Palestina: risposte necessarie a domande urgenti
Palestina: risposte necessarie a domande urgenti
Lo spirito di un luogo è fatto di carne e sangue, di parole e silenzi, di memoria e resistenza. In Palestina, più che altrove, ogni pietra racconta una storia e ogni volto riflette un’intera esistenza spezzata o sospesa. Attraverso il lavoro di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e grazie alle testimonianze raccolte nel suo recente viaggio umano e politico, possiamo avvicinarci – con rispetto, rabbia e responsabilità – ad alcune delle domande più urgenti e ineludibili che riguardano la condizione del popolo palestinese.

Quali sono le conseguenze dell’occupazione?
L’occupazione israeliana dei territori palestinesi – iniziata nel 1967 e mai conclusa – ha generato un sistema complesso di controllo militare, segregazione, espropriazione e violenza strutturale. A ciò si aggiungono l’espansione continua degli insediamenti illegali, il muro di separazione, i checkpoint, le demolizioni di case e la frammentazione del territorio. Le conseguenze non sono solo geopolitiche, ma quotidiane: la vita delle persone viene minata in ogni aspetto, dall’accesso all’acqua a quello all’istruzione, dalla mobilità alla salute mentale.
Attraverso la voce di Ghassan Abu-Sittah, chirurgo volontario tornato da Londra, apprendiamo come i bombardamenti su Gaza non colpiscano solo obiettivi militari, ma annientino ospedali, scuole, famiglie intere, spesso senza alcun preavviso. Abu-Sittah racconta corpi mutilati e anime in frantumi, senza alcun rifugio dove guarire. L’occupazione non è dunque solo la presenza fisica di un esercito: è una negazione sistematica di dignità e futuro.
Dov’è la casa di una persona rifugiata?
Una casa è più di un tetto: è radici, identità, stabilità. Per milioni di palestinesi, rifugiati dal 1948 ad oggi, la casa è un luogo perduto o mai avuto. I campi profughi in Libano, in Cisgiordania o a Gaza non sono più “temporanei”: sono diventati enclavi permanenti di precarietà e marginalizzazione. I palestinesi rifugiati non hanno diritto al ritorno, spesso neanche alla cittadinanza nei Paesi ospitanti, e vivono in un limbo giuridico e sociale che si trasmette di generazione in generazione.
Attraverso le parole di Malak Mattar, giovane artista fuggita da Gaza per cercare libertà creativa e salvezza fisica, comprendiamo che una casa può diventare una condanna se non garantisce sicurezza e possibilità. Per lei, come per tanti altri, la vera casa non è solo un luogo geografico, ma uno spazio di espressione e riconoscimento.
In che condizioni vive il popolo palestinese?
Le condizioni di vita variano a seconda delle aree, ma sono ovunque segnate da limitazioni imposte e violenze sistematiche. A Gaza, dopo il 7 ottobre 2023, la situazione è drammatica: una crisi umanitaria senza precedenti, aggravata da un assedio totale, con accesso limitato a cibo, acqua, elettricità, cure mediche. Ma anche in Cisgiordania la vita è condizionata da arresti arbitrari, incursioni notturne, restrizioni di movimento, e da un’economia compressa dall’occupazione.
Abu Hassan, che accompagna Francesca ai margini di Gerusalemme, mostra un paesaggio fatto di checkpoint, povertà e frustrazione. Eppure, anche in queste condizioni, la gente resiste. Le madri mandano i figli a scuola, gli agricoltori coltivano ulivi, gli artisti dipingono. Ma ciò non toglie che si tratti di una sopravvivenza ostinata, non di una vita piena.
Fino a che punto può arrivare la crudeltà di un genocidio?
Il termine genocidio è grave, pesante, e non va usato alla leggera. Eppure, sempre più osservatori internazionali, giuristi e organizzazioni per i diritti umani denunciano che le azioni israeliane a Gaza – per frequenza, intensità, bersagli e dichiarazioni politiche – configurano un intento genocidario. Il diritto internazionale parla chiaro: genocidio è l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.
Le parole di Hind Rajab, sei anni, morta sotto le bombe mentre supplicava i soccorsi al telefono, sono il simbolo dell’innocenza annientata. Le vittime civili non sono danni collaterali, ma soggetti di diritto privati del più elementare dei diritti: quello alla vita. Il silenzio o l’inazione della comunità internazionale diventa, in questo contesto, una complicità morale e politica.
E noi, cosa possiamo fare?
Francesca Albanese ci invita a non fermarci alla compassione. Le storie che racconta – da George a Gabor Maté, da Eyal Weizman a Ingrid Jaradat Gassner – ci mostrano che è possibile guardare oltre le narrazioni dominanti. È possibile coniugare la memoria della Shoah con il rispetto per la vita dei palestinesi. È possibile essere ebrei, israeliani o europei e opporsi all’apartheid. È possibile passare dall’indignazione all’azione.
In un mondo che normalizza l’ingiustizia, raccontare queste storie è un atto di resistenza. Chi legge, oggi, non può più dire “non sapevo”. Ogni nome citato, ogni volto incontrato, è un invito a prendere posizione. La domanda, alla fine, non è solo “cosa succede in Palestina?”, ma: che tipo di essere umano voglio essere di fronte a tutto questo?
Conclusione
La Palestina è fatta di persone, non solo di numeri o notizie. E le persone raccontate da Francesca Albanese ci chiedono di ascoltare, di capire, di agire. Le conseguenze dell’occupazione sono ovunque: nei corpi feriti, nelle case distrutte, nei sogni interrotti. Ma anche nella nostra responsabilità di cittadini del mondo.
Non possiamo restare neutrali di fronte all’ingiustizia. Perché, come scriveva Elie Wiesel, “l’indifferenza è più pericolosa della rabbia e dell’odio”. E la Palestina oggi non ha bisogno solo di osservatori: ha bisogno di testimoni e alleati.
Palestina: risposte necessarie a domande urgenti
Tre libri in italiano che offrono approfondimenti sul tema della Palestina, delle sue storie, delle ferite collettive e dell’occupazione:
1. “Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina” – Francesca Albanese
(Rizzoli, 27 maggio 2025)
Un’opera recente e preziosa della Relatrice Speciale ONU sui territori palestinesi occupati, che intreccia dieci ritratti umani a dieci incontri chiave. Attraverso le storie di persone come Hind Rajab, Abu Hassan, Malak Mattar, Ghassan Abu‑Sittah e altri, l’autrice risponde a domande cruciali: quali sono le conseguenze dell’occupazione? Dov’è la casa di un rifugiato? Fino a dove può arrivare la crudeltà di un genocidio? Un testo che unisce testimonianza, analisi e impegno civile
2. “Palestina. Una nazione occupata” – Joe Sacco (trad. italiana)
(Edizioni Phoenix / Mondadori Oscar Ink, varie edizioni dal 1998 al 2019)
Graphic novel reportage in cui Joe Sacco racconta la vita quotidiana nei territori occupati durante un viaggio in Cisgiordania e Gaza all’inizio degli anni ’90. Con disegni incisivi ed empatici, documenta le difficoltà, le frustrazioni, le storie personali dei palestinesi, raccontando attraverso il fumetto un dramma umano che ha radici profonde e attuali
3. “La danza dello scorpione” – Akram Musallam (trad. italiana)
(originariamente pubblicato in arabo, tradotto in italiano)
Romanzo semiautobiografico ambientato a Ramallah dopo gli Accordi di Oslo, che racconta, con metafore e delicatezza, l’impotenza e la frammentazione dell’identità palestinese. La figura dello “scorpione” diventa simbolo del desiderio di liberazione e della lotta incessante per resistere, nonostante la corruzione, i fallimenti e il peso dell’occupazione
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