Paracetamolo e autismo: quando le parole diventano pericolose

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Paracetamolo e autismo: quando le parole diventano pericolose

Le parole hanno un peso, soprattutto se pronunciate da chi ricopre ruoli di potere. Negli ultimi giorni, una dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha acceso un dibattito che rischia di avere conseguenze gravi e concrete. Trump ha invitato le donne in gravidanza a non assumere paracetamolo, sostenendo che l’uso del farmaco potrebbe essere “probabilmente associato a un rischio aumentato di autismo” nei bambini. Un annuncio shock, privo di fondamento scientifico, che ha immediatamente scatenato l’allarme tra future mamme, operatori sanitari e comunità scientifica internazionale.

Paracetamolo e autismo: quando le parole diventano pericolose

Ma cosa sappiamo davvero? E soprattutto: quali danni possono derivare da affermazioni di questo tipo, diffuse senza basi solide?


La scienza smentisce

Il paracetamolo è uno dei farmaci più usati al mondo. Sicuro ed efficace, rappresenta da decenni la prima scelta per abbassare la febbre o alleviare dolori lievi e moderati, anche in gravidanza. Non è un farmaco esente da rischi — nessuno lo è — ma le evidenze raccolte finora confermano che, se assunto alle dosi prescritte, non comporta conseguenze gravi né per la madre né per il feto.

L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) è intervenuta immediatamente per smontare le dichiarazioni di Trump. “Non ci sono prove che il paracetamolo causi autismo nei bambini”, ha ribadito Steffen Thirstrup, direttore sanitario dell’EMA. L’agenzia ricorda come già nel 2019 fosse stata condotta un’analisi approfondita degli studi disponibili, i cui risultati si erano rivelati inconcludenti. In sostanza: nessuna correlazione scientificamente dimostrata.

E anche i neuropsichiatri infantili italiani hanno sottolineato la gravità del messaggio. “Comunicare dati parziali e non definitivi senza la dovuta cautela genera paure infondate”, avvertono.


Quando la correlazione non è causalità

Il nodo della questione sta tutto qui. Alcuni studi osservazionali, condotti su ampi campioni, hanno segnalato una possibile associazione statistica tra uso intensivo di paracetamolo in gravidanza e aumento di diagnosi di autismo nei figli. Ma “associazione” non significa “causa”.

In epidemiologia, il fatto che due eventi si verifichino insieme non implica automaticamente che l’uno provochi l’altro. Al contrario, possono entrare in gioco molti altri fattori: ambientali, genetici, comportamentali. È il caso, ad esempio, di ricerche svedesi su oltre due milioni di cartelle cliniche: i dati indicano una correlazione, ma gli stessi autori avvertono che non esistono prove di un nesso causale diretto.


L’autismo, una condizione multifattoriale

L’autismo è uno dei disturbi del neurosviluppo più complessi da studiare. Oggi la comunità scientifica concorda sul fatto che si tratti di una condizione multifattoriale: frutto dell’interazione tra predisposizione genetica e fattori ambientali.

Tra i possibili fattori di rischio identificati ci sono l’esposizione ad agenti inquinanti in gravidanza, le nascite premature, il basso peso alla nascita. Alcuni studi hanno osservato anche un lieve incremento del rischio nei figli di padri con età avanzata. Ma nessuno di questi elementi, da solo, spiega l’aumento delle diagnosi registrato negli ultimi anni.

Soprattutto, non esistono evidenze credibili che colleghino l’autismo a farmaci o vaccini, nonostante campagne di disinformazione abbiano più volte cercato di convincere l’opinione pubblica del contrario.


I rischi della disinformazione

Le parole di Trump rischiano di avere conseguenze dirette sulla salute pubblica. Le donne incinte, spaventate, potrebbero rinunciare ad assumere paracetamolo anche quando prescritto dal medico. Una febbre alta non trattata in gravidanza, però, può essere molto più pericolosa per il feto di un farmaco ben dosato.

In parallelo, madri che hanno già assunto paracetamolo potrebbero sentirsi colpevoli, ritenendosi responsabili di un’eventuale diagnosi di autismo del proprio figlio. Un peso psicologico enorme e ingiustificato, che rischia di aumentare ansia e senso di isolamento.

Infine, c’è il rischio più insidioso: la perdita di fiducia nelle istituzioni scientifiche. Ogni volta che un leader politico diffonde affermazioni non supportate da dati solidi, si erode quel capitale di credibilità che consente alle persone di affidarsi alla medicina e alla ricerca. È lo stesso meccanismo visto durante la pandemia di Covid-19, con le fake news sui vaccini che hanno rallentato le campagne di immunizzazione.


Le voci della responsabilità

Per questo, l’intervento delle agenzie regolatorie è stato immediato. “Il paracetamolo rimane un’opzione importante per le donne in gravidanza, se utilizzato secondo le raccomandazioni mediche”, ricorda l’EMA.

E la comunità scientifica invita i media a maneggiare queste notizie con la massima prudenza. Non si tratta di censurare, ma di contestualizzare. Un titolo sensazionalistico può diventare virale in pochi minuti, mentre le smentite faticano a circolare con la stessa rapidità.

La responsabilità non è solo dei leader politici, ma anche di chi dà voce a certe dichiarazioni senza verificarne la solidità.


Il confine sottile tra informazione e allarme

Il caso Trump riporta al centro una questione cruciale: il confine tra diritto all’informazione e rischio di generare allarme. Nessuno mette in discussione la necessità di indagare a fondo i possibili effetti collaterali dei farmaci, compreso il paracetamolo. La ricerca deve andare avanti, senza tabù. Ma diffondere ipotesi non confermate come fossero certezze rischia di fare più danni che benefici.

La lezione, ancora una volta, è che i numeri vanno interpretati con rigore. Una percentuale, un grafico, uno studio preliminare possono raccontare storie molto diverse, a seconda di come vengono presentati. Per questo servono competenze, responsabilità e rispetto per chi riceve il messaggio.


Conclusione: tra scienza e retorica

In un’epoca in cui le fake news corrono veloci, la scienza deve alzare la voce. Non con arroganza, ma con chiarezza. Le parole di Trump sul paracetamolo e l’autismo non hanno alcun fondamento scientifico, ma hanno già prodotto un’onda lunga di paura e confusione.

È la dimostrazione che, a volte, le dichiarazioni infondate di un leader possono essere più pericolose della malattia stessa. Perché minano la fiducia, creano divisioni e alimentano sospetti.

Il compito delle istituzioni scientifiche e dei media è oggi più che mai quello di ricordare che la verità non si costruisce a colpi di slogan. E che, per proteggere la salute, servono dati, prove e responsabilità.

Paracetamolo e autismo: quando le parole diventano pericolose

Tre libri in italiano, inclusi autori stranieri tradotti, che affrontano il tema autismo, salute e disinformazione scientifica:

  1. Simon Baron-Cohen – Autismo e sindrome di Asperger (Raffaello Cortina Editore, traduzione italiana)
    Un testo fondamentale che spiega con chiarezza le basi scientifiche dell’autismo, le differenze nello spettro e i fattori genetici ed ambientali che possono influire sullo sviluppo, smontando pregiudizi e semplificazioni.
  2. Uta Frith – L’autismo. Spiegazione di un enigma (Il Mulino, traduzione italiana)
    Una delle più grandi studiose dell’autismo offre un’analisi rigorosa ma accessibile, descrivendo come la ricerca scientifica abbia costruito nel tempo conoscenze affidabili, lontane da falsi miti e correlazioni non dimostrate.
  3. Gianluca Daffi – Autismo: che cos’è davvero. Comprendere per aiutare (Giunti Edu)
    Un libro italiano che affronta il tema in modo divulgativo, rivolto a genitori, insegnanti e operatori, utile a distinguere i dati scientifici da affermazioni infondate e per capire come sostenere concretamente bambini e ragazzi nello spettro.
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