La Befana di Pascoli: una poesia che parla ancora al nostro tempo
La Befana di Pascoli: una poesia che parla ancora al nostro tempo
Ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, la figura della Befana torna a popolare l’immaginario collettivo italiano: una vecchina che vola, porta doni, chiude simbolicamente il ciclo delle feste. Eppure, dietro questa immagine folkloristica, Giovanni Pascoli ha saputo cogliere e restituire qualcosa di molto più profondo. La Befana non è soltanto una poesia legata alla tradizione popolare, ma un testo denso di significati, capace di parlare di amore, disuguaglianza e fragilità umana con una forza che resta sorprendentemente attuale.

Fin dai primi versi, Pascoli ci conduce in un paesaggio invernale severo: “neve, gelo e tramontana” avvolgono la Befana, stanca, con “le mani al petto in croce”. Non c’è nulla di festoso o colorato. La natura non è uno sfondo neutro, ma una presenza viva, quasi sacra, che accompagna la figura della Befana trasformandola in una sorta di pellegrina silenziosa. Il vento è la sua voce, la neve il suo mantello: elementi che la rendono parte del mondo, e allo stesso tempo testimone delle sue contraddizioni.
La poesia procede per quadri, come una lenta carrellata cinematografica. La Befana si accosta prima a una villa: tutto è quieto, ordinato, rassicurante. Tre bambini dormono in tre lettini, e accanto a loro pendono “tre calze lunghe e fini”. La luce del lumino accompagna la madre che sale e scende con i doni, il volto illuminato “come lampada di chiesa”. È una scena domestica, calda, quasi sacralizzata. Qui l’amore materno coincide con la possibilità concreta di donare, di proteggere, di garantire un futuro sereno.
Poi, con un passaggio che non ha bisogno di spiegazioni esplicite, Pascoli sposta lo sguardo verso il casolare. La Befana passa “per la via maestra”, mentre “trema ogni uscio, ogni finestra”. L’atmosfera cambia: al posto dei lettini ci sono “tre strapunti”, al posto delle calze “tre zoccoli consunti”. La madre veglia e fila, sospira e piange. Non porta doni: può solo attendere, resistere, tenere insieme ciò che resta. In questa scena, la povertà non è urlata, ma suggerita con una precisione dolorosa, fatta di oggetti minimi e gesti ripetuti.
Il cuore della poesia sta proprio in questo contrasto. Pascoli non giudica, non predica, non indica colpevoli. Si limita a mostrare. Da una parte c’è chi ride, dall’altra chi piange. La Befana vede e sente entrambe le realtà, e per questo porta “nuvoli alla fronte”. È una figura empatica, non onnipotente. Non risolve le ingiustizie, non riequilibra il mondo. È testimone silenziosa di una disparità che appare strutturale, inscritta nel tessuto stesso della società.
In questa chiave, La Befana diventa una poesia profondamente moderna. Parla di disuguaglianze sociali senza mai nominarle apertamente, affidandosi alla forza evocativa delle immagini. Parla di maternità come luogo di amore, ma anche di sacrificio e dolore. Parla di un’infanzia che non è uguale per tutti, di destini che si dividono già nella culla. E parla, soprattutto, di uno sguardo che non può più fingere di non vedere.
Il paesaggio invernale, con il suo gelo e il suo silenzio, funziona come metafora di un freddo più profondo: quello sociale, quello che separa, isola, rende invisibili. La Befana che torna al monte all’alba non è sconfitta, ma consapevole. Porta con sé ciò che ha visto, e ciò che ha visto pesa. È un’immagine potente, che trasforma una figura del folklore in un simbolo etico.
Riletta oggi, questa poesia interroga anche il nostro presente. In un mondo che spesso celebra il consumo, l’apparenza, la felicità obbligatoria, Pascoli ci ricorda che non tutti partono dallo stesso punto. E che dietro ogni festa, dietro ogni rito collettivo, esistono storie di esclusione e mancanza. Il verso finale, con quella mamma che “piange ancora su quei bimbi senza niente”, non lascia spazio a illusioni consolatorie.
Il 6 gennaio non è solo la fine delle feste: può essere anche un momento di bilancio. Possiamo chiederci, come società, che mondo stiamo consegnando ai bambini. Se davvero stiamo donando felicità, o solo oggetti. Se sappiamo vedere, come la Befana pascoliana, le differenze che attraversano le nostre città e le nostre case.
La Befana resta così una poesia necessaria. Perché unisce tradizione e coscienza critica, tenerezza e dolore, memoria e responsabilità. E ci invita, senza retorica, a non distogliere lo sguardo. A donare, sì, ma soprattutto a immaginare e costruire un futuro in cui non ci siano più bambini “senza niente”.
Solo alla fine di questo percorso si scopre che questi erano i punti centrali del discorso di Papa Francesco sulla pace per il 2025, ispirati proprio a un’idea di giustizia, empatia e responsabilità collettiva.
La Befana di Pascoli: una poesia che parla ancora al nostro tempo
Quattro libri in italiano (tra autori italiani e stranieri tradotti) che affrontano, da prospettive diverse, i temi dell’infanzia, della giustizia sociale, dell’immaginazione, dell’educazione e dello sguardo etico sul mondo. Tutti i volumi proposti offrono letture profonde, stimolanti e adatte sia a un pubblico culturale che a lettori appassionati di riflessioni sulla società.
📚 Libri consigliati
1) Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie
Gianni Rodari
📌 Perché leggerlo:
Un classico fondamentale della pedagogia e dell’immaginazione creativa, scritto da uno dei più grandi autori per l’infanzia del Novecento. Rodari non si limita a spiegare come inventare storie, ma perché farlo: la fantasia è vista come uno strumento di conoscenza, di emancipazione e di trasformazione personale e sociale. Questo libro è un invito a guardare il mondo con occhi nuovi, a riconoscere il valore dell’immaginazione nella crescita dei bambini — e degli adulti — e a usarla per superare stereotipi, ingiustizie e pregiudizi.
📌 Temi chiave: immaginazione, creatività, educazione, linguaggio, emancipazione.
2) Il piccolo principe
Antoine de Saint-Exupéry (tradotto in italiano)
📌 Perché leggerlo:
Apparso per la prima volta nel 1943, Il piccolo principe è uno dei libri più amati e tradotti al mondo, ma la sua profondità etica resta perenne. Attraverso lo sguardo innocente di un bambino che visita pianeti e incontra adulti “strani”, il racconto esplora valori universali come l’amicizia, la responsabilità, la solitudine e il rapporto con l’altro. È un’opera che parla alla mente e al cuore di ciascuno, ricordando che l’essenziale è invisibile agli occhi — un messaggio fondamentale per una comprensione etica del mondo.
📌 Temi chiave: infanzia, responsabilità, rapporto con gli altri, senso dell’essere.
3) Pedagogia del bambino felice. Educare oggi con amore e consapevolezza
Jesper Juul (autore danese tradotto in italiano)
📌 Perché leggerlo:
Non un testo esclusivamente per educatori, ma un saggio di profonda rilevanza per tutti coloro che si interrogano sulla crescita umana e affettiva. Juul propone una visione dell’educazione che pone al centro il rispetto, l’autenticità e l’empatia, opponendosi a modelli autoritari o meramente performativi. La felicità del bambino è intesa non come stato euforico, ma come sviluppo equilibrato della personalità, della relazione e della dignità. Un contributo potente al tema della giustizia sociale e dell’etica dell’educare.
📌 Temi chiave: educazione affettiva, dignità dell’infanzia, relazioni, consapevolezza.
4) Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare
Luis Sepúlveda (autore cileno tradotto in italiano)
📌 Perché leggerlo:
Un racconto che, pur rivolgendosi ai giovani lettori, contiene lezioni etiche e civiche profonde. Ambientato sulla costa, racconta la storia di una gabbianella rimasta orfana e adottata da un gatto, Zorba. Attraverso questa relazione inattesa e tenera, Sepúlveda invita a riflettere su temi come la solidarietà, l’inclusione, la diversità e la responsabilità verso il più debole. È un testo che parla di amore e giustizia — valori essenziali per costruire un mondo più umano.
📌 Temi chiave: solidarietà, diversità, responsabilità, infanzia, natura.

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