Foibe, oltre le ideologie: quando i fatti superano le appartenenze

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Foibe, oltre le ideologie: quando i fatti superano le appartenenze

Ogni 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo, l’Italia è chiamata a fermarsi davanti a una ferita che per troppo tempo è rimasta ai margini della coscienza nazionale. Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata non sono solo una pagina tragica del Novecento europeo: sono il luogo in cui la storia mostra la propria nudità, spogliata delle giustificazioni ideologiche, dei miti identitari e delle semplificazioni nazionalistiche. Qui, più che altrove, i fatti hanno avuto la meglio sulle narrazioni, imponendo una verità scomoda: il male non ha bisogno di grandi teorie per manifestarsi, basta che venga normalizzato.

Foibe, oltre le ideologie: quando i fatti superano le appartenenze

I massacri delle foibe avvennero tra il 1943 e il 1945, e poi negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, nei territori della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia. Militari e civili italiani – ma non solo – furono uccisi dai partigiani jugoslavi e dagli apparati di sicurezza del nascente Stato di Tito. Alcuni vennero gettati negli inghiottitoi carsici che hanno dato il nome a questa tragedia; molti altri morirono nei campi di prigionia jugoslavi o durante le deportazioni. La storia, quando è fatta seriamente, impone precisione: come ricordano gli storici Raoul Pupo e Roberto Spazzali, parlare di “foibe” come sinonimo assoluto rischia di occultare la complessità della repressione, che fu soprattutto fatta di arresti, deportazioni, eliminazioni sistematiche.

Le stime sulle vittime oscillano, e anche questo è diventato terreno di scontro politico. Secondo Pupo e Spazzali, i morti sono compresi tra le 3.000 e le 5.000 persone; cifre più alte arrivano a 11.000 includendo anche i caduti italiani nella lotta antipartigiana. Ma il punto non è il numero, bensì la natura della violenza: una violenza che colpì in modo indiscriminato, spesso sulla base di liste, sospetti, appartenenze presunte. Fascisti, antifascisti, funzionari, contadini, insegnanti, donne: l’ideologia fu un pretesto, non sempre la causa. La logica era quella dell’eliminazione del “nemico potenziale” in un contesto di resa dei conti, di ridefinizione forzata dei confini, di costruzione di un nuovo ordine totalitario.

Qui emerge con forza ciò che Hannah Arendt chiamò la “banalità del male”. Non un male demoniaco, eccezionale, ma un male amministrativo, praticato da uomini comuni che eseguono ordini, compilano elenchi, sorvegliano deportazioni. Nelle foibe e nei campi jugoslavi il male non urlava: funzionava. Si nutriva di burocrazia, di paura, di conformismo. E generava altro male, perché la violenza subita non si esaurì negli eccidi, ma proseguì nell’esodo.

Dopo i massacri, infatti, si consumò una delle più grandi migrazioni forzate del dopoguerra europeo: l’esodo giuliano-dalmata. Tra il 1941 e il 1956, circa 250.000–350.000 persone lasciarono le loro terre. Secondo le stime più recenti, circa 300.000 individui abbandonarono Venezia Giulia, Quarnaro e Dalmazia, tra cui anche 45.000 sloveni e croati che non accettavano il nuovo regime. Non fu solo una fuga etnica, come talvolta si semplifica: fu l’effetto combinato di un potere totalitario che negava la libertà di espressione, di un clima di terrore e di una frattura irreversibile nella convivenza civile.

Per decenni, questa storia è rimasta prigioniera di opposte strumentalizzazioni. A destra, ridotta a clava contro l’antifascismo; a sinistra, minimizzata o rimossa per non incrinare il mito resistenziale. Ma la maturità di una democrazia si misura proprio nella capacità di guardare alle proprie zone d’ombra senza paura. Ricostruire i fatti significa sottrarli all’uso ideologico, riconoscendo che il Novecento è stato il secolo in cui le identità assolute – nazionali, etniche, politiche – hanno prodotto distruzione.

Oggi, a ottant’anni di distanza, il Giorno del Ricordo non dovrebbe essere un rito stanco né un campo di battaglia simbolico. Dovrebbe essere, piuttosto, un esercizio civile. Perché le foibe parlano anche al presente. Parlano di confini che diventano ferite, di minoranze trasformate in capri espiatori, di Stati che, in nome della sicurezza o della giustizia storica, legittimano la repressione. Parlano di come l’odio, quando viene normalizzato, diventi sistema.

Ricordare non significa equiparare tutto né cancellare le responsabilità del fascismo italiano nei Balcani. Significa tenere insieme le verità, anche quando sono scomode. Significa accettare che la storia non è un tribunale a senso unico, ma un luogo di complessità. Solo così il ricordo smette di essere vendetta simbolica e diventa memoria condivisa.

Le foibe ci insegnano che il male non nasce solo dalle grandi ideologie, ma dalla loro applicazione cieca, quando l’essere umano smette di contare. È questa la lezione più attuale: vigilare perché nessuna appartenenza, nessuna causa, nessuna bandiera renda di nuovo “normale” l’eliminazione dell’altro. In questa vigilanza, forse, sta il senso più profondo del ricordare.

Foibe, oltre le ideologie: quando i fatti superano le appartenenze

Tre libri in italiano, tra autori italiani e opere tradotte che esplorano in modo approfondito, critico e rigoroso i temi delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, della memoria divisa e della complessità storica del confine orientale:

📚 Libri consigliati

1. Dopo venuti a Trieste – Gloria Nemec
Un’opera di grande intensità narrativa e civile, costruita attraverso voci, testimonianze e frammenti di memoria degli esuli giuliano-dalmati arrivati a Trieste. Nemec restituisce il trauma dello sradicamento e dell’accoglienza mancata, mostrando come l’esodo non sia stato solo un evento storico, ma una ferita esistenziale e identitaria. Il libro affronta con lucidità il tema della memoria negata e del silenzio pubblico che per decenni ha accompagnato queste vicende.

2. Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza – Raoul Pupo
Uno dei testi fondamentali per comprendere il contesto storico delle foibe e dell’esodo. Pupo, tra i massimi storici del confine orientale, ricostruisce oltre un secolo di conflitti, nazionalismi, violenze e repressioni nell’area adriatica. Il merito del libro è sottrarre la storia alle semplificazioni ideologiche, mostrando come la violenza sia il prodotto di una stratificazione di eventi, paure e politiche identitarie. Un saggio indispensabile per chi cerca una lettura non strumentale del Novecento.

3. Cronaca delle baracche – Nelida Milani
Un testo letterario e autobiografico che racconta l’esperienza degli esuli istriani nei campi profughi italiani. Milani descrive la vita nelle baracche non solo come condizione materiale di miseria, ma come spazio simbolico della sospensione: tra passato perduto e futuro incerto. Il libro dà voce a chi è rimasto ai margini della narrazione nazionale, intrecciando memoria personale e storia collettiva, e interrogando il lettore sul significato profondo di patria, appartenenza e perdita.

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