Salute mentale: Giovani fragili, adulti soli una deriva silenziosa

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Salute mentale: Giovani fragili, adulti soli una deriva silenziosa

18 settembre 2025 – Un’altra tragedia scuote l’Italia: un ragazzo di 14 anni si è tolto la vita dopo mesi di bullismo, offline e online. Una notizia che si aggiunge, nello stesso giorno, a quella di un ennesimo femminicidio, questa volta avvenuto in provincia, dove una donna è stata uccisa dall’ex compagno. Due storie apparentemente lontane, ma che raccontano in realtà un unico filo rosso: la fragilità delle relazioni, il peso dei disagi mentali e l’incapacità della nostra società di affrontare un male profondo che ci attraversa tutti.

Salute mentale: Giovani fragili, adulti soli una deriva silenziosa

Giovani, un’emergenza invisibile

I dati parlano chiaro. Secondo il report Ocse Promoting good mental health in children and young adults, il suicidio è oggi la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni nei Paesi dell’Unione Europea. E in Italia il quadro non è diverso: un giovane su due sotto i 20 anni soffre di ansia o depressione, con un aumento del 20% tra il 2018 e il 2022.

Dietro i numeri ci sono vite spezzate, famiglie distrutte e soprattutto ragazzi che non trovano un linguaggio per raccontare il loro dolore. A volte, lo traducono in violenza contro se stessi, altre volte in bullismo contro i coetanei, in un ciclo di sofferenza che si alimenta da solo. Le chat diventano tribunali, i social amplificano le umiliazioni e il confine tra scherzo e aggressione si dissolve.

Il suicidio del 14enne non è un caso isolato. È lo specchio di un malessere diffuso, di un mondo in cui le emozioni non trovano spazio né ascolto. Eppure, l’Ocse indica alcune strade possibili: programmi scolastici capaci di ridurre i comportamenti aggressivi del 9%, iniziative come Icehearts che hanno dimezzato la dispersione giovanile, e modelli di prevenzione del suicidio come VigilanS in Francia, che offrono un sostegno immediato dopo i tentativi.

Bullismo e violenza: due facce della stessa medaglia

Il bullismo non nasce dal nulla. È il prodotto di famiglie fragili, di comunità assenti, di relazioni che non reggono. In un mondo che spinge a competere anziché a cooperare, l’altro diventa un nemico da umiliare per sentirsi meno soli.

Ma lo stesso schema, più maturo e spesso più feroce, si ritrova nella violenza di genere. L’Italia piange ancora donne uccise da mariti, compagni o ex partner: storie che si ripetono ogni settimana con inquietante regolarità. In entrambi i casi, giovani o adulti, la radice è la stessa: un’incapacità a gestire emozioni, frustrazioni e legami, che esplode in violenza.

Anziani, un popolo invisibile

Se i giovani soffrono, gli anziani non stanno meglio. Una ricerca pubblicata su Aging and Mental Health racconta un’Italia in cui 1 over 65 su 7 vive in isolamento totale, e il 35% mostra sintomi compatibili con la depressione. Un dato allarmante, che si intreccia con la solitudine di chi ha perso il partner, con il pensionamento che taglia fuori dal mondo del lavoro e con un livello di istruzione ancora basso: il 70% degli over 50 non ha un diploma.

L’isolamento, in questi casi, non è solo una condizione sociale ma diventa un fattore di rischio per la salute mentale e fisica. Un anziano depresso è più fragile, più esposto a malattie croniche, meno autonomo. Eppure, troppo spesso, resta invisibile agli occhi della comunità.

Famiglie divise, legami fragili

Al centro di questo mosaico c’è la famiglia, o meglio la sua fragilità. Famiglie spezzate, divorzi in aumento, genitori che non riescono a trasmettere sicurezza ai figli, e figli che crescono senza punti di riferimento stabili. La patologia delle relazioni – così la definiscono alcuni studiosi – non riguarda solo chi la vive direttamente, ma si riverbera nei figli, negli amici, nelle comunità.

È lì che affondano le radici sia del bullismo giovanile sia della violenza domestica: nella mancanza di un linguaggio affettivo sano, nella difficoltà a gestire conflitti e frustrazioni senza trasformarli in atti distruttivi.

Cosa fare per invertire la rotta

Il quadro è cupo, ma non privo di possibilità. L’Ocse ha individuato almeno 11 buone pratiche per migliorare la salute mentale dei giovani, molte delle quali replicabili anche in Italia. Tre direzioni sembrano particolarmente urgenti:

  1. Scuola come presidio di salute mentale. Inserire nei programmi educativi attività che aiutino i ragazzi a riconoscere ed esprimere emozioni, ridurre l’isolamento e costruire relazioni sane. L’obiettivo non è solo formare studenti competenti, ma persone capaci di vivere insieme.
  2. Supporto proattivo e gratuito. Psicologi nelle scuole, sportelli di ascolto, accesso rapido e gratuito a terapie psicologiche, come già sperimentato in Belgio. Perché aspettare che il disagio diventi patologia significa, spesso, arrivare troppo tardi.
  3. Comunità che si prendono cura. Non basta lo Stato. Serve un impegno diffuso: associazioni, gruppi sportivi, parrocchie, centri culturali. Qualsiasi luogo può diventare uno spazio di accoglienza e prevenzione.

Per gli anziani, la sfida è altrettanto chiara: combattere l’isolamento. Significa creare reti di prossimità, promuovere attività culturali e sociali, sostenere economicamente chi ha meno risorse e valorizzare il ruolo degli anziani nella trasmissione di saperi ed esperienze.

Una responsabilità collettiva

Il suicidio di un adolescente e l’omicidio di una donna nello stesso giorno non possono più essere trattati come episodi slegati. Sono i sintomi di una società che non sa più costruire legami solidi e che spesso si volta dall’altra parte davanti al dolore altrui.

Invertire la rotta significa riconoscere che la salute mentale non è un lusso, ma un diritto fondamentale, e che senza relazioni sane non c’è futuro per nessuna comunità.

Oggi, 18 settembre 2025, la notizia del ragazzo di 14 anni e quella dell’ennesimo femminicidio ci obbligano a una domanda semplice e terribile: quanto ancora siamo disposti a considerare queste tragedie inevitabili?

Salute mentale: Giovani fragili, adulti soli una deriva silenziosa

Tre titoli in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano in modi diversi il tema del disagio giovanile, della violenza e delle fragilità sociali e relazionali:

  1. “Crescere in tempi difficili” di Zygmunt Bauman (tradotto in italiano)
    Un’analisi profonda delle incertezze che i giovani affrontano nella “modernità liquida”, tra precarietà, solitudine e ricerca di identità.
  2. “Ragazzi senza” di Luigi Ciotti
    Don Ciotti raccoglie storie e riflessioni sulla condizione dei giovani privati di punti di riferimento, spesso esposti a violenza, marginalità e abbandono educativo.
  3. “Il coraggio di non piacere” di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga (tradotto dal giapponese)
    Un saggio-dialogo che affronta la crescita personale, il tema dell’autostima e delle relazioni tossiche, offrendo strumenti per rompere dinamiche di violenza e dipendenza emotiva.
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