Eredità politica di Pasolini tra Valle Giulia e Torino
Eredità politica di Pasolini tra Valle Giulia e Torino – Pasolini e il Sessantotto: la provocazione come atto politico
Pier Paolo Pasolini e il Sessantotto italiano continuano a incontrarsi e scontrarsi nel dibattito pubblico come due corpi celesti destinati a non allinearsi mai del tutto. A oltre mezzo secolo dagli scontri di Valle Giulia e dalla pubblicazione de Il PCI ai giovani!!, la posizione di Pasolini sul movimento studentesco resta una delle più fraintese, semplificate e strumentalizzate della storia culturale italiana. Ridotta spesso a una formula brutale – “Pasolini stava con la polizia” – essa perde la sua natura più profonda: quella di una provocazione politica e morale, concepita come strumento di verità in un’epoca di slogan e appartenenze automatiche.

Il contesto è noto. Il 1° marzo 1968, a Valle Giulia, studenti e polizia si affrontano violentemente. Pochi mesi dopo, su Nuovi Argomenti, Pasolini pubblica una poesia destinata a scandalizzare: Il PCI ai giovani!!. Il passaggio più citato – “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti!” – diventa immediatamente un’arma retorica. L’Espresso ne pubblica un estratto con il titolo sensazionalistico “Vi odio, cari studenti”, isolando quei versi dal resto del testo. Da quel momento, la poesia entra nell’immaginario pubblico come una clava ideologica, spesso brandita da chi intende giustificare la violenza istituzionale o screditare il Sessantotto nel suo complesso.
Eppure, leggere Pasolini in questo modo significa non leggerlo affatto. Il PCI ai giovani!! è un testo stratificato, scritto – come lo stesso autore chiarì – “su più registri contemporaneamente”, interamente attraversato da ironia, autoironia e provocazione. La simpatia per i poliziotti non è adesione all’istituzione repressiva, che Pasolini dichiara esplicitamente di combattere, ma un rovesciamento di prospettiva di classe: i poliziotti come figli del proletariato, costretti a indossare una divisa che li separa dal mondo e li espone all’odio sociale; gli studenti come figli della borghesia, portatori – spesso inconsapevoli – di un privilegio che rende la loro “rivoluzione” meno radicale di quanto sembri.
La polemica pasoliniana non è mai diretta contro la protesta in sé. Al contrario, Pasolini riconosce nel Sessantotto una delle pochissime esperienze di “democrazia reale” vissute dal popolo italiano, accanto alla Resistenza. Lo scrive chiaramente nella Lettera al Presidente del Consiglio del settembre 1968. Ma ciò che lo inquieta è il rischio che quella spinta venga assorbita, neutralizzata, trasformata in una rivoluzione compatibile con il sistema, una ribellione che non mette davvero in discussione il potere, ma ne rinnova il personale dirigente.
In questo senso, la critica agli studenti è soprattutto una critica ai loro padri. Pasolini individua nella generazione che ha attraversato il boom economico degli anni Cinquanta la vera responsabile del disastro antropologico italiano: l’avvento di un consumismo capace di colonizzare le coscienze molto più a fondo di quanto avesse fatto il fascismo. Gli studenti del Sessantotto, pur opponendosi a quell’ordine, ne portano addosso i segni: il linguaggio, le aspettative, l’idea del potere come qualcosa di destinato comunque a loro. Da qui l’accusa più dura: quella di una “rivoluzione di destra”, non per i contenuti dichiarati, ma per la posizione sociale da cui nasce.
La provocazione, per Pasolini, non è mai un gioco intellettuale. È un atto politico, un tentativo di rompere il consenso automatico, di costringere a pensare. Lo stesso vale per altre sue posizioni apparentemente scandalose – sull’aborto, sui “capelloni”, sulla televisione – che vanno lette come critiche radicali alla falsa libertà offerta dalla società dei consumi. In questo, Pasolini dialoga idealmente con la Scuola di Francoforte e con Herbert Marcuse: la repressione non passa più solo attraverso il divieto, ma attraverso l’integrazione, il desiderio indotto, il conformismo mascherato da scelta individuale.
Non va dimenticato, inoltre, che Pasolini non osserva il Sessantotto da una torre d’avorio. Partecipa alle lotte, prende posizione pubblicamente, “getta il proprio corpo nella lotta”, come recita il motto della New Left americana che fa suo. Alla Mostra del Cinema di Venezia del 1968 si schiera con i contestatori, subisce lo sgombero della polizia, restituisce per protesta il premio vinto da Teorema, affronta processi e sequestri. La sua non è mai una critica comoda.
La fine violenta di Pasolini, il 2 novembre 1975, chiude tragicamente questa parabola. Quel corpo martoriato sulla spiaggia di Ostia diventa il simbolo di un’intellettualità che ha osato dire la verità in un paese attraversato da stragi, depistaggi e silenzi. Nel celebre articolo Il romanzo delle stragi, Pasolini rivendica una forma di sapere che non è giudiziaria ma intellettuale, fondata sulla capacità di collegare i fatti, di dare un senso all’opacità del potere. Una pratica di verità – la parresia – che comporta sempre un rischio personale.
Rileggere oggi Il PCI ai giovani!! significa sottrarlo tanto alla canonizzazione quanto alla demonizzazione. Significa riconoscere in Pasolini non un nemico del Sessantotto, ma un alleato scomodo, incapace di adattarsi a qualsiasi ortodossia. In un tempo in cui il conflitto tende a essere neutralizzato e la critica ridotta a posa, la sua lezione resta attuale: non esiste trasformazione senza lucidità, e non esiste lucidità senza il coraggio della provocazione. Pasolini ci ricorda che pensare davvero significa, spesso, restare soli. Ma è da quella solitudine che può ancora nascere una parola capace di incidere sul presente.
Eredità politica di Pasolini tra Valle Giulia e Torino – Da Valle Giulia a Torino: cosa resta oggi della provocazione di Pasolini
Dopo il pomeriggio di devastazione che ha incendiato Torino il 31 gennaio, durante una manifestazione a sostegno del centro sociale Askatasuna, il dibattito pubblico italiano è tornato a ruotare attorno a un copione già visto: ordine pubblico contro dissenso, sicurezza contro libertà, giovani contro istituzioni. A distanza di oltre cinquant’anni, il fantasma di Pier Paolo Pasolini e della sua poesia Il PCI ai giovani!! riemerge con forza, quasi come una lente ancora utile per leggere il presente.
Nel 1968 Pasolini scelse la provocazione per spezzare l’automatismo delle appartenenze. Dopo gli scontri di Valle Giulia, si schierò simbolicamente con i poliziotti, figli del popolo, contro gli studenti, figli della borghesia. Non per difendere la repressione, ma per smascherare l’illusione di una rivolta che rischiava di non mettere davvero in discussione il potere. Oggi, a Torino, quello schema sembra essersi rovesciato e insieme svuotato: non c’è più un grande movimento capace di interrogare la società, ma frammenti di conflitto che esplodono e si spengono rapidamente, lasciando dietro di sé macerie materiali e simboliche.
La risposta politica, allora come oggi, è immediata e prevedibile. Dopo Torino, il governo annuncia nuovi provvedimenti sulla sicurezza; il Quirinale interviene per frenare le misure più drastiche, come lo scudo penale o il fermo preventivo. È il segno di una democrazia sotto tensione, in cui l’emergenza tende a diventare regola e il conflitto sociale viene tradotto quasi esclusivamente in problema di ordine pubblico.
Cosa è cambiato rispetto agli anni di Pasolini? Molto, e insieme troppo poco. È cambiato il contesto: non c’è più una classe operaia organizzata, non c’è un grande partito di massa come il PCI, non c’è un orizzonte di trasformazione condiviso. Ma resta intatta la tentazione di ridurre tutto a una contrapposizione tra “violenti” e “forze dell’ordine”, cancellando le cause profonde del disagio.
La lezione di Pasolini, oggi, non sta nello scegliere da che parte stare, ma nel rifiutare le semplificazioni. Nel ricordarci che senza un pensiero critico capace di andare oltre l’emergenza, ogni scontro – da Valle Giulia a Torino – rischia di diventare solo l’ennesima occasione perduta.
Eredità politica di Pasolini tra Valle Giulia e Torino
Tre libri in italiano che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i temi affrontati nell’articolo. Ognuno esplora, da angolazioni diverse, il rapporto tra individuo, potere e società.
1. Pasolini nostro contemporaneo
Autore: Maura Locantore
- Temi principali: L’attualità del pensiero pasoliniano, la critica alla società dei consumi, l’eredità intellettuale e la “profezia” sulla mutazione antropologica degli italiani.
- Perché leggerlo: Per capire come le analisi di Pasolini degli anni ’60 e ’70 riescano ancora a spiegare i vuoti culturali e politici di oggi. È un testo fondamentale per chi vuole andare oltre l’icona e comprendere il Pasolini pensatore e critico sociale.
2. La sicurezza fra diritto penale e potere punitivo
Autore: Francesco Forzati
- Temi principali: L’evoluzione del concetto di sicurezza, il populismo penale, il limite tra libertà individuale e controllo statale, e l’uso del sistema punitivo come strumento politico.
- Perché leggerlo: Offre una lente tecnica ma critica per decifrare come le leggi moderne spesso rispondano più alla “percezione dell’insicurezza” che a un reale bisogno di giustizia, aiutando a sviluppare uno sguardo lucido sulle politiche securitarie attuali.
3. La fabbrica del consenso
Autore: Victor Pichard
- Temi principali: Tecniche di manipolazione psicologica, propaganda nei mass media, controllo dell’opinione pubblica e condizionamento sociale.
- Perché leggerlo: In un’epoca dominata da algoritmi e fake news, questo libro funge da manuale di autodifesa. È essenziale per chiunque voglia imparare a riconoscere quando un’idea è frutto di un ragionamento proprio o di una sofisticata strategia di marketing politico.
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