grandi piattaforme digitali esercitano un’influenza enorme sulle decisioni pubbliche senza essere sottoposte a veri controlli democratici. È una concentrazione di potere che non ha bisogno di occupare lo Stato: lo condiziona.

Infine, c’è la politica dell’emergenza permanente. Quando tutto è emergenza, tutto giustifica l’eccezione. E l’eccezione protratta nel tempo diventa sistema.

Perché questo dovrebbe preoccuparci

La separazione dei poteri non è una questione per giuristi o costituzionalisti. È la linea di confine tra cittadinanza e sudditanza. Quando il potere legislativo smette di rappresentare, quello giudiziario viene intimidito e l’esecutivo decide senza controllo, la libertà diventa fragile.

Non è vero che la separazione dei poteri indebolisce l’azione politica. Al contrario: la rende legittima, duratura, condivisa. Senza contrappesi, la forza diventa arbitrio. E l’arbitrio, prima o poi, colpisce tutti.

Riapprendere Montesquieu oggi

Forse il paradosso del nostro tempo è proprio questo: in un’epoca che parla ossessivamente di sicurezza, stiamo smantellando uno degli strumenti più efficaci per proteggerla. Montesquieu non ci offre una nostalgia del passato, ma una bussola per il presente. Ci ricorda che la libertà non nasce dalla concentrazione del potere, bensì dalla sua frammentazione responsabile.

Difendere la separazione dei poteri nel 2025 significa difendere l’idea che nessuno – neppure chi vince le elezioni, neppure chi promette efficienza, neppure chi invoca l’emergenza – possa governare senza limiti. È una battaglia meno spettacolare di altre, ma decisiva. Perché quando i poteri si confondono, anche i diritti iniziano a dissolversi.

Tre libri disponibili in italiano — di autori stranieri tradotti o originari — che affrontano in profondità la crisi della separazione dei poteri, l’erosione delle democrazie e le dinamiche di concentrazione del potere.


📚 Tre libri consigliati

1. Come muoiono le democrazie – Steven Levitsky & Daniel Ziblatt

Un saggio fondamentale su come i sistemi democratici possono lentamente degradare dall’interno. Gli autori analizzano casi concreti — Europa, America Latina e Stati Uniti — mostrando come l’indebolimento dei contrappesi istituzionali, la polarizzazione politica e la delegittimazione della magistratura possano portare alla fine di un ordine liberale. Molto utile per comprendere come la separazione dei poteri non sia un dato eterno ma va costantemente difesa.

2. La strada per l’inferno? Russia, Europa, liberalismo: la resa dei conti – Timothy Snyder

Snyder esplora le dinamiche geopolitiche e interne che mettono a rischio le democrazie occidentali: l’interferenza di oligarchie, conflitti sui confini, propaganda digitale, indebolimento delle istituzioni di controllo. Un libro che collega il rischio di concentrazione del potere all’esterno con la crisi della separazione dei poteri all’interno.

3. Il declino della democrazia. Riflessioni sul futuro della libertà – Edward Luce

Un’analisi approfondita sui fattori economici, sociali e culturali che stanno erodendo la democrazia rappresentativa in Occidente. Luce mette in luce come la disuguaglianza, la disoccupazione, la disillusione politica e la perdita di fiducia nelle istituzioni facilitino la concentrazione del potere nelle mani delle élite — un processo che rende vana la separazione dei poteri se i veri decisori restano al di fuori del controllo democratico.

Tre libri disponibili in italiano — di autori stranieri tradotti o originari — che affrontano in profondità la crisi della separazione dei poteri, l’erosione delle democrazie e le dinamiche di concentrazione del potere.

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1. Come muoiono le democrazie – Steven Levitsky & Daniel Ziblatt

Un saggio fondamentale su come i sistemi democratici possono lentamente degradare dall’interno. Gli autori analizzano casi concreti — Europa, America Latina e Stati Uniti — mostrando come l’indebolimento dei contrappesi istituzionali, la polarizzazione politica e la delegittimazione della magistratura possano portare alla fine di un ordine liberale. Molto utile per comprendere come la separazione dei poteri non sia un dato eterno ma va costantemente difesa.

2. La strada per l’inferno? Russia, Europa, liberalismo: la resa dei conti – Timothy Snyder

Snyder esplora le dinamiche geopolitiche e interne che mettono a rischio le democrazie occidentali: l’interferenza di oligarchie, conflitti sui confini, propaganda digitale, indebolimento delle istituzioni di controllo. Un libro che collega il rischio di concentrazione del potere all’esterno con la crisi della separazione dei poteri all’interno.

3. Il declino della democrazia. Riflessioni sul futuro della libertà – Edward Luce

Un’analisi approfondita sui fattori economici, sociali e culturali che stanno erodendo la democrazia rappresentativa in Occidente. Luce mette in luce come la disuguaglianza, la disoccupazione, la disillusione politica e la perdita di fiducia nelle istituzioni facilitino la concentrazione del potere nelle mani delle élite — un processo che rende vana la separazione dei poteri se i veri decisori restano al di fuori del controllo democratico.

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