Lavoro dei rider tra algoritmo, sfruttamento e diritti negati
Pagati 2,72 euro sotto la pioggia: il lavoro dei rider tra algoritmo, sfruttamento e diritti negati
Due euro e settantadue centesimi per cinque chilometri, sotto la pioggia. Non è uno slogan, ma una cifra messa nero su bianco negli atti della Procura di Milano. È il compenso riconosciuto a un rider, uno dei circa 40mila lavoratori che in Italia consegnano cibo per conto di Foodinho, la società di delivery controllata da Glovo. Una cifra che da sola racconta molto più di tante analisi: racconta un lavoro povero, fragile, esposto, e sempre più spesso ai limiti – se non oltre – della legalità.

Per questo il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per caporalato nei confronti della società. Un provvedimento straordinario, motivato da oltre cinquanta pagine di accertamenti che parlano di “situazioni tossiche”, di “sfruttamento lavorativo sistemico” e di retribuzioni “inferiori fino all’81,62% rispetto alla contrattazione collettiva”. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni benevole: il lavoro dei rider, così come organizzato, non garantisce “un’esistenza libera e dignitosa”, come prescrive l’articolo 36 della Costituzione.
Il paradosso della modernità
Il caso Glovo non è un’eccezione, ma il simbolo di un modello economico che si presenta come innovativo e flessibile, mentre ripropone dinamiche antiche: cottimo, assenza di tutele, scarico del rischio sul lavoratore. Cambiano gli strumenti – oggi è l’algoritmo a distribuire ordini e penalizzazioni – ma la sostanza resta la stessa. Il rider è formalmente autonomo, ma sostanzialmente subordinato; libero di accettare o rifiutare una consegna, ma consapevole che ogni rifiuto può tradursi in meno lavoro, meno punteggio, meno reddito.
È la nuova frontiera del caporalato, digitale e opaca. Non c’è un caporale in carne e ossa, ma una piattaforma che decide tempi, percorsi, compensi e priorità. Il tutto senza un vero confronto sindacale e con contratti che, secondo la Procura, violano apertamente la contrattazione collettiva nazionale.
Sotto la soglia di povertà
Il dato più inquietante non è solo l’entità delle paghe, ma la loro normalizzazione. Guadagnare meno del salario minimo di sopravvivenza diventa routine. Lavorare sotto la pioggia, di notte, nel traffico, senza coperture adeguate, diventa parte del “gioco”. E quando il lavoro non basta a vivere, il rischio è duplice: da un lato la precarietà materiale, dall’altro una precarietà democratica, perché chi vive costantemente in affanno ha meno tempo, energia e strumenti per rivendicare diritti.
La Procura di Milano lo dice chiaramente: siamo di fronte a una situazione che coinvolge migliaia di persone e che va fermata “al più presto”. Il controllo giudiziario servirà a garantire il rispetto delle norme, la regolarizzazione dei lavoratori e l’adozione di un modello organizzativo che non favorisca lo sfruttamento. Ma il punto è più ampio e riguarda l’intero sistema del lavoro su piattaforma.
Il vuoto della politica
Di fronte a questi fatti, una domanda si impone: com’è possibile che si sia arrivati fin qui? La risposta chiama in causa anni di ambiguità normativa e di scelte politiche rinviate. Il dibattito sul salario minimo, ciclicamente riaperto e puntualmente affossato, è uno degli esempi più evidenti. Eppure, basterebbe applicare fino in fondo la Costituzione per stabilire che nessun lavoro può essere pagato 2,72 euro per cinque chilometri.
In Italia non manca la cornice giuridica: esistono i contratti collettivi, esistono le norme contro il caporalato, esiste una magistratura che interviene quando lo sfruttamento diventa evidente. Quello che manca è una volontà politica chiara di prevenire, anziché inseguire le emergenze giudiziarie.
Quali soluzioni?
La prima soluzione è culturale prima ancora che normativa: smettere di chiamare “flessibilità” ciò che è precarietà strutturale. Il lavoro digitale non è un gioco, ma lavoro a tutti gli effetti, e come tale va regolato. In questo senso, il salario minimo legale rappresenterebbe una soglia invalicabile, un argine contro le retribuzioni indecenti. Non una panacea, ma un punto di partenza.
La seconda soluzione riguarda il riconoscimento pieno del rapporto di lavoro. Se una piattaforma organizza tempi, modalità e compensi, non può continuare a scaricare ogni responsabilità sul lavoratore. Serve una presunzione di subordinazione, come già avviene in altri Paesi europei, che costringa le aziende a garantire contributi, assicurazioni e tutele.
Infine, è necessario rafforzare la rappresentanza. I rider sono spesso giovani, migranti, studenti: soggetti frammentati, difficili da organizzare, e proprio per questo più vulnerabili. Favorire forme di sindacalizzazione, anche nuove e ibride, è essenziale per riequilibrare un rapporto di forza oggi totalmente sbilanciato.
Dignità del lavoro, non beneficenza
Il caso Glovo non riguarda solo una multinazionale, ma l’idea stessa di lavoro che vogliamo accettare. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di sottrarla alla logica del massimo profitto a ogni costo. Il lavoro non è una variabile residuale di un algoritmo: è il fondamento della cittadinanza democratica.
Ripartire dalla Costituzione non è uno slogan nostalgico, ma una necessità urgente. Perché un Paese che accetta che migliaia di persone lavorino sotto la soglia di povertà non sta innovando: sta semplicemente arretrando. E a pagare il conto, come sempre, sono i più fragili.
Pagati 2,72 euro sotto la pioggia: il lavoro dei rider tra algoritmo, sfruttamento e diritti negati
Tre libri che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i temi trattati nell’articolo sui rider sottopagati e il lavoro nella gig economy:
📘 1. Lo sfruttamento dei rider del food delivery. Caporalato, lavoro straniero e piattaforme digitali
Autore: M. Davide Sartori
Un testo di riferimento per chi vuole comprendere in profondità come e perché il lavoro dei rider sia diventato simbolo di sfruttamento nel mondo delle piattaforme digitali. Sartori analizza non solo gli aspetti contrattuali e retributivi, ma anche le dinamiche di caporalato digitale, il ruolo dei flussi migratori e l’impatto delle strutture aziendali basate su algoritmi. Il libro combina dati, inchiesta sul campo e contesto normativo per mostrare le contraddizioni del lavoro digitale, dove autonomia formale e controllo effettivo si confondono in una forma di subordinazione “soft” ma profonda.
🔎 Temi principali:
- caporalato digitale e sfruttamento contrattuale
- lavoro straniero e segmentazione del mercato
- algoritmi come strumenti di controllo
- conflittualità, organizzazione collettiva e sindacalizzazione
👉 Perché leggerlo: offre un’analisi rigorosa e attuale, utile a comprendere la criticità del caso giudiziario di Milano contro Foodinho/Glovo e la situazione più ampia dei rider in Italia.
📘 2. Invisibili al lavoro. Gli operai del clic ai tempi della gig economy
Autore: Giacomo Prati
Prati compie una vera e propria “arqueologia” sociale del lavoro nella gig economy, ricostruendo come la digitalizzazione abbia prodotto nuove forme di subordinazione. Il volume dà voce agli “operai del clic” — rider, fattorini, courier digitali — e li restituisce non come dati statistici ma come soggetti reali delle trasformazioni del mercato del lavoro dell’ultimo decennio. Coniugando teoria sociologica, analisi delle piattaforme e testimonianze dirette, Prati evidenzia come staticità contrattuale, precarietà, paghe bassissime e responsabilità individuale non siano anomalie ma tratti strutturali della gig economy.
🔎 Temi principali:
- precarietà strutturale e lavoro digitale
- algoritmo, performance e controllo indiretto
- processo di deregolamentazione e rischio sociale
- prospettive critiche e possibilità di organizzazione
👉 Perché leggerlo: offre un quadro culturale e teorico per comprendere dove si situa il fenomeno dei rider nell’evoluzione globale del mercato del lavoro.
📘 3. Insubordinati. Inchiesta sui rider
Autore: Rosita Rijtano
Un’inchiesta giornalistica profonda e coinvolgente sul mondo dei rider in Italia: le condizioni contrattuali, le logiche delle piattaforme, le storie individuali e collettive di lotta e resistenza. Rijtano racconta come questi lavoratori — spesso giovani, migranti, privi di tutele — vivono, respirano, denunciano e organizzano risposte all’interno di un sistema che tende a considerarli “risorse variabili” da sfruttare nei momenti di picco della domanda. Il libro mescola reportage, interviste, dati e riflessioni critiche su cosa significhi lavorare per una piattaforma nei termini imposti da modelli aziendali che massimizzano profitti riducendo rischi e tutele.
🔎 Temi principali:
- storie dirette di lavoratori digitali
- strategie di resistenza e conflitto collettivo
- analisi delle piattaforme di delivery
- rivendicazioni e prospettive di regolamentazione
👉 Perché leggerlo: è una testimonianza viva della situazione reale dei rider, utile per chi vuole capire in prima persona cosa accade dietro le statistiche.

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